Sostenibilità e didattica

di Marzia Campioni

 

Perché oggi sarebbe importante introdurre nella didattica per competenze la sostenibilità? Perché progettare percorsi di apprendimento per introdurre le tematiche ambientali nella scuola, in particolare a livello di scuola secondaria di secondo grado?

La risposta sta nel significato che viene dato alla parola “sostenibile” e alla necessità di attivare percorsi di Educazione alla sostenibilità in un luogo come la scuola.

Inoltre nell’”Atto di indirizzo politico-istituzionale del Ministero dell’Istruzione per l’anno 2022” firmato il 16 Settembre dal Ministro Bianchi come priorità politiche nel Potenziamento dell’Offerta formativa nelle scuole di ogni ordine e grado si parla come linee di azione di sia di STEM che di Educazione alla sostenibilità.

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La scuola, infatti, resta l’agenzia formativa riconosciuta da tutti e da cui tutti passano per la loro formazione che non può prescindere, oggi, dall’acquisizione di competenze trasversali che contribuiscano a raggiungere gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile.

Sostenibile vuol dire “che si può sostenere, suscettibile di essere mantenuto e continuato[1], e in campo ambientale si declina attraverso il concetto di sostenibilità:[2]

Nelle scienze ambientali ed economiche, condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri. Il concetto di s. è stato introdotto nel corso della prima conferenza ONU sull’ambiente nel 1972, anche se soltanto nel 1987, con la pubblicazione del cosiddetto rapporto Brundtland, venne definito con chiarezza l’obiettivo dello sviluppo sostenibile che, dopo la conferenza ONU su ambiente e sviluppo del 1992, è divenuto il nuovo paradigma dello sviluppo stesso. La s., sotto il profilo dei contenuti ambientali, discende dallo studio dei sistemi ecologici, tra le cui caratteristiche assumono rilevanza proprietà quali la capacità di carico, le possibilità di autoregolazione, la resilienza e la resistenza che, nel loro insieme, influiscono sulla stabilità dell’ecosistema. Un ecosistema in equilibrio è implicitamente sostenibile; inoltre, maggiore è la sua stabilità maggiori sono le sue capacità di autoregolazione rispetto a fattori interni, e soprattutto esterni, che tendono ad alterarne lo stato di equilibrio. I fattori che ancor più disturbano l’equilibrio degli ecosistemi sono le relazioni che gli stessi instaurano con un altro tipo di sistema complesso come quello antropico. L’interazione tra i due sistemi complessi aumenta le probabilità di perturbazioni e fa aumentare il rischio di alterazioni irreversibili. In particolare, la ricerca pone attenzione sulla possibilità che si verifichino le cosiddette reazioni non lineari, alterazioni irreversibili dell’equilibrio del sistema ambientale in prossimità di valori soglia della capacità di carico, o se si vuole di recupero, del sistema stesso. La capacità di risposta e regolazione dei sistemi interessati alle perturbazioni a sua volta è tanto maggiore quanto più grande è la varietà strutturale e funzionale del sistema. Il concetto di s., rispetto alle sue prime versioni, ha fatto registrare una profonda evoluzione che, partendo da una visione centrata preminentemente sugli aspetti ecologici, è approdata verso un significato più globale, che tenesse conto, oltre che della dimensione ambientale, di quella economica e di quella sociale. I tre aspetti sono stati comunque considerati in un rapporto sinergico e sistemico e, combinati tra loro in diversa misura, sono stati impiegati per giungere a una definizione di progresso e di benessere che superasse in qualche modo le tradizionali misure della ricchezza e della crescita economica basate sul PIL. In definitiva, la s. implica un benessere (ambientale, sociale, economico) costante e preferibilmente crescente e la prospettiva di lasciare alle generazioni future una qualità della vita non inferiore a quella attuale. Tale approccio può essere formalizzato mediante funzioni di benessere sociale, ossia relazioni tra il benessere della società e le variabili che concorrono allo stato economico e alla qualità della vita. In questo senso appare particolarmente importante la distinzione tra s. debole e s. forte. La prima ammette la sostituzione, all’interno del capitale da tramandare alle generazioni future, del capitale naturale con capitale manufatto (quello creato dall’uomo), mentre la s. forte introduce la regola del capitale naturale costante. Le argomentazioni a favore di quest’ultima si basano sul fatto che un sistema ambientale meno complesso sarebbe meno dotato di quelle proprietà (resilienza, stabilità, capacità di autoregolazione) che ammortizzano il rischio di reazioni non lineari.”

In un ambiente dove le risorse stanno sempre più diminuendo non possiamo stare più solo a guardare ma neppure non possiamo prendere decisioni azzardate che immancabilmente portino a catastrofi ambientali e a processi irreversibili. Quello che è cambiato rispetto alla pubblicazione del mio primo libro dal titolo “Ambiente e Didattica” (1987) è che ormai siamo sul filo del rasoio, ormai la “strada stretta” è finita e l’ubriaco rischia di cadere. Ogni azione futura deve prevedere, prima di essere messa in atto, le conseguenze sull’ambiente e tutto il contesto sociale ed economico. Questo vuol dire che è ancora più importante, oggi, l’acquisizione di nuove conoscenze e l’introduzione di una “nuova cultura” che porti i futuri cittadini a gestire in modo diverso le risorse.

Non c’è più tempo l’individuo non può più essere impreparato rispetto alle trasformazioni che l’ambiente potrebbe subire a causa anche di piccole azioni che il progresso tecnologico e la voglia di “benessere e ricchezza” impongono. Dobbiamo considerare in ogni momento della nostra vita, soprattutto quella quotidiana il concetto di “limite” facendo attenzione a ciò che compriamo, a ciò che mangiamo, a ciò che gettiamo, alla nostra “impronta ecologica”[3] che lasciamo sul Pianeta Terra. Infatti l’impronta ecologica e un importante “indicatore” che può aiutare a comprendere come agiamo nei confronti dell’ambiente e delle risorse che ognuno di noi ha a disposizione, se tale indicatore è alto bisogna ripensare al nostro stile di vita poiché non riusciremo a mantenerlo per molto tempo.

E’ necessario che ogni cittadino sia capace di fare un’obiettiva valutazione dei vantaggi e degli svantaggi di certe “operazioni “ambientali che se pure sembrano migliorare la qualità della vita la danneggiano irrimediabilmente. Un esempio che ci ricorderemo per sempre è la pandemia mondiale dovuta al COVID che ci ha cambiato il modo di vita e che ha messo a dura prova la nostra resilienza.

Bisogna arrivare in tempi rapidi a introdurre nel nostro modo di vivere nuovi paradigmi e soprattutto essere coscienti, cosa non facile, del “limite” delle cose. Pensiamo che la nostra mente sia più abituata alle limitazioni e quindi a considerare il limite come un concetto acquisito, in realtà non è così. Ci comportiamo come se le risorse fossero illimitate e la tecnologia la soluzione ad ogni problema e ragioniamo sempre in termini di progresso, crescita, sviluppo. Nella stessa Agenda 2030 dell’ONU[4] , si parla si “sviluppo” se pur sostenibile, forse sarebbe stato meglio parlare di “limite” sostenibile per far meglio comprendere come le nostre azioni devono essere considerate in funzione delle risorse che abbiamo e che dobbiamo mantenere per le generazioni future e molto probabile che sviluppo e crescita non siano più paradigmi sostenibili. A mio avviso bisogna cominciare a pensare ad una cultura del “limite” e dimenticarsi le parole sviluppo, crescita dobbiamo ottimizzare ciò che abbiamo cercando di consumare meno e meglio.

Ma arrivare a introdurre una nuova cultura in ognuno di noi, significa soprattutto cambiare la nostra formazione, arricchire il nostro bagaglio di conoscenze e acquisire nuove competenze capaci di formare quello che oggi si potrebbe chiamare “cittadino della transizione ecologica”. Ma in questo cambiamento ci sta un valore “etico, riconosciuto da tutti, ma anche un valore cognitivo, affettivo, sociale di cui la scuola si deve far carico, perché uno dei suoi compiti istituzionali più importanti è la formazione del discente come cittadino di domani. Tutto questo porta alla conseguenza che l’allievo come cittadino di domani deve acquisire un “sapere” e un “saper fare” che gli permetta di “saper essere” e, quindi, di acquisire quelle competenze trasversali per contribuire al raggiungimento degli obiettivi per un futuro sostenibile. Ciò non può avvenire se in lui non vi è un’educazione più attenta alle problematiche ambientali, oggi più che mai importante se vogliamo che l’uomo e gli altri esseri viventi non si estinguano in un vortice fatto solo di “inutile” consumismo e di sovrabbondanza di rifiuti.

Ecco perché mi impegnerò per una nuova edizione del mio libro “Ambiente e didattica” che nel 1987 ha fatto da guida per una nuova visione dell’Educazione Ambientale.

[1]  Dizionario Zanichelli 2004

[2]  Enciclopedia TRECCANI

[3] Impronta ecologica: L’impronta ecologica è un indicatore che misura la quantità di superficie naturale che serve per rigenerare le risorse che consumiamo e riassorbire i rifiuti che produciamo. Questo indicatore si esprime in ettari, e prende in considerazione 6 categorie di superfici produttive:

  • terreni coltivabili;
  • pascoli;
  • zone di pesca;
  • aree edificate;
  • aree boschive;
  • superficie terrestre necessaria per smaltire le emissioni di carbonio.

Questo indice di valore è fondamentale per misurare la porzione di ambiente necessaria a produrre i beni e i servizi che permettono un certo stile di vita a una popolazione, e anche ad assorbirne i rifiuti. Il cibo che consumiamo, i beni e prodotti che acquistiamo, i rifiuti che produciamo tutto ciò contribuisce a determinare la nostra impronta ecologica, e perciò la pressione che esercitiamo sul pianeta Terra.

 

[4] ONU Italia La nuova Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (unric.org)