Dad: disagio a distanza? Una riflessione provvisoria

di Elena Benaglia, docente di Italiano e Latino di scuola secondaria superiore

 

Si è concluso il secondo anno scolastico caratterizzato da lunghi periodi in cui l’emergenza pandemica ha indotto il governo a chiudere le scuole e far attivare la Didattica a Distanza (DAD). È troppo presto per esprimere valutazioni conclusive, ma è già possibile fare osservazioni riguardo alle ricadute osservate all’interno delle scuole da parte di coloro che le vivono nella loro concretezza e quotidianità. Emerge un profondo disagio, amplificato molto anche dai mezzi di comunicazione, e l’auspicato “ritorno alla normalità” si identifica nel desiderio di un ritorno alla scuola in presenza, come accadeva in tempi pre-Covid. La DAD viene ritenuta un ostacolo ai rapporti umani e alla socializzazione, ma anche a un apprendimento autentico. Questo elemento è stato già verificato anche scientificamente da un interessante studio condotto da un gruppo di lavoro della Università di Torino e di cui viene presentata una relazione in Quanto è difficile imparare se la scuola è in lockdown, di Contini, Di Tommaso, Muratori, Piazzalunga, Schiavon, in lavoce.info. Le informazioni che seguono sono tratte da questo articolo, cui si rimanda volentieri per la precisione e la chiarezza delle indicazioni. Le ricercatrici avevano svolto un’indagine sugli apprendimenti di matematica di studentesse e studenti di terza primaria nel 2018 – 2019 (pre-Covid) e la hanno replicata su un gruppo nel 2019-2020, a parità di risultati in uscita in seconda primaria e nelle stesse scuole, prendendo in considerazione anche caratteristiche socio demografiche delle famiglie di appartenenza e tenendo conto dei risultati INVALSI a disposizione. La scelta della indagine sulla matematica è stata determinata dal fatto che si ritiene che questa materia sia più vulnerabile di altre in situazioni di emergenza. Dallo studio delle ricercatrici torinesi è emerso che vi è stato un danno in termini di apprendimento con significative deviazioni standard rispetto alla media e la perdita si è mostrata soprattutto nei bambini con genitori non laureati e in particolare nelle figlie femmine. Tenuto conto del contesto delle scuole della provincia di Torino, non particolarmente svantaggiate in generale, le Autrici suppongono risultati ancora più preoccupanti in zone con minore disponibilità di strumenti informatici o con difficoltà di connessione. La scuola si conferma dunque, soprattutto per i bambini e le bambine in situazioni di svantaggio, uno strumento insostituibile di apprendimento e l’unico vero ascensore sociale a disposizione. Le future politiche scolastiche dovranno affrontare, se la situazione non cambierà, un forte rischio di perdita di capitale umano e sociale, che si esprimerà anche in termini di occupazione, salario e produttività. La ricerca cui si è appena fatto cenno conferma la percezione di ridotto apprendimento che hanno segnalato numerosi genitori di scuola primaria, ma, se passiamo alla secondaria, possiamo osservare che studentesse e studenti hanno vivacemente protestato contro la DAD scendendo in piazza, occupando simbolicamente le loro scuole (vedi alcuni licei milanesi) e reclamando a gran voce il loro diritto alla scuola in presenza, sottolineando soprattutto l’imprescindibile funzione di aggregazione sociale delle istituzioni scolastiche. In aggiunta a ciò pare che il fenomeno degli early leavers italiani tra i 18 e i 24 anni, già rilevato dalle indagini del MIUR, più marcato che nel resto dei paesi europei, sia destinato ad ampliarsi dopo questi due anni scolastici (nel 2018 l’abbandono scolastico in Europa era circa del 10,6 % e in Italia del 14,5). Nel momento in cui la scuola è tornata in presenza, d’altro canto, gli studenti hanno rilevato una eccessiva pressione da parte dei docenti sulla misurazione degli apprendimenti e una riduzione del “dialogo educativo” a una mera pratica di valutazione che ha generato ansia e stress. Sì è visto, inoltre che l’isolamento a cui sono stati costretti i nostri adolescenti ha incrementato fenomeni di isolamento, autolesionismo, tendenze suicidarie.

Il quadro appena descritto, con tutti i limiti della sintesi necessaria in questo contesto, mette in luce gli evidenti lati oscuri della DAD, che non dovranno essere sottovalutati, ma affrontati con lucidità e lungimiranza, tuttavia sembra giusto concludere questa breve riflessione osservando che la DAD è stata anche uno stimolo fortissimo e inaspettato alla innovazione scolastica di cui l’Italia ha innegabilmente bisogno. La DAD, lo abbiamo osservato tutti empiricamente e scientificamente, non può sostituirsi alla didattica in presenza e il “dialogo educativo” non può fare a meno del contatto, degli sguardi e dei sorrisi autentici. La DAD però ci ha insegnato anche che, in un mondo sempre più digitalizzato, bisogna mettere a disposizione di tutti gli strumenti necessari sconfiggendo il digital divide che ha penalizzato in Italia, e non solo, molti studenti e studentesse. L’uso di strumenti digitali inoltre ha favorito la riflessione, che dovrebbe essere sempre più condivisa, su nuove metodologie didattiche nel contesto di una rinnovata riflessione pedagogica, finalizzata, ad esempio, a una sempre più sofisticata “individualizzazione dell’insegnamento”, perché studenti e studentesse non sono tutti uguali, ognuno ha talenti e capacità diverse. Nel contesto di un gruppo classe che lavora in presenza, alcune metodologie favorite dalla digitalizzazione possono aiutare personalizzare gli apprendimenti, contribuendo al successo formativo dei singoli, nel rispetto e nella valorizzazione di differenze e ricerca di  identità. In conclusione, mi sembra giusto sottolineare come la DAD, vissuta in modo così imprevisto e senza adeguata preparazione da parte di molti docenti e studenti, sia stata un duro colpo che si è abbattuto sulla scuola, tuttavia la DAD ha offerto anche molti stimoli e strumenti che nel ritorno alla normalità dovrebbero essere ripresi come elementi di arricchimento delle pratiche didattiche.