E la chiamano estate

Giuseppe Bonelli
Dirigente Ufficio scolastico provinciale di Brescia

La nota ministeriale 643 del 27 aprile scorso ha tradotto normativamente uno dei primi intenti programmatici espressi dal Presidente Draghi circa il sistema scolastico: la volontà di prolungare il servizio formativo nei mesi estivi a compensazione delle lunghe chiusure imposte dalla pandemia.
In realtà le scuole italiane funzionano da tempo anche d’estate, soprattutto al centro nord e soprattutto nel primo ciclo, per ospitare i centri ricreativi messi a disposizione dai Comuni per le famiglie che non possono accudire i figli a lezioni terminate.
Inoltre già la legge 107 del 2015, la famosa ‘buona scuola’, prospettava questa possibilità a valle di interessanti sperimentazioni come quella a quel tempo già avviata dal Comune di Milano con il progetto scuole aperte.
La nuova indicazione ministeriale si muove in questo senso e anche nella direzione di prospettare quell’idea di campus scolastico che il Ministro Bianchi aveva lanciato quando presiedeva la Commissione Azzolina per la riapertura delle scuole post Covid, proponendo un progetto di scuole al servizio a 360 gradi delle giovani generazioni, nelle quali non solo studiare ma svolgere le attività positive che i ragazzi oggi devono ricercare nell’offerta privata ancorché sociale e cooperativa o sportiva.
Si prevede dunque la possibilità delle Istituzioni scolastiche autonome di operare in convenzione con i privati che già oggi offrono alle famiglie servizi estivi per bambini e adolescenti oppure di entrare nella gestione dei servizi estivi comunali tramite i patti territoriali o infine di utilizzare le risorse stanziate per affiancare ai già previsti corsi di recupero, per gli alunni con giudizi finali sospesi, momenti di rinforzo di quelle competenze che la didattica a distanza non ha potuto sviluppare.
Uno scenario promettente, che va nella direzione dell’ampliamento dell’offerta formativa e dell’autonomia scolastica, ma che trova i consueti ostacoli nella debolezza organizzativa delle nostre scuole, che ancora una volta si troveranno a progettare e a rendicontare avvalendosi di segreterie didattiche e amministrative sguarnite di personale e di competenze e dovranno affidarsi alle disponibilità volontarie del personale docente, magari talvolta previa un’estenuate contrattazione prima negli organi collegiali e poi con le Rsu di Istituto.
Continua ad essere tragicamente sottovalutato dal Ministero il problema della governance delle scuole autonome, considerate alle stregua delle altre pubbliche amministrazioni, che già di per sé stesse non abbondano in efficienza, senza tuttavia averne la medesima struttura giuridica (le scuole sono un ibrido tra un ente locale e un ufficio amministrativo) e le risorse (soprattutto nel campo delle competenze giuridiche e contabili).