Manzoni occupato

Elena Benaglia, docente di Italiano e Latino di scuola secondaria superiore

Ringrazio la redazione di Scuolaoggi che mi ha offerto la possibilità di condividere alcune riflessioni su ciò che è successo lunedì al Liceo Classico Manzoni, la scuola che ho frequentato da studentessa e dove, ormai da un po’ di anni, sono docente di Italiano e Latino; una seconda casa! Già venerdì scorso era girata qualche voce su una possibile occupazione, ma gli studenti non volevano che la decisione, presa nel Comitato Studentesco della settimana precedente, fosse divulgata. Forse qualche docente ne era informato, ma ha preferito rispettare il desiderio di riservatezza dei ragazzi. Da giorni, inoltre, era comparso sui muri un adesivo con scritto “La scuola serve per formare”; sull’ultima parola c’era una croce rossa di cancellazione e sopra c’era scritto “valutare”. Il disagio degli studenti quindi serpeggiava. Molti docenti, sin dal primo giorno della ripresa avevano dialogato con le loro classi e concordato date e contenuti delle verifiche. Lo stupore, quindi, di leggere slogan come “Lezioni in Dad per bocciature in presenza” o “Non siamo sfaticati, siamo affaticati” per numerosi professori è stato grande. Io per prima mi sono sentita avvilita e, in un certo senso, “tradita”. Superato il primo momento e fatta una più profonda riflessione, credo tuttavia che si possano osservare alcuni elementi non scontati a una prima lettura, sia per quanto riguarda gli studenti, sia per quanto riguarda i docenti. Sui primi si può sottolineare che la decisione è stata presa dal Collettivo Studentesco, non è stata votata in una assemblea, ma solo condivisa nel Comitato Studentesco. In altre parole il Collettivo ha confermato di essere una minoranza numerosa e visibile mediaticamente, che però non rappresenta la maggioranza silenziosa degli studenti, spesso disinteressati alla vita politica o omologati a posizioni che non condividono del tutto, ma che offrono un rassicurante senso di identità e appartenenza. Per quanto riguarda i docenti è vero che alcuni sono rientrati in presenza con grande ansietà e timorosi di “non avere abbastanza voti”, perché, come è noto, la mancanza di un “congruo numero” di valutazioni è motivo di ricorso. Sul primo punto ritengo che sia opportuno chiedersi “perché” gli studenti, di fatto, non siano riusciti a confrontarsi e a esprimersi a favore o contro una proposta, qualunque essa fosse e ad agire secondo un sentimento condiviso da una maggioranza vera. Non ho una risposta, tuttavia mi sembra che il problema non appartenga solo agli studenti del Manzoni, ma rifletta una crisi più ampia della rappresentanza e del disimpegno politico delle “maggioranze silenziose”. Dal punto di vista dei docenti, secondo me, emerge in questa circostanza tutta la fragilità e la crisi di professionisti lasciati a se stessi e senza linee comuni. E’ vero che la comunicazione istituzionale è stata orientata verso buone pratiche di valutazione, ma non mi sembra che ci sia stato un dibattito ampio e condiviso su “cosa”, “quanto”, “come” valutare in una situazione così emergenziale, ammesso che ci sia mai stata, fuori dall’ambito accademico, in situazioni “normali”. Sin dallo scorso anno, nella maggior parte dei casi, i docenti hanno lavorato, senza una formazione specifica, soprattutto quelli delle superiori, per improvvisare una didattica nuova, formandosi da soli e trovando soluzioni “fai da te”. Di fronte alla valutazione di percorsi di apprendimento del tutto inusuali, svolti in condizioni, anche psicologiche, estreme, si è fatto ricorso alle solite modalità di valutazione che, a distanza, sono inevitabilmente a rischio di cheating, e per questo in molti si sono precipitati sulle verifiche in presenza. Nessuno ha poi detto chiaramente che il “congruo” numero di valutazioni, quest’anno, era inevitabilmente “minimo”. E nessuno ha ufficialmente detto che, forse, alla fine di questi due anni scolastici, il numero che esprime quantitativamente una valutazione tradizionale è l’ultimo dei problemi che una scuola dovrebbe avere. Mi pare che da queste considerazioni si possa concludere che l’occupazione del Manzoni è la punta di un iceberg che va oltre il Manzoni e che rimangono insolute grandi questioni: il dialogo e la partecipazione di tutti gli studenti alla vita della scuola; la capacità dei docenti di capire cosa voglia dire “valutare” oltre la docimologia; la capacità di uno Stato di formare docenti in grado di usare le tecnologie come strumenti di una “visione” pedagogica ampia e orientata verso le prossime generazioni, non condizionata dalle emergenze.