Una scuola per la vita una vita per la scuola


di Marzia Campioni. In un momento nel quale ribadire l’importanza della scuola e delle relazioni formative che in essa si istaurano non è mai abbastanza penso sia utile conoscere la mai storia che ha come punto centrale la scuola in tutte le sue sfaccettature di studente, di genitore, di docente e di Dirigente scolastico. Un’esperienza la mia che è quella di molti ma che per me ha avuto un particolare significato che spero di riuscire a darvi in questa testimonianza.

Pensando ad un libro sulla scuola secondaria di secondo grado, meglio conosciuta da quelli della mia età come scuola superiore, mi sono accorta che nel ricercare le leggi e i decreti che ne hanno fatto la strutturata come oggi si presenta, mi sono resa conto che la mia vita prima di studente, poi di genitore e docente e infine di dirigente scolastico è stata influenzata e condizionata dai passaggi fondamentali che ne costituiscono la storia della scuola secondaria di secondo grado,.

A partire dalla legge che ha reso effettivo il dettato costituzionale sull’obbligo scolastico con la scuola media unificata e obbligatoria (L. 31/2/1962/N° 1859) che iniziavo a frequentare all’età di dodici anni (ero un anno avanti nel corso degli studi essendo passata dalle terza alla quinta elementare per volere di mio padre) solo dopo un anno dalla sua attuazione.

Un primo passo traumatico verso una scuola che a fronte di cambiamenti strutturali e legislativi (la scuola di tutti e per tutti) non era cambiata nelle modalità e dove ancora il dogma principale era il voto e la ripetizione della lezione così come ti era stata trasmessa, con ancora una forte tendenza alla selezione ed ancorata allo studio del Latino come disciplina fondamentale per la formazione.

I ricordi di quegli anni non sono sicuramente piacevoli e non sono stati certamente all’insegna di una scuola dove si apprendeva con gioia. Anni in cui anch’io, come i giovani di oggi, venivo “bullizzata” per la mia condizione sociale e nonostante fossi fra le più brave della classe talvolta venivo isolata nella mia voglia di imparare. Sono andata avanti spinta dal “sano” egoismo ed egocentrismo di una ragazzina che voleva costruirsi a tutti costi un futuro migliore, ma ancora inconsapevole delle proprie capacità che sicuramente quel tipo di scuola era incapace di tirar fuori e di potenziare.

Troppi libri, troppe materie, troppi insegnanti legati ancora al fatto che se non si studiava il latino si rimaneva ignoranti, una scuola giudicata da me ora, con tutta la mia esperienza, ancora trasmissiva, per niente creativa solo livellata nei contenuti e nelle conoscenze, incapace di soppesarle capacità e sviluppare le curiosità dei propri studenti.

Un altro passaggio importante che ha influenzato il mio percorso di studi è stata la L.05/04/1969 N° 119 ossia quella che ha modificato l’esame di stato. Con tale Legge si modificavano le modalità di svolgimento dell’esame di Stato conclusivo del corso secondario (esame di maturità): non più tutte le materie erano oggetto di esame. Infatti dopo aver frequentato l’istituto magistrale mi ritrovavo all’età di 17 anni con il diploma di maestra a due mesi dal concorso che non potevo fare perché non avevo compiuto 18 anni di età nonostante avessi il titolo di studio.

Era il 1971 e, per mia fortuna, un’altra possibilità mi era stata data con la legge n. 910 dell’ 11/12/1969 con la quale stabiliva che gli studenti con diploma di scuola secondaria superiore di durata quinquennale possono avere accesso a qualunque tipo di facoltà universitaria o corso di laurea; la stessa legge istituisce l’anno integrativo per i corsi di studi quadriennali (magistrale e liceo artistico). Davanti avevo la possibilità di fare il quinto anno e di accedere a qualsiasi facoltà universitaria. Durante il mio percorso magistrale, infatti ero stata molto attratta dalla materie scientifiche e fare Biologia all’università non mi sarebbe per niente dispiaciuto. Dopo qualche lavoretto saltuario, infatti, decidevo di frequentare il quinto anno per poter poi iscriversi all’università, anche perché all’epoca le tasse universitarie non si dovevano pagare per alto merito e quindi non sarei stata a carico dei miei genitori. La mia intenzione era quella di studiare e lavorare arrivando così alla laurea che mi avrebbe permesso comunque di insegnare a livelli più alti.

Si, perché l’insegnamento è sempre stata per me una vocazione fin da piccola aiutavo le vicine di casa nei compiti già dalle scuole medie e una volta arrivata al diploma mi piaceva fare ripetizioni a chi era in difficoltà.

Il cosidetto “anno integrativo” è stata la scuola più accattivante e motivante, dopo l’università, che abbia mai frequentato. Si sceglievano i contenuti da sviluppare per le diverse discipline che non erano moltissime: ITALIANO, STORIA, FILOSOFIA, MATEMATICA, SCIENZE. Le lezioni non erano quasi mai frontali si partiva dai testi o da ricerche personali per approfondire i vari argomenti che di volta in volta si affrontavano. Venivamo valutati più sulle competenze dimostrate nel lavoro di gruppo, nelle discussioni e nelle ricerche personali, che sulla trasmissione delle conoscenze. Ognuno di noi era stimolato a scegliere una parte dell’argomento a lui più consona e ad approfondirla, discuterla e a enucleare da essa le diverse conoscenze. Ricordo a questo proposito una mia ricerca approfondita sulla cellula, ovvero sul metabolismo cellulare che ha permesso alla mia insegnante di Scienze di orientare la mia scelta universitaria verso la Chimica e non la Biologia, poiché aveva visto in me la capacità di non accontentarsi di una conoscenza superficiale della cellula, ma di cercare con una “certa curiosità” cosa stava dietro ai meccanismi di funzionamento della stessa.

Ricordo ancora le lezioni di Storia fatta su manuali universitari letti e analizzati in classe così come la lettura di alcuni testi letterali. Era, stranamente, un corso basato su una didattica per competenze, di cui ancora allora non si parlava. Sinceramente non so se questa mia esperienza possa essere un esperienza estesa in tutta Italia, forse la mia è stata solo fortuna, ma mi ha insegnato come ci si può divertire studiando e come si possono progettare lezioni differenti anche senza l’aiuto di un libro di testo, ma utilizzando le conoscenze derivanti da fonti e strumenti diversi. Alla fine del percorso ottenevo il giudizio orientativo; “può frequentare con profitto qualsiasi percorso universitario” e ricordando i consigli della mia insegnante di Scienze mi iscrivevo al primo anno della facoltà di Chimica Pura a Pisa ed era il 2 Ottobre del 1972. (anno scolastico 1972-73)

Salto il mio percorso universitario, interessante per me, ma non interessante ai fini della storia che qui vi voglio raccontare. L’unica cosa da sottolineare è che l’anno integrativo mi ha permesso di diventare autonoma nello studio e mi ha ben orientato verso una facoltà che ho portato a termine con piacere e con successo.

 

Questo fa comprendere ancora come una scuola motivante e accattivante possa cambiare il percorso formativo di un giovane.

Appena laureata, dopo un matrimonio e un figlio cominciavo il mio percorso di docente all’Istituto De Nicola di Sesto San Giovanni, dove venivo chiamata a sostituire una docente in maternità. Mi ritrovavo davanti a giovani svogliati in difficoltà davanti ad un approccio scientifico corretto dei vari problemi. Non era una materia di indirizzo né per i ragionieri che la ritenevano poco importante per la loro formazione né per i geometri che davanti allo studio dei materiali non ne comprendevano l’importanza per affrontare un percorso di valutazione di edifici e costruzioni di strade e ponti.

Non sapevo quale strada intraprendere e devo dire che la soddisfazioni nel mio primo anno è dovuta al mio insegnamento della Chimica al serale allora presente nell’Istituto De Nicola che per la maggior parte era frequentato da persone adulte con la voglia di imparare tutto ciò che gli veniva proposto. Sicuramente la mia dialettica toscana e la mia preparazione universitaria facevano colpo e mi sentivo un docente apprezzato ed ascoltato.

La crisi sul mio modo di insegnare però sarebbe arrivata presto. Infatti nell’anno scolastico 1980/81 ero chiamata a ricoprire una supplenza di un anno all’Istituto “E. Torricelli” di Milano un istituto tecnico dove l’insegnamento della chimica aveva importanza poiché si trattava di indirizzo per periti chimici e meccanici. Mi ritrovavo ad insegnare la teoria dei conduttori e semiconduttori in una terza meccanici e presa dalla mia preparazione universitaria facevo lezioni cattedratiche con contenuti altamente professionali e scientifici, ma sicuramente di poca comprensione. Mi accorgevo subito del disorientamento dei miei studenti e allora cercavo, pur non ancora docente di ruolo, l’appoggio del mio professore universitario che sapevo aver lavorato con Dewey e di colui che allora aveva già scritto testi di chimica per la scuola superiore. (Alberto Bargellini, Ermanno Niccoli). Da questi ebbi il suggerimento di iscrivermi alla Società Chimica Italiana allora molto attiva nella didattica della chimica attraverso professori universitari che con i loro testi hanno orientato molti docenti di chimica della mia generazione. Le università più attive, allora, erano quelle di Genova (Prof. Aldo Borsese), Modena e Bologna (per tutti Paolo Mirone e Rinaldo Cervellati) di quest’ultime ricordo solo pochi nomi ma l’attività in questo campo era molto produttiva in tutte le università Italiane. Anche la SCI di Milano era molto attiva e vedeva un gruppo di docenti di chimica, che hanno scritto molti testi di chimica molto usati per la scuola superiore. Cominciando a collaborare con loro mi avvicinavo alla mia professione di insegnante venendo a conoscenza delle teorie pedagogiche più importanti, della didattica e della docimologia. Negli anni ’80-90 la produzione di testi didattica e di docimologia erano molti e di autori di prestigio (tra i quali basta ricordare Aldo Visalberghi a Benedetto Vertecchi). Molti il libri anche sull’approccio alle discipline scientifiche per le classi del primo ciclo. Ci chiedavamo come dovevano essere i libri di chimica e come approcciare i diversi argomenti di difficile comprensione come l’atomo e le teorie quantistiche.

Ecco che cominciavo a capire che oltre ai contenuti, decisamente importanti, per insegnare avevo bisogno anche di metodologie e che la lezione doveva essere progettata prima di essere svolta considerando tutte le variabili che mi potevano capitare nel contesto nel quale avveniva.

Non mi capacitavo però come docenti di ruolo non avessero ancora capito questo passaggio fondamentale della loro professione e non riuscivo a praticare del tutto nella scuola tradizionale quanto andavo imparando. Anzi lo sconforto era sempre più grande non riuscivo ad avere confronti né a migliorare il mio modo di insegnare che molte volte era preso come “presuntuoso” e “egocentrico”, anche per mancanza di strumenti all’interno dell’istituzione scolastica, ancora ferma alla lavagna, al gessetto e a pochi laboratori attrezzati dal punto di vista scientifico.

Proprio nei laboratori ho cercato inizialmente di progettare lezioni utilizzando più un metodo induttivo, che muove dallo studio delle esperienze sensibili (fenomeni) per arrivare ad una definizione generale ed universale, stimolando la curiosità degli studenti e la loro “immaginazione” nel proporre ipotesi. Mi sembrava, allora, un metodo più adatto all’età degli studenti che no il metodo deduttivo che muove da assiomi e postulati per ricavare dimostrazioni e spiegare i fenomeni.

Un altro passaggio importante nella scuola superiore mi veniva incontro: i Decreti Delegati del 1974 che hanno introdotto nella vita della scuola una rappresentanza dei genitori, personale ATA e studenti. Aprono il via alle sperimentazioni e maxi sperimentazioni. (D.P.R 31/05/1974: N° 416, 417, 418, 419). Nei primi anni ’80 nella provincia di Milano le scuole maxisperimentali erano numerose e consolidate e per questo mi ritrovai nell’anno scolastico 1982/83 ad accettare una supplenza presso una di queste scuole (ITC “C. E: GADDA” di Paderno Dugnano) e in questa scuola nel 1985 diventavo docente di ruolo e restavo fino al 2000.

Finalmente mi trovavo in una scuola che mi chiedeva di praticare quello che per me, in teoria, doveva essere la professionalità del docente: capace di progettare, di misurarsi che le prime nuove tecnologie, capace di motivare, far crescere e valutare i propri studenti. Il preside era il Prof. Angelo Malinverno, che molti ricordano ancor oggi tramite i suoi libri, per la sua lungimiranza e per le sue capacità di promuovere innovazione. Da lui ho imparato che non si può insegnare se non si tiene conto del contesto e che l’organizzazione della scuola in cui ti trovi, facilita il compito di docente e fa la differenza fra scuola e scuola di qualità. Gli studenti apprendono di più e si trovano meglio in una scuola dove tutti hanno un proprio ruolo e sono inseriti in una organizzazione anche dal punto di vista didattico e non solo amministrativo. Ognuno deve sapere cosa fare e dove farlo, quali strumenti ha o non ha a disposizione che tipo di utenza ha davanti e quali sono i fondamenti della disciplina da insegnare.

Il preside Malinverno ce lo ricordava tutti i giorni e non perdeva occasione di darci lezione di professionalità in ogni momento possibile. Richiedeva il massimo dell’impegno da tutti e soprattutto da coloro che riteneva capaci nella propria professione. Ma non solo, ho imparato che non è sufficiente essere il più capace e bravo docente perché da solo esso non potrà mai cambiare la sorte di uno studente o di una classe. Il consiglio di classe è alla base del cambiamento e la professionalità del docente si esprime insieme ai proprio colleghi e non da sola. Ciò che fa un docente è complesso, le relazioni sono importanti perché l’azione dello stesso funzioni. Il sistema scuola è complesso ed è fatto di elementi in interconnessione fra loro così come nell’ambiente ecosistemico: ogni azione ha una conseguenza che può essere positiva o negativa e dà luogo ad una nuova azione, non è mai fine a se’ stessa. L’interazione diventa ai fini dell’efficacia dell’azione più importante che dell’azione stessa. Questo l’ho imparato molto bene nel mio percorso di docente, molte volte ho visto vanificare azioni positive proprio per la mancanza di collegialità. Il percorso educativo del discente è legato al lavoro di tutti. E’ il contributo di tutti, anche dello stesso discente, che influenza e rende più o meno efficace l’azione didattica. Educare è un sistema che ha come elemento fondante la partecipazione.

Sono stati anni produttivi in cui ho cominciato a progettare e in cui ho visto tutta la potenzialità di una vera autonomia scolastica. Anni in cui nella scuola si investiva molto e i progetti partivano dal basso per arrivare al Ministero della PI. Ricordo ancora lo sforzo fatto per aprire il percorso di Grafica pubblicitaria al Gadda, sulle stile dell’Istituto Bodoni di Torino, primo istituto a orientamento grafico-pubblicitario e non solo grafico –artistico. Ricordo i rapporti con le aziende e gli stage obbligatori in azienda e per il grafico, di cui ero la referente, ho potuto vedere l’entusiasmo degli studenti nel lavorare nelle migliori agenzie pubblicitarie di Milano, dove ho avuto il piacere di accompagnarli (Young & Rubicam, McCann ecc…). Erano i primi anni ’90 e nessuno si scandalizzava di proposte e percorsi che vedevano la scuola a contatto con le aziende, già era alternanza scuola-lavoro e già ci si confrontava con un mondo che stava cambiando. Ricordo la prima aula computer al Gadda quando ancora la didattica multimediale era nei sogni del Ministero, prima ancora del primo Piano Nazionale per l’Informatica. (PNI) . (Il Piano Nazionale per l ’Informatica PNI ) fu promosso nel 1985 dal Ministro della Pubblica Istruzione, sen. Franca Falcucci, e presentato ufficialmente in occasione del Convegno nell’ultimo quarto dello. Esso è stato, tra i progetti avviati dal Ministero nell’ultimo quarto del secolo scorso il più rilevante sotto il profilo della innovazione culturale e metodologica e sotto quello quantitativo. Tutto in quella scuola era proiettato verso il futuro sia dal punto di vista strutturale che metodologico. Le prime programmazioni didattiche per disciplina e non per singolo docente, le prime programmazioni per aree disciplinari e le prime aree di progetto da portare all’esame di stato (multidisciplinari, interdisciplinari) le ho scoperte e progettate all’Istituto Gadda, grazie al fatto che l’istituto inserito nel percorso delle maxisperimentazioni. E ancora se sono riuscita a scrivere nel 1986 un libro (Ambiente e Didattica – Edizioni UNICOPLI) e nel 1989 la parte scientifica di un sussidiario secondo i nuovi programmi delle scuola elementare (del 1985) con le relative guide didattiche lo devo all’esperienza acquisita nella programmazione didattica e nella gestione delle conoscenze che ho maturato al Gadda. Era il momento in cui il territorio diventava il laboratorio scientifico e sociale all’aperto e nel quale si progettavano indagini con il protagonismo degli studenti che diventavano ricercatori e così, senza parlare ancora di competenze, sviluppavano i loro interessi, le loro potenzialità e riconoscevano i propri talenti.

Nel settembre del 2000 chiedevo e ottenevo, dopo 18 anni, il trasferimento per un’altra scuola maxisperimentale questa volta ad indirizzo chimico-biologico più affine alla mia preparazione universitaria: l’Istituto “Primo Levi” di Bollate. Il mio trasferimento ad altra scuola era dovuto al cambio di Presidenza dell’Istituto “Gadda” (il preside Malinverno con cui avevo collaborato per più di 10 anni se ne era andato in pensione). Il cambio di presidenza vedeva la fine di molte innovazioni che avevano fatto del Gadda una delle scuola più seguite del territorio. Coloro che non credevano nell’innovazione e nel miglioramento continuo della scuola prendevano di nuovo il sopravvento nella gestione della scuola stessa e io mi sentivo ormai inutile.

Al “Primo Levi” si respirava la stessa aria di innovazione, anche se a mio avviso non c’era posto per nuove idee, la sperimentazione si era già un po’ burocratizzata nei ruoli e nelle competenze. Nel settembre del 2002, a causa delle contrazioni delle cattedre di chimica, venivo trasferita d’ufficio in una scuola che definirei allora “super tradizionale” l’ITIS “S. Cannizzaro di RHO.

 

Ecco che allora capivo un’altra cosa molto importante della scuola: una buon dirigente fa la differenza e cominciava a nascere in me la voglia di una nuova sfida: quella della dirigenza.

Oggi molte delle scuole che sono state per anni in reggenza stanno soffrendo per questa mancanza e questo è stato un ostacolo a molti cambiamenti e innovazioni.

Dal primo collegio docenti della nuova scuola uscivo in lacrime, mi sembra di ritornare indietro di 20 anni: non riuscivo a capire come poter inserirmi in una situazione veramente dal mio punto di vista paradossale. Dopo tutti i decreti e tutte gli inviti all’innovazione al Cannizzaro si viveva la percezione che tutto fosse fermo e la che l’unica strada era una scuola trasmissiva di eccellenza. Studenti capaci solo di ascoltare, studiare e con capacità elevate di elaborare quanto appreso da soli senza una guida e senza che la scuola in questo percorso avesse un valore aggiunto. Molta selezione soprattutto nel biennio del percorso liceale (liceo scientifico tecnologico) e chimico (indirizzo chimico per periti chimici). Ancora le programmazioni erano fatte di elenchi di contenuti e scritte a mano, l’era dei computer, a parte per qualche innovazione nel corso di informatica, sembrava lontana anni luce. Non parliamo poi del rapporto fra scuola e territorio o con le azienda anche se il territorio di RHO ne è pieno. Per mia fortuna mi ritrovavo nel secondo anno di mia permanenza in istituto a cimentarmi in un nuovo insegnamento quello relativo alle Tecnologie chimiche e industriali e anche in una “scuola tradizionale” non potevo far a meno di guardare al territorio e all’industrie vicine.  Decidevo così di muovermi, indipendentemente da ciò che era l’ambiente scolastico, progettando come avevo sempre fatto le mie lezioni in autonomia. Il cambio di dirigenza, al terzo anno fu anche in questa scuola provvidenziale. In parte alcune cose cambiarono e un gruppo di docenti tra i più avveduti cominciò a comprendere l’importanza della progettazione e del lavoro di equipe. Alcuni docenti dell’Istituto, tra cui io, fecero parte di alcune sperimentazioni proposte dall’USR Lombardia. Una tra le più importanti quella relativa al progetto che anticipava i nuovi Regolamenti dell’istruzione superiore (Decreti della Riforma GELMINI), dove per la prima volta si affrontava il problema del curriculum per competenze che doveva essere poi messo a punto l’anno successivo con l’applicazione dei Regolamenti (anno scolastico 2010-2011).

Tutte le sperimentazioni ormai non esistevano più e nessun tipo di valutazione veniva fatta a nessun livello di quelle esperienze, si buttava ancora una volta via il bambino con i panni sporchi.

Un altro importante progetto che nasceva al Cannizzaro su idea di un docente e di alcuni studenti e per la volontà di pochi altri docenti, tra cui io, era quello di una TV WEB scolastica (Cannizzaro TV).  Nata per il volere dell’allora Assessore all’istruzione della provincia di Milano all’interno dell’Accademia della Pace, è diventata ben presto una TV WEB antibullismo e al servizio degli eventi più importanti del territorio non per ultimo l’EXPO 2015 di MILANO, che ha coinvolto appieno il territorio di Rho dove è situata la scuola. Una TV WEB usata sia come mezzo di comunicazione tra scuola e territorio ma anche come mezzo didattico. Molti ancor oggi sono i servizi e i filmati presenti su YOU-TUBE, che hanno avuto anche numerosi premi e riconoscimenti.

Il mio percorso aveva ancora una svolta, la mia mente già pensava alla partecipazione al concorso da Dirigente scolastico e nel settembre del 2009 conseguivo il Master in Dirigenza Scolastica presso l’Università degli studi di Bergamo (I° Master di questo tipo attivato in Regione Lombardia).

Il bando del concorso usciva il 13 Luglio 2011 e dopo vari ricorsi e controricorsi, dopo due correzioni e due orali mi accingevo ad iniziare la mia carriera di dirigente scolastico dopo 2 anni di attesa, il 30 Giugno 2014 all’Istituto Tecnico “Ettore Molinari”, con indirizzo chimico, informatico e liceo scienze applicate, una copia dell’IT Cannizzaro dove tra altri e bassi avevo trascorso 12 anni (settembre 2002-giugno 2014).

Finalmente potevo impostare la mia visione di scuola: cominciavo con considerare il contesto e la struttura della scuola nella quale mi trovavo, dall’imbiancare le aule a potenziare il patrimonio “informatico”. A settembre del 2014 (anno scolastico 2014-2015) incominciamo il mio vero percorso da Dirigente e organizzavo la scuola attraverso una leadership partecipata funzionale con l’obiettivo di costruire uno staff preparato e collaborativo, utilizzando le risorse umane, già molto attive, che avevo a diposizione. La mia intenzione era quella di arrivare a una organizzazione non solo amministrativa ma anche didattica, con figure di sistema che coordinassero e con me monitorassero i diversi progetti , le diverse innovazioni che man a mano venivano introdotte nella scuola.

Il cammino verso processi di innovazione didattica incominciava all’interno del sistema scolastico dell’Istituto Molinari da alcune considerazioni sul contesto di apprendimento, sugli stili di apprendimento, sull’utilizzo didattico efficace delle nuove tecnologie e su come questo utilizzo cambi l’approccio metodologico dell’insegnamento-apprendimento e la motivazione degli studenti.

Il punto di partenza è stato quello di pensare che gli studenti hanno bisogno di appropriarsi degli spazi scolastici, imparare a viverli come ambienti accoglienti, sentirsi al sicuro nelle aule e nei laboratori vivendoli come un luogo ricco di opportunità e di occasioni da condividere con i propri compagni e con i propri docenti. Vivere la scuola come luogo di aggregazione per lavorare insieme rappresenta una rivoluzione profonda, una realtà in cui progressivamente si allenti la rigidità del gruppo classe e gli studenti comincino a muoversi liberamente e più autonomamente imparando a gestire in parte gli strumenti a loro disposizione. E’ attraverso la realizzazione di scuole simili che i volti degli studenti cambiano, si illuminano, aumenta la motivazione ad apprendere e a migliorarsi, l’opportunità di comprendere le proprie potenzialità e l’intelligenza per la quale si è più versati.

Il contesto di apprendimento diventava di vitale importanza e allora per innovare si prendono  in considerazione due aspetti importanti della didattica.

ll primo riguarda lo spazio in cui si apprende, che deve essere idoneo al progetto educativo che si va sviluppando e che deve essere accogliente, curato, attrezzato, espressione delle scelte educative della scuola.

Il secondo prende in considerazione lo stile educativo in cui l’osservazione e l’ascolto diventano importanti ai fini del risultato: esso si basa sulla progettualità collegiale più che sulla programmazione individuale, sull’intervento indiretto del docente più che su quello diretto e sanzionatorio.

Questi due aspetti sono stati portati avanti attraverso un progressivo adattamento degli spazi scolastici agli approcci metodologici più efficaci alla partecipazione e alla crescita dello studente, quali: il cooperative learning, la flipped classroom, la didattica laboratoriale, il lavorare per progetti, l’alternanza scuola lavoro come metodologia.

Ciò ha comportato, a partire dall’anno scolastico 2014-2015, una progressiva pulizia e un adeguato ripristino dell’ambiente aula con il graduale cambiamento delle attrezzature.  Il progetto relativo agli spazi di apprendimento è continuato con la realizzazione di aule multimediali e di spazi laboratoriali innovativi ed idonei agli obiettivi che il collegio docenti si prefissava di raggiungere.  Aule multimediali dove sviluppare momenti di ricerca e di riflessione comuni, utilizzando la pluralità di linguaggi come risorsa per arricchire l’insegnamento disciplinare con l’integrazione di mezzi e tecniche di informazione e comunicazione. Tutto questo ha il fine di rendere possibile un insegnamento individualizzato teso alla costruzione consapevole di saperi e alla creazione di un ponte tra conoscenze scolastiche da acquisire, quelle già acquisite e aspetti della realtà circostante e professionale.

Un approccio metodologico attento al contesto e al progressivo cambiamento tecnologico porta l’allievo a sviluppare capacità digitali finalizzate alla costruzione di conoscenze e di saperi applicabili a contesti di realtà sia comuni che relativi al mondo del lavoro.

Una riflessione altrettanto importante è quella sugli stili di apprendimento: essa porta alla diversificazione delle proposte didattiche, caratterizzate da una pluralità di stimoli ed esperienze tali da permettere di avvicinarsi sempre più ad una proposta formativa individualizzata idonea a portare tutti, nei limiti delle proprie potenzialità, al successo formativo.

Il fine resta quello di contrastare il più possibile il fenomeno della dispersione scolastica, soprattutto nel Biennio e a stimolare il lifelong learning (o “apprendimento permanente”) come processo individuale intenzionale che mira all’acquisizione di ruoli e competenze e che comporta un cambiamento relativamente stabile nel tempo.

Ancora una volta sul tema dell’apprendimento permanente mi trovavo ad applicare il Regolamento dell’Istruzione degli adulti, ossia la normativa che ha cambiato, o meglio che doveva cambiare l’assetto ordinamentale delle scuole serali con l’istituzione dei CPIA (Centri per l’istruzione degli Adulti). Infatti,  nell’istituto dove svolgevo il mio ruolo di dirigente vi era la presenza di due percorsi (informatico e chimico) di istruzione degli adulti di 2° livello, ossia quelli per portare i maggiori di 16 anni che hanno abbandonato la scuola al diploma di scuola superiore. (DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 29 ottobre 2012 , n. 263 “Regolamento recante norme generali per la ridefinizione dell’assetto organizzativo didattico dei Centri d’istruzione per gli adulti, ivi compresi i corsi serali, a norma dell’articolo 6 4, comma 4, del  decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133. (13G00055)” e le relativa LINEE GUIDA)

Il processo legato all’apprendimento permanente ha come scopo quello di modificare o sostituire un apprendimento non più adeguato rispetto ai nuovi bisogni sociali o lavorativi, in campo professionale o personale, e diventa di particolare importanza nello sviluppo di un percorso di istruzione degli adulti (IDA).

Il cambiamento metodologico didattico si è man a mano realizzato nella scuola e che è andato di pari passo con le richieste di potenziamento delle risorse umane, nonché con il previsto adeguamento e arricchimento delle strutture, ha portato al conseguente Piano di aggiornamento dei docenti  di volta in volta idoneo alla crescita degli stessi e coerente con il cambiamento progressivo delle risorse scolastiche.

Anche in questo caso le richieste istituzionali venivano in aiuto come, ad esempio, la richiesta fatta ai Dirigenti scolastici nell’anno 2016/17 di rendere espliciti gli Atti di Indirizzo della propria scuola, dell’obbligo della presentazione del PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) e dell’altrettanto importante Piano dell’aggiornamento di Istituto da integrare con quello di Ambito.

Anche la normativa derivante dalla L. 107/ 2015 cambiava il modo di organizzazione delle scuole secondarie sul tema del reclutamento e dell’aggiornamento poiché veniva individuata una scuola secondaria superiore che nell’Ambito faceva da scuola POLO per l’aggiornamento.

Tutto questo cambiamento è iniziato con diverse azioni, che principalmente riguardano:

-l’orientamento, che diventa formativo con attenzione alle capacità individuali degli studenti attraverso un’attenta informazione sui curricoli e sui profili professionali scelti;

-l’inclusione, che consiste nella valorizzazione di una comunità scolastica che sappia riconoscere la multiculturalità e la diversità come risorse, con attenzione costante alle problematiche e ai bisogni del “diverso”, utilizzando metodologie attive e individualizzate anche con l’aiuto dei supporti tecnologici;

– l’introduzione di unità di apprendimento, in particolare nei corsi dell’istruzione degli adulti, per rendere il percorso educativo formativo individualizzato più adeguato alla valutazione di competenze piuttosto che di contenuti;

– l’alternanza scuola lavoro come metodo e non solo come opportunità;

– l’interdisciplinarietà come raccordo più assiduo e costante fra le diverse discipline, attuato attraverso progetti, eventi, uscite didattiche che, seppure facciano parte del percorso extracurricolare, sono intesi sempre più come parte integrante del progetto educativo della scuola e sono finalizzati alla costruzione del curricolo personale dello studente.

– l’introduzione di una metodologia innovativa basata su un contesto di apprendimento multimediale, per arrivare diversificando gli approcci metodologici nelle diverse discipline di tener presenti nel percorso di insegnamento –apprendimento tutti gli stili di apprendimento degli studenti.

– la valutazione come momento importante del percorso per rendere consapevoli gli studenti dei proprio risultati e per potenziare le loro capacità orientandoli verso un futuro di successo.

E così come si può vedere da quanto scritto sopra anche nel mio percorso di Dirigente ho vissuto alcuni momenti del cambiamento della scuola secondaria di 2° grado: uno dei più importanti sicuramente quello della chiamata diretta, dell’obbligo dell’ASL, dell’autovalutazione d’Istituto e della valutazione dei dirigenti scolastici derivanti dalla 107 del luglio 2015.

Purtroppo subivo anche la Legge Madia e al 31 Agosto 2018, venivo informata che dovevo il giorno dopo andare in pensione e così si interrompeva in modo brusco e non voluto la mia esperienza di dirigente con ancora tante cosa da fare. Il risultato comunque con cui lasciavo al scuola era sotto gli occhi di tutti: studenti raddoppiati, aule innovative, struttura della scuola accettabile e non più degradata, laboratori potenziati, metodi e piani didattici innovativi orami consolidati, PON vinti e attuati.

Come si può ben capire i cambiamenti della scuola superiore hanno segnato nel bene e nel male la mia vita e ne sono stati la linfa vitale, per questo motivo che mi è venuta l’idea di scrivere un libro che con esempi reali possa evidenziare ciò che è cambiato e ciò che ancora rimane inalterato in questo importantissimo percorso del sistema di istruzione e formazione del nostro paese.

Un libro che analizzi nel modo più “onesto” possibile opportunità e ostacoli di leggi e leggine talvolta volute dall’alto senza prevederne le conseguenze e senza soprattutto monitorarne i risultati.

La scelta fatta nello scrivere questo libro è stata quella di analizzare i passaggi più importanti a partire dalla Riforma Gentile al Settembre del 2018 , analizzarli, riflettere sui cambiamenti positivi e negativi attraverso esempi e documenti.

Sarà principalmente una riflessione personale e autobiografica che speriamo metta in luce alcune criticità che aiutino finalmente a comprendere cosa veramente oggi dovrebbe essere la scuola secondaria di secondo grado.