Ma la DaD è Scuola? Riflessioni pensando a settembre

di Antonio Valentino. Mentre continuano discussioni e polemiche tra gli addetti ai lavori  su questioni nodali (concorsi, la sicurezza sanitaria da garantire a settembre con l’inizio del nuovo anno scolastico, il problema delle aperture per materne ed elementari …), il dibattito – sia su come prepararsi a superare le criticità che la situazione di emergenza ha messo sotto lente di ingrandimento e ulteriormente inasprito, sia su quali priorità contare per rinnovare la scuola – non fa emergere ancora un’agenda capace di dare senso e direzione di marcia alle misure da mettere in cantiere per iniziare al meglio il prossimo anno scolastico.

Il motivo di fondo è che certamente l’epidemia continua ancora a seminare ansie, paure e dubbi e quindi incertezze che non aiutano a costruire ipotesi e proposte su cui lavorare. Eppure è questo il momento da cogliere, se si vuole superare definitivamente la fase 1 che continua ancora a condizionarci, puntando in primo luogo a verificare tutte le possibilità per riaprire le scuole quanto prima – ovviamente in piena sicurezza – e riprendere così, su basi possibilmente diverse e con nuove consapevolezze, il cammino sostanzialmente interrotto agli inizi di marzo.

 

C’è stato un gran parlare in queste settime soprattutto di didattica a distanza e di formazione digitale del personale scolastico: articoli un po’dovunque, webinar, interventi in rete di esperti, promossi da associazioni professionali e riviste telematiche.

I ragionamenti che abbiamo letto al riguardo possono essere ricondotti, volendo tagliare le diverse posizioni con l’accetta, sostanzialmente a due:

– quella che guarda alla Didattica a Distanza (DaD) – che non aveva certamente alternative credibili almeno nei primi mesi di questa emergenza – come la modalità di fare scuola di fatto intercambiabile con le attività di insegnamento /apprendimento in presenza. E questo per le potenzialità che le tecnologie digitali indubbiamente le offrono;

– quella che mette in evidenza le derive tecnicistiche che la didattica da remoto comporta e i rischi che si avvertono dietro l’angolo per l’insegnamento in presenza, che fa invece della socialità e della relazione tra i soggetti coinvolti due degli aspetti meglio connotanti della formazione scolastica.

Preoccupazioni e timori, questi ultimi, che si sono colti anche recentemente nella Lettera – appello di 16 intellettuali (promotore il prof Cacciari), pubblicata sulla Stampa del 18 maggio.

Il Ministero invece è sembrato sostanzialmente concentrato a cercare soluzioni per i problemi legati alle scadenze di questa particolarissima fine di anno scolastico, senza avere una bussola affidabile volta a recuperare un minimo di normalità del fare scuola, riaprendo le scuole con la dovuta gradualità e con le attenzioni e le sicurezze del caso. Come è invece avvenuto, almeno dall’ultima decade di aprile, in quasi tutti i paesi europei con condizioni sanitarie analoghe alle nostre. Da noi questa opzione non è stata mai presa in considerazione seriamente dalla Ministra, essendo stati sottovalutati problemi e danni, da più punti di vista, soprattutto per gli studenti delle scuole dell’infanzia e del primo ciclo.

Le tante ordinanze, che continuavano a cambiare settimanalmente, hanno finito con l’assorbire tutte le energie della Ministra e del suo staff, costringendo gran parte del mondo della scuola a corrervi dietro affannosamente.

Così, sono rimasti ‘appesi’, come i caciocavalli di Benedetto Croce

  • su quale ripartenza in grado di assumere e approfondire domande e problemi che l’esperienza della Didattica a distanza – DaD – ha fatto emergere,
  • sulle condizioni a cui lavorare, a partire dagli ambienti scolastici da adeguare e attrezzare,
  • su quali priorità puntare, pensando soprattutto al personale che si renderà necessario a settembre, possibilmente non in condizione di perenne precarietà, come è successo finora.

 

Didattica a distanza e insegnamento in presenza: un po’ di chiarezza

A proposito di didattica a distanza, su cui si è concentrato soprattutto il dibattito dentro e fuori il mondo della scuola, si vogliono qui riprendere alcuni suoi aspetti connotanti, al netto delle difficoltà e dei problemi iniziali e delle approssimazioni e carenze delle prime settimane.

La prima cosa che viene da dire – l’hanno detta in tanti, ma va ri-sottolineata – è che la DaD in questa emergenza ha permesso di assicurare un minimo di continuità didattica e anche di tenere vivo un rapporto di vicinanza, di attenzione, di cura nei confronti degli studenti e delle famiglie. E ciò grazie alla dedizione e generosità della stragrande maggioranza dei nostri insegnanti e dirigenti che hanno lavorato in mezzo a mille difficoltà e problemi. E, sotto questo profilo, la DaD è una esperienza indubbiamente apprezzabile.

Va però aggiunto – e non sia letta questa annotazione come una sottovalutazione del lavoro svolto dalle scuole –  che le tecnologie digitali, che sono certamente oggi la risorsa tra le più innovative anche per i sistemi di istruzione, sono state di fatto utilizzate, in molti casi, all’interno di schemi di significato[1] (ridotti all’osso: lezioni soprattutto frontali, compiti da svolgere individualmente, verifiche  e votazione) che ci parlano di una scuola che guarda per molti versi ancora  all’indietro, perché ancora non permeata adeguatamente dagli studi, dalle ricerche  ed  esperienze che negli ultimi decenni hanno interessato il mondo della scuola (si pensi agli apporti delle neuroscienze, agli studi della scuola come comunità e come organizzazione, alle tecnologie nella didattica eccetera). E che ci spiegano i risultati molto deludenti delle rilevazioni nazionali e internazionali sugli apprendimenti dei nostri adolescenti.

Così la percezione diffusa è che sia ancora prevalsa, nell’esperienza della DaD – né d’altra parte ci si poteva aspettare altro – la scuola del programma – meglio dei programmi strettamente disciplinari, che non si parlano, non si raccordano -; e, con essa, l’insegnamento sostanzialmente trasmissivo, frontale, e una pratica didattica in cui l’idea di comunità professionale dei docenti è ancora merce rara. Soprattutto in molte realtà della Secondaria.

La consapevolezza di tali aspetti prevalenti avrebbe dovuto almeno impedire alla nostra Ministra di parlare – come pure ha fatto – di successo della DaD, quasi a significarne la esemplarità anche per situazioni non emergenziali: la qual cosa induce ad essere vigili rispetto ad orientamenti futuri di politica scolastica che possano offuscare, e di molto, l’idea condivisa che sta dietro alla didattica in presenza e che da sempre caratterizza la scuola ‘democratica’ fin dalle sue origini.

E cioè che la scuola

– è relazione non virtuale di studenti tra di loro e con insegnanti e personale adulto che li hanno in cura, all’interno delle classi e in gruppi e spazi specifici,

– è reciprocità, cioè insieme di rapporti che si concretizzano in gesti, linguaggi, comportamenti concreti, ispirati al principio del rispetto (reciproco, appunto) di prerogative e ruoli e responsabilità che la abitano (la scuola, intendo),

– è, detta in altri termini, il luogo degli insegnamenti e insieme degli apprendimenti in cui si impara / ci si forma, ascoltando, partecipando fisicamente, collaborando, aiutandosi; anche attraverso errori, incertezze, sbagli – e i gesti e gli sguardi che li esprimono – di tutti i soggetti coinvolti, insegnanti compresi.

Il riferimento a questi che non so se chiamare principi o valori, non significa affatto che alcuni aspetti valorizzati nella DaD non possano / debbano valere nella didattica in presenza: come, ad esempio, il colloquio a distanza o la condivisione di materiale di didattico – come ci insegnano le pratiche della Flipped Classroom – o l’utilizzo di piattaforme che possano accelerare la trasmissione e la comprensione di messaggi o contenuti formativi ….. Quello che si vuol dire è che questa modalità non può in alcun modo surrogare la ragione sociale della scuola come luogo dell’incontro, della socialità, della relazione ‘materiale’ degli adolescenti tra di loro e con i loro insegnanti, per sviluppare – sia detto fuori di ogni retorica – i saperi e le competenze di cittadinanza che sono alla base del vivere civile.

Ancora due sottolineature per chiudere sul punto.

La prima: che la DaD non si è sviluppata allo stesso modo in tutte le scuole della Repubblica, come risulta dalle molte esperienze di cui abbiamo letto e sentito. E che quindi, il giudizio complessivo sul valore di questa esperienza non può essere appiattito in modo generalizzato su un unico livello.

La seconda: che, per un giudizio complessivo da cui derivare indicazione utili, il discorso andrebbe portato anche sugli interrogativi che passano attraverso gli studenti e le loro risposte a questa nuovo tipo di ‘offerta formativa’: interrogativi e risposte – di cui sappiamo ancora poco e quel poco, attraverso il web soprattutto, ci racconta cose che fanno molto pensare – che richiedono comunque analisi e riflessioni a parte.

 

Su alcune priorità della ripartenza

Volendo allargare il quadro, per un discorso di prospettiva, proprio su alcune delle criticità sopra evidenziate, varrebbe la pena richiamarci in primo luogo, quali che siano gli scenari entro cui le scuole saranno chiamate ad operare:

1.       che – ripetita iuvant – nessun progetto di innovazione sensata della nostra scuola può prescindere a. da una formazione del personale strutturale e permanentee non solo sulle tecnologie informatiche – e b. da un’idea di scuola come organizzazione che apprende / cresce / si sviluppa mentre fa quello che è chiamata a fare.

Idea che rinvia sia ad una formazione del personale che sappia svilupparsi anche sul campo, sia a luoghi della formazione pensati come comunità di pratiche;

  1. che va impostato su basi diverse il discorso dell’autonomia scolastica, per farla uscire definitivamente dal suo stato di minorità e farla diventare finalmente adulta; e che l’impegno perché la progettazione – che dell’autonomia è pietra angolare – diventi strategia diffusa a tutti i livelli, non può essere legato a interventi ordinari;
  2. che in questa fase è particolarmente importante sviluppare nella conduzione delle organizzazioni scolastiche una leadership “plurale” attorno alla figura del DS; figura che, opportunamente liberata da adempimenti e responsabilità ad essa estranei, è chiamata, nella situazione attuale – oltre ad assicurare le condizioni sine qua non di una ripartenza in sicurezza – ad esercitare, assieme ai suoi collaboratori e alle altre figure di organizzazione dell’Istituto, soprattutto funzioni di promozione  di iniziative e attività, e insieme di cura della formazione del personale, leva principale del cambiamento[2].

 

 

[1] Vale la pena richiamare, anche se in nota, la lezione di Jack Mezirow (in “Apprendimento e trasformazione”, Cortina 2016: “…. gli insegnanti generalmente rifuggono dall’auto-interrogazione autentica sulla propria professionalità, faticando moltissimo ad allontanarsi dai modelli comportamentali dei propri docenti, acriticamente assunti quando ricoprivano il ruolo di allievi….

Sono questi schemi di significato che reggono le nostre convinzioni e i sentimenti soggiacenti. (…) Questi schemi antichi di significato resistono nel tempo e rendono difficile poi negli adulti, soprattutto già professionalizzati, l’apprendimento trasformativo. Tale consapevolezza dovrebbe spingere a prefigurare percorsi formativi in cui il superamento critico dello schema antico, assorbito nel proprio vissuto di studente, è un punto di partenza obbligato.”

[2] Rispetto a quest’ultima funzione, può essere importante per esempio, anche collegandoci al primo punto: a. che il Piano Formativo di Istituto (PFI), possibilmente di respiro triennale – e quindi con uno sguardo lungo -, sappia cogliere in primo luogo i nuovi bisogni formativi dei docenti che l’esperienza di questi mesi di emergenza sanitaria ha riproposto in tutta la loro urgenza, e b. che a livello di scuola si sperimentino iniziative e attività formative più motivanti –  ad esempio, per articolazioni più consistenti del Collegio (dipartimenti di materie considerate affini, dipartimenti di indirizzo nelle scuole superiori, consigli di classi orizzontali ….) – così da favorire lo sviluppo di comunità di pratiche, oltre che una diversa e più promettente idea di collegialità.