Apprendere a distanza: un’opportunità

di Maurizio Tiriticco“. A proposito dell’educazione, la morale da trarre è che i maestri troverebbero o il loro lavoro meno gravoso se la struttura della scuola favorisse una forma di apprendimento come scoperta e non come accumulazione di materiale introdotto dall’esterno”. Joh Dewey, Democrazia e educazione”, La Nuova Italia, Firenze, 1949, pag. 205.

 

Oggi, in tempi del “tutti a casa”, si parla tanto di apprendere a distanza. Che per molti può essere di nessun intetresse: pensano che apprendere, a distanza o meno, sia un fatto che riguarda la scuola e che, quindi, interessa solo bambini e adolescenti! Quando, invece, soprattutto oggi, in una società in continua trasformazione in materia di conoscenze e di competenze, lavorative o meno, l’apprendere è una attività continua che riguarda anche e soprattutto gli adulti. Va detto, comunque, che l’apprendimento a distanza, in questi tempi di corona virus, è una cosa assolutamente nuova per la scuola italiana. E per l’intera società italiana.

Ma ciò non vale per altri Paesi, per altri contesti culturali e socioeconomici. Ricordo, ad esempio, che materiali di istruzione a distanza furono prodotti nei primi anni di vita dell’Unione Sovietica, quando occorreva trasformare – e rapidamente – un Paese di tradizione agricola in un Paese industriale! Come raggiungere migliaia di “nuovi” operai in un territorio così vasto? Con l’istruzione a distanza! Iniziative analoghe si sono avute, sempre agli inizi del Novecento in altri Paesi, sempre di massima espansione, quali il Canada e l’Australia. Ed il tutto era supportato con l’invio di materiali di studio e di verifica dell’apprendimento; con il sostegno di opportuni mediatori culturali.

E non mancano esperienze italiane: ad esempio, la “Scuola RadioElettra di Torino”, attiva fin dal 1951. Per non dire poi di Accademia di Roma, oggi non più attiva, per cui ho lavorato per un certo periodo. Ricordo la fatica anche fisica in quegli anni lontani di dover spedire per posta dispense, a cui erano allegate le relative prove di verifica: in genere un certo numero di proposizioni (i cosiddetti item) a quattro uscite, di cui una sola corretta. Poi il ritorno delle prove eseguite ed il rinvio delle correzioni: e sempre via posta. Quindi tempi molto lunghi sia per insegnare che per apprendere! In effetti, forse era più la fatica fisica che quella intellettuale. E non c’erano i personal computer! Che apparvero in Italia solo all’inizio degli anni ottanta. Ma quante operazioni per utilizzarli! Erano composti in più parti, con dischetti da inserire e disinserire, e occupavano a volte un’intera scrivania. Oggi, invece, con i pc portatili, con l’ausilio del web, di google, della email, di facebook, instagram e tante altre diavolerie, possiamo dire di vivere in un altro mondo. In cui ha trovato posto anche l’insegnare ad apprendere: la DAD appunto, l’ultima innovazione.

Tornando a noi, il problema dell’istruzione a distanza non è solo e tanto quello di produrre materiali ad hoc, quanto quello di produrre conseguentemente le necessarie prove di verifica. Ed ecco i famigerati test! Perché famigerati? Perché i test, o meglio determinate prove di verifica oggettive, sono da sempre considerati dalla nostra scuola come un qualcosa di estraneo! Il vero e il falso sembrano concetti eccessivamente poveri per gestire processi di apprendimento. Ma non è affatto così. E non è un caso che le prove Invalsi, che ormai da qualche anno “si abbattono” sulle nostre scuole, in genere sono considerate dai nostri insegnanti come una vera e propria “invalsione” sulle loro quotidiane attività. In effetti va detto che le prove Invalsi, come del resto tutte le prove oggettive, hanno un limite profondo: valutano “conoscenze”, ma non sono in grado di valutare alcun livello di creatività. Mi spiego meglio: un soggetto, indipendentemente dall’età, può essere “povero” in materia di vocaboli e “ignorante” in materia di grammatica (fonologia, morfologia e sintassi), ma “originale” e “creativo” quando si esprime, anche se scorrettamente sotto il profilo grammaticale.

Comunque, occorre pensare alla fatica del nuovo nato per conquistare le prime parole per lui estremamente significative, “mamma” e “pappa”. Sono sostantivi. Tutte parole concrete. Poi il “mamma voglio pappa” è una preziosa conquista successiva! Appare un verbo: sono i primi legami sintattici! Se poi la pappa è “cattiva”… ecco la conquista di un aggettivo! Tornando alle prove Invalsi, un alunno può “fallire” nel rispondere, anche se poi di fatto è, appunto, “originale” e “creativo” e, a volte, non solo nel linguaggio, ma anche nella cosiddetta matematizzazione.

Mi piace ricordare che su queste questioni ci sono ricerche interessanti, a volte anche datate, nelle quali le prove oggettive sono analizzate e considerate per quello che sono e per ciò che valgono. Ecco quindi: ALDO VISALBERGHI, “Misurazione e valutazione nel processo educativo”, Milano, Edizioni di Comunità, 1955; MARIO GATTULLO, “Didattica e docimologia, misurazione e valutazione nella scuola”, Roma, Armando, 1967; BENEDETTO VERTECCHI; “Manuale della valutazione, analisi degli apprendimenti”, Editori Riuniti, Roma, 1984. E mi piace anche ricordare una serie di fascicoli dal titolo “Prove strutturate e semistrutturate di verifica finale dell’apprendimento per il biennio della scuola secondaria superiore”, esito di una serie di seminari condotti con insegnanti e coordinati dal Prof. Gaetano Domenici, a cui partecipai anch’io come ispettore coordinatore: era la fine degli anni novanta. Possiamo dire, quindi, che la didattica a distanza non solo non nasce oggi, ma ha anche autori illustri.

Occorre comunque ricordare, per correttezza non solo formale, che a monte di tutte le innovazioni tecnologiche e informatiche c’è anche tutta la scuola del comportamentismo statunitense! Anche se tanto bistrattato dai cognitivisti, quali, ad esempio, Goldstein, Bloom. Ecco qualche nome: John B. Watson, Burrhus Skinner, attivi negli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Le loro ricerche influenzarono profondamente la didattica, soprattutto per quanto attiene il mondo delle prove di verifica. E non si creda che i suggerimenti d’oltre oceano riguardino solo i test. Andiamo più indietro nel tempo: non bisogna far torto al grande John Dewey, che nel lontano 1916 pubblicò a New York un testo fondamentale in materia di educazione, “Democracy and Education”, tradotto da Enriquez Agnoletti e Paulo Paduano a Firenze per “La Nuova Italia” solo nel 1949. Ovviamente alla scuola fascistizzata un Dewey sarebbe stato solo un grande fastidio. Ciò che a mio vedere è fondante riguardo a Dewey è che sottrasse i problemi educativi dall’ambito puramente scolastico per proporli come un problema sociale di educazione anche e soprattutto civile. Nei decenni successivi avemmo altri grandi cultori e autori in materia di educazione. Mi piace ricordare Jerome Bruner, autore di The Process of Education, del 1960; e la traduzione italiana: “Dopo Dewey: il processo di apprendimento nelle due culture”, Roma, Armando, 1966. Ed ancora, sempre di Jerome Bruner, “Toward a Theory of Instruction”, del 1966; e la traduzione italiana “Verso una teoria dell’istruzione”, Roma, Armando, del 1982.

Torniamo a noi! E’ ovvio che ciò che si insegna, ovviamente va appreso. Ed è stranoto che la valutazione degli apprendimenti è un’attività non facile, complessa e complicata. E non è un caso che il nostro Ministero dell’Istruzione ce lo ricorda spesso con opportuni documenti normativi. Se non erro, l’ultimo atto è il dlgs 62/2017, che detta, appunto, “Norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato, a norma dell’articolo 1, commi 180 e 181, lettera i), della legge 13 luglio 2015, n. 107. (17G00070) (GU n.112 del 16-5-2017 – Suppl. Ordinario n. 23)”.

Ma forse è il caso di andare più indietro nel tempo per ricordare e ritrovare che le attività valutative si inquadrano – anzi si devono inquadrare – in un’attività più ampia e che è a monte della valutazione tout court, la quale è in effetti una variabile fondate della “normale” attività dell’insegnare ad apprendere. E che si deve svolgere secondo dei principi che la regolano concettualmente e che pertanto sono anche normati. Alludo, ad esempio, al dm 9 febbraio 1979 che riguarda “Programmi, orari di insegnamento e prove di esame per la scuola media statale”. In tale dm sono indicate all’articolo 3 le fasi della programmazione. Che sono le seguenti: a) individuazione delle esigenze del contesto socio-culturale e delle situazioni di partenza degli alunni: b) definizione degli obiettivi finali, intermedi, immediati che riguardano l’area cognitiva, l’area non cognitiva e le loro interazioni: c) organizzazione delle attività e dei contenuti in relazione agli obiettivi stabiliti; d) individuazione dei metodi, materiali e sussidi adeguati; e) sistematica osservazione dei processi di apprendimento; f) processo valutativo essenzialmente finalizzato sia agli adeguati interventi culturali ed educativi sia alla costante verifica dell’azione didattica programmata; g) continue verifiche del processo didattico, che informino sui risultati raggiunti e servano da guida per gli interventi successivi. Si tratta di fasi che, ovviamente, non riguardano solo la scuola media, ma ogni ordine e grado scolastico! Ma in effetti potrebbero riguardare qualsiasi attività importante della nostra stessa vita.

Ne risulta che la valutazione degli apprendimenti di un alunno costituisce un momento di un’attività ben più complessa a cui un insegnante deve attendere. Ora, entrando del merito della VALUTAZIONE, va sempre ricordato che questa deve essere sempre preceduta da un’altra attività, la MISURAZIONE. Ad esempio, rilevare cinque errori in un elaborato di una pagina non è la stessa cosa che rilevarli in un prodotto di venti o trenta pagine. Ma sulla misurazione il nostro Ministero tace! E da sempre! Costringendo poi i nostri insegnanti, in sede di uno scrutinio finale, a verbalizzare che il cinque dell’alunno Gianni (il Pierino è l’alunno bravo figlio di papà nell’iconografia di Don Milani) “viene portato a sei”, testualmente, in considerazione di…. Quando, invece, va detto e scritto che il cinque è l’esito di una o più MISURAZIONI di competenza di un insegnante, mentre il sei è l’esito di una VALUTAZIONE adottato responsabilmente da un consiglio di classe.

E, a proposito di valutazione, mi sembra opportuno ricordare che cosa è una prova di verifica oggettiva, o meglio quella più nota che va sotto il nome di test. Un test è costituito di un insieme di item, o meglio di proposizioni – in genere non meno di dieci e non più di trenta – che si concludono in più uscite, in genere quattro, di cui una sola è quella vera. Ecco due esempi: Napoleone è morto a S. Elena il 5 maggio 1821… a Parigi il 7 luglio 1820… all’Isola d’Elba il 14 luglio 1824… ad Ajaccio il 7 agosto 1822. La seconda guerra mondiale è scoppiata nel 1937… nel 1938… nel 1939… nel 1940. Si tratta di prove che… mettono a dura prova la memoria. Un alunno ben preparato risponde correttamente a tutti i quesiti, però… non è detto che a questo buon livello di “conoscenza” – in effetti può avere un ottimo livello di memorizzazione – debba corrispondere un livello analogo di “comprensione”. Ciò significa che occorre produrre prove di verifica che abbiano anche un certo grado di complessità. Ed il che, ovviamente, non è sempre facile.

Tutte le “cose” fin qui descritte sono OGGI di particolare attualità, in quanto, con la forzata chiusura delle scuole a causa di questo maledetto corona virus, gli insegnanti si trovano a doversi forzatamente misurare con l’istruzione a distanza. Ora c’è poco o nulla da eccepire in ordine alla “lezione”, o meglio ai contenuti di cui viene proposto l’apprendimento. Si tratta di predisporre dei materiali da proporre agli alunni, ma non in presenza. La questione insorge, però, con la valutazione degli apprendimenti: come verificare se l’alunno x “ha studiato”? In larga misura si possono predisporre dei test costruiti su determinati contenuti che gli sono stati presentati precedentemente. Ovviamente la “cosa” è adatta per alcune materie; forse di meno per altre. In genere si è soliti distinguere le cosiddette materie letterarie da quelle scientifiche. Mi si scusi per il “cosiddette”, ma è sempre difficile individuare una separazione netta tra i due ordini di discipline. Basti pensare al fatto che Galieo propose una rivoluzione scientifica planetaria – copernicana, di fatto – quando scrisse un’opera che possiamo definire letteraria. Si tratta di quel “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”, che, com’è noto, creò mille difficoltà alla Chiesa che da sempre sosteneva il sistema tolemaico geocentrico.

Di fatto, non esiste una separazione netta tra “discipline di ricerca”, che attengono, appunto al mondo della ricerca; ma esiste, invece, tra “discipline di studio”, nelle scuole. Ad esempio, com’è noto, un’ora è dedicata all’italiano, l’ora successiva alla fisica, e poi alla filosofia e poi ancora alla chimica! Il tutto scandito inesorabilmente dal suono della campanella, che disciplina i tempi di studio di un intero edificio scolastico. Tempi che non sempre coincidono con quelli dell’insegnare per apprendere in “quella” classe con “quegli” alunni.

Invece, con l’istruzione a distanza, i tempi della lezione, dello studio, della misurazione e della valutazione si modificano profondamente e – credo – a favore di chi apprende. Il quale ha più tempo per maturare e produrre una risposta ed anche per “documentarsi”. Si tratta di quella operazione che, se male intesa e mal condotta, può ridursi in genere al semplice copiare! Anche se un certo copiare non è affatto un male! Copiamo tutti e sempre, ogni momento, dalla nascita alla morte. Se il nuovo nato non “copiasse” dal linguaggio, dalle abitudini, dalle regole di comportamento dei suoi attanti (i genitori, i famigliari, il gruppo parentale e sociale), non entrerebbe nel “gruppo” e non ne sarebbe in progress partecipe attivo. Ovviamente, tutto ciò vale quando il “copiare” significa “adattarsi” progressivamente alla lingua, alle abitudini, ai costumi, alla cultura del contesto in cui si nasce, si cresce, si apprende, si opera… e si insegna anche. Si pensi in effetti alle difficoltà di apprendimento e di socializzazione di un bambino autistico. Insomma potremmo dire, alla latina, di un copiare come negotium, non come otium. Al proposito, mi piace ricordare comunque un bel libro di Marcello Dei, intitolato proprio, “Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane”, edito da Il Mulino, Bologna, nel 2011.

In conclusione, ritengo che insegnare ad apprendere a distanza non è una diminuzione rispetto a ciò che accade nell’insegnamento/apprendimento in presenza! E’ semplicemente una “cosa altra”. Se non, addirittura un qualcosa di più, forse più celato che palese. Ma questa alterità e questo vantaggio – perché anche di vantaggio si potrebbe trattare, per certi versi – occorre saperli individuare per utilizzarli al meglio. Insomma, siamo tutti di fronte ad una grande occasione per riflettere – e per individuare e trarre i celati vantaggi – sul sistema di ISTRUZIONE nonché – non dimentichiamolo – di EDUCAZIONE e FORMAZIONE. Si tratta di tre concetti, di tre percorsi molto diversi, chiaramente individuati dal comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/77, quel dispositivo di legge con cui lanciammo l’autonomia delle istituzioni scolastiche: un’autonomia che, purtroppo, non sempre viene utilizzata e valorizzata dalle nostre scuole. L’ISTRUZIONE riguarda l’apprendimento di determinati contenuti culturali. L’EDUCAZIONE riguarda il progressivo aderire ai valori che legano un contesto civile e che, nel caso Italia, sono sanciti dalla nostra Carta Costituzionale. La FORMAZIONE riguarda lo sviluppo/crescita del soggetto alunno nella progressiva e consapevole costruzione del Sé, della propria personalità.

Quindi l’istruzione a distanza non è una “diminuzione” rispetto a quella in presenza. Ambedue presentano i loro vantaggi! E non è detto che, in un mondo in cui le conoscenze si moltiplicano in progressione geometrica, le due modalità non possano e non debbano convivere e integrarsi! E allora potremmo dire che questo maledetto corona virus dopo tutto, ci ha costretto a… imparare qualcosa di nuovo!