L’esame di Stato accerta l’efficacia dei percorsi formativi

di Enrico Maranzana. Il ministero dell’istruzione ha comunicato che “Sugli Esami di Stato il confronto è aperto e a giorni saranno comunicate decisioni ufficiali in merito”. 

Si tratta di una questione travagliata, cui non si è stati capaci di rispondere: negli ultimi cinquant’anni si sono succedute una pluralità d’ipotesi, a volte divergenti.

Come base di riflessione poniamo: l’attuale orientamento del sistema scolastico è coerente con l’accertamento finale che era stato introdotto nel 1969.

Vediamo perché.

La legge finalizza i curricula scolastici “all’innalzamento delle competenze”, da promuovere “attraverso conoscenze e abilità”.

Ne discende che la verifica finale deve farsi carico di due questioni: la prima riguarda i comportamenti che devono essere assunti per affrontare e risolvere problemi; la seconda afferisce alla strumentazione concettuale.

L’esame di maturità del 69 era stato edificato su tale bipartizione.

Da un lato l’accertamento finale aveva “come fine la valutazione globale della personalità del candidato considerata con riguardo anche ai suoi orientamenti culturali e professionali”.

Dall’altro lato il Consiglio di classe aveva il compito di “valutare il grado di preparazione del candidato nelle singole materie di studio dell’ultima classe e consiste nella formulazione di un giudizio analitico sul profitto conseguito in ciascuna di dette materie”.

 

L’esame di Stato, in questo contesto, non è da modificare: le scuole certificano i livelli di preparazioni conseguiti; la commissione soppesa la capacità dei candidati d’applicare quanto conosce, in particolare quando affronta situazioni ignote.