Per una valutazione… quinaria!!!

di Maurizio Tiriticco. Binario, ternario, quaternario, quinario, senario, settenario, ottonario, nonario, decimale… e qui mi fermo. Sono tutti aggettivi che esistono nella nostra lingua, ma che usiamo raramente! Nel linguaggio poetico e musicale, invece, sono di casa! E forse sarebbe doveroso ricordare anche quel “binario triste e solitario, fredde parallele della vita”! Era una canzone di Claudio Villa, ed anche molto gettonata! Quindi, oltre al binario aggettivo, esiste anche un binario sostantivo.

Va invece considerato che nel linguaggio scolastico – se si può usare questa espressione – un aggettivo più che noto è il “decimale”! Riguarda tutti gli Italiani, grandi e… piccoli, soprattutto! Perché si accoppia direttamente con il nostro sistema di valutazione degli apprendimenti e degli alunni! Si tratta dei voti, croce e delizia di alunni e insegnanti, e forse di tutte le famiglie italiane! Insomma la valutazione decimale!

Occorre ricordare che la valutazione decimale non solo viene da molto lontano, ma è normata anche da numerosi provvedimenti che si sono succeduti nel tempo. E’ opportuno ricordare, tra gli altri, il DL 1 settembre 2008, n. 137, il DPR 22 giugno 2009, n. 122, nonché il Il Dlgs n. 62/2017. Ma va anche ricordato che, a monte e a valle di tutte le norme relative alla valutazione degli alunni, c’è sempre la responsabilità degli insegnanti. Infatti, il dpr 275/99, ovvero il “Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche”, all’articolo 4, comma 4, così recita: “Nell’esercizio della autonomia didattica le istituzioni scolastiche… individuano inoltre le modalità e i criteri di valutazione degli alunni nel rispetto della normativa nazionale ed i criteri per la valutazione periodica dei risultati conseguiti dalle istituzioni scolastiche rispetto agli obiettivi prefissati”. Non vogliamo qui entrare nel discorso della cosiddetta “valutazione di sistema”, che ci porterebbe lontani dalle considerazioni che intendo fare e che riguardano specificamente l’alunno e i suoi apprendimenti.

Va anche ricordato che vi sono tre fasi del processo valutativo dell’alunno: quella iniziale, che consente al consiglio di classe di modulare la programmazione delle attività; quella in itinere, di controllo, di sollecitazione, e quella conclusiva. In effetti, la valutazione non è un mantra, ma un adempimento costante e continuo che di fatto sostiene, corregge e implementa le attività di insegnare ad apprendere.

E’ in tale contesto/scenario che i nostri insegnanti sono tenuti ad individuare “criteri e modalità di valutazione degli alunni” ma – e sottolineo il “ma” – per l’esercizio di tale attività, dispongono pur sempre di dieci voti! E per di più interi! Che nessuna norma ha mai modificato! E, al proposito, va anche ricordato che nessuna norma prevede che siano assegnati i mezzi voti, i più e i meno, per non dire dei meno meno, che spesso, invece, sovrabbondano nella pratica di tanti insegnanti. Con tali pratiche, la scala decimale di fatto viene abusivamente implementata! Ed i gradini vanno ben oltre i dieci indicati dalla norma. Comunque, non un voto di più oltre il dieci, non un voto di meno prima dell’uno!

Nelle scuole di altri Paesi vigono altri criteri, altre modalità, altre sequenze numeriche, nonché diverse procedure valutative. In Francia si valuta da zero a 20. Negli Usa si valuta dalla lettera A (eccellente) alla F (gravemente insufficiente). Nel Regno Unito fino a qualche tempo si valutava in lettere, da G, voto più basso, ad A, voto più alto (una scala di sette punti). Ora si valuta in numeri, da uno a nove. Insomma, Paese che vai, valutazione che trovi!

E allora? Se è vero che “Paese che vai, valutazione che trovi”, è anche vero che anche nel nostro Paese, “scuola che vai, valutazione che trovi”! Perché la nostra valutazione decimale, secondo alcuni, non può essere considerata come un unicum, un decalogo, come quei dieci comandamenti che il Signore diede a Mosè! In effetti, il numero dieci è la base di tutto! Dieci sono le dita delle nostre mani! E dalle nostre mani è nato il sistema decimale! Ma alcuni insegnanti si chiedono: non sono un po’ troppi dieci voti per valutare una prestazione? Forse è vero! Ed esistono anche moltiplicazioni: i trentesimi alle università.

Ma i numeri restano sempre numeri! E non è sufficiente attribuire un voto, alto o basso che sia! E non è neanche detto che ogni prestazione offerta da un alunno debba essere valutata. La valutazione, soprattutto quella di processo, deve avere quindi un carattere promozionale, non sanzionatorio. La “sottolineazione” degli errori nella valutazione di prodotto va sempre contestualizzata con le circostanze, le modalità, i tempi, in cui l’alunno ha effettuato il suo compito.

Ma torniamo alla nostra scuola. In alcuni istituti scolatici, soprattutto comprensivi, i collegi dei docenti, in materia di valutazione, stabiliscono di “partire”, nelle valutazioni degli alunni, dal voto tre o quattro. In effetti, sotto il profilo formale, si tratta di una scelta illegittima rispetto a quanto stabilito per norma. In altri termini, il fatto che la norma stabilisce che le MODALITA’ e i CRITERI di valutazione degli alunni siano individuati/e dalle istituzioni scolastiche nell’esercizio dell’autonomia didattica, non significa che gli strumenti valutativi, dati dalla SEQUENZA NUMERICA, possano essere ridotti. Nessuna norma prevede cha la scala decimale possa essere modificata! La norma affida ai collegi soltanto il compito di adottare, ad inizio di ciascun anno scolastico, i “criteri di uso” della scala decimale, non la possibilità di modificarla. Per non dire poi che si produrrebbe una disparità tra scuola e scuola.

E voglio anche ricordare che è sempre opportuno, quando si valuta la prestazione di un alunno, distinguere la misurazione – in soldoni, la conta degli errori – dalla valutazione, che, invece, considera altre variabili. Ma del rapporto che corre tra MISURAZIONE e VALUTAZIONE, nonché del loro uso corretto, ho già scritto in altri articoli. Ovviamente occorre anche distinguere sempre il compito dall’alunno.

Comunque, se in alcuni istituti gli insegnanti avvertono la necessità di adottare una scala valutativa di un numero minore di “scalini”, ciò dimostra che, forse, i dieci scalini ministeriali sono troppi. Ed allora perché non adottare, ad esempio, una scala di soli cinque scalini? Che poi, a quanto credo di sapere, è molto diffusa. In realtà sarebbe molto più semplice salire lungo questi cinque gradini: 1 = pessimo; 2 = insufficiente; 3 = sufficiente; 4 = buono; 5 = ottimo. Gli aggettivi potrebbero anche essere diversi, perché la lingua può essere un’opinione; ma i numeri sono quelli e non altri, perché la matematica – com’è noto, o come si suol dire – un’opinione non è. Ma l’adozione di una scala diversa rispetto al “numero degli scalini” non è competenza delle singole istituzioni scolastiche, ma del Miur e di un suo strumento normativo ad hoc.

Ma non credo che la nostra amministrazione abbia il coraggio di adottare una valutazione che manderebbe in soffitta una tradizione più che centenaria. E passare da una valutazione decimale ad una valutazione quinaria richiederebbe piena consapevolezza, coraggio e determinazione! Forse dovremmo avere un ministro che la scuola sia capace di rivoltarla come un guanto, come fece un certo Gentile nel lontano 1923! Ovviamente senza entrare nel merito!

 

 

Maurizio Tiriticco