Valutazione di sistema: cattiva ideologia e qualche elemento di speranza

Il dibattito di questi giorni a margine della “svolta” a mio avviso felicemente intrapresa dal Ministro sulla direzione scientifica e spero anche organizzativa dell’INVALSI sollecita alcune considerazioni.Perché pedagogisti mai alla direzione della Banca d’Italia? E’ ben vero che nessuna scienza ha diritto di chiudersi al confronto con le altre e nessun apparato pubblico può rivendicare autoreferenzialità; esiste tuttavia una responsabilità principale del discorso scientifico come della funzione pubblica nei loro campi specifici. E sarebbe d’obbligo anche una qualche reciprocità: mentre gli ultimi presidenti INVALSI provenivano dalla Banca d’Italia o dalla Confindustria, non si son mai visti pedagogisti chiamati a presiedere o dirigere l’istituto di via Nazionale o l’organizzazione degli imprenditori. Giustamente, peraltro.

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Valutazione di sistema: cattiva ideologia e qualche elemento di speranza

Il dibattito di questi giorni a margine della “svolta” a mio avviso felicemente intrapresa dal Ministro sulla direzione scientifica e spero anche organizzativa dell’INVALSI sollecita alcune considerazioni.

 

Perché pedagogisti mai alla direzione della Banca d’Italia?

 

E’ ben vero che nessuna scienza ha diritto di chiudersi al confronto con le altre e nessun apparato pubblico può rivendicare autoreferenzialità; esiste tuttavia una responsabilità principale del discorso scientifico come della funzione pubblica nei loro campi specifici. E sarebbe d’obbligo anche una qualche reciprocità: mentre gli ultimi presidenti INVALSI provenivano dalla Banca d’Italia o dalla Confindustria, non si son mai visti pedagogisti chiamati a presiedere o dirigere l’istituto di via Nazionale o l’organizzazione degli imprenditori. Giustamente, peraltro.

Nell’ultimo quindicennio abbiamo però assistito, non solo in Italia ma da noi più che altrove, a un assoluto predominio dell’economia, della scienza economica (e dei padroni cui essa si è in molti casi posta al servizio) su tutti i settori del sapere e sulla scuola in particolare. Nella scuola l’economicismo ha avuto la sostanziale acquiescenza dei vertici dei circoli associazionistici e di alcune sigle sindacali che da vent’anni egemonizzano il settore. Il potere della forza economica sovrasta del resto tutte le realtà di sub-potere e non ha rispetto –nemmeno teorico- di alcuno dei mondi vitali.

 

Il realismo positivistico nella valutazione

 

La pretesa valutativistica estesa a campi inoggettualizzabili esprime peraltro i sintomi di una vecchia abitudine di coloro che contano indipendentemente da quel che valgono: se le  (inconoscibili) cose stesse mi fanno resistenza, non regolo solo il mio stare in relazione anche dialettica con esse rispettandone l’alterità, ma appioppo, attribuisco loro le forme con cui le penso ed elaboro procedure che “dimostrino” quanto intendo sostenere. Se l’apparato al mio servizio è assistito dai media, l’esito di conformità è garantito. Una sorta di realismo positivo (meglio dire: positivistico) alla Ferraris (v. il sito Il rasoio di Occam , dicembre 2013) in versione docimologica.

Evidenti le conseguenze pedagogiche di questa cattiva retorica, specie per quanto riguarda la teoria e a volte anche la prassi della valutazione. La mia professoressa di disegno e storia dell’arte diceva, rivolta a noi alunni: non è che io vi consideri dei cretini, lo siete veramente. Non è che il tal gruppo di potere e/o di interesse veda o/e presenti male il lavoro dei docenti italiani, è che questi –si sostiene- lavorano proprio male.

 

La mala retorica della valutazione “buona”

 

Chi governa i processi di valutazione di qualsiasi settore (in particolare del pubblico impiego) governa di fatto il sistema valutato: determina il comportamento degli addetti indicando cosa sarà ben valutato e cosa no e in genere stabilisce tutti gli elementi da valorizzare e –di conseguenza- anche quelli da svalorizzare. Logico che i personaggi che hanno governato l’ideologia scolastica negli ultimi vent’anni si preoccupino di permanere in tale funzione anche nei nuovi assetti di potere che stanno per configurarsi. La lettera di autocandidatura dei primi firmatari del documento Una cordata per la scuola “ (piuttosto esplicitamente: “I firmatari del presente documento, tra i quali molti potrebbero ben figurare nella rosa dei candidati all’Invalsi….”) contiene alcuni spunti “politically ipercorrect” effettivamente utili per rassicurare la “clientela” tradizionale e ottenerne il consenso attraverso lo snodo retorico del si/ma: sì alla valutazione ma con metodi largamente condivisi; sì ai test ma con giudizio; sì alla generalizzazione del controllo ma discussione delle risultanze. Ovviamente una volta ottenuto il , i ma possono esser lasciati perdere. Resterà la valutazione come strumento di potere sull’autonomia delle scuole e dei singoli docenti, resteranno i test e la connessa svalorizzazione del pensiero divergente e originalmente produttivo; no ai controlli per campione (gli unici di fatto praticati nella ricerca scientifica) ma non utili per il controllo politico delle istituzioni e invece sì a un controllo generalizzato cui nessuno possa sfuggire.

Il controllo ideologico delle masse di lavoro intellettuale subordinato (insegnanti) è necessario per la globalizzazione asiacentrica dell’economia: vanno indebolite le tradizioni culturali e affermata una uniformità, informaticamente amministrabile e condizionabile, di processi valutativi che costituiscano il vero “programma ineludibile” delle strutture scolastiche. Vengono indebolite e denazionalizzate le teleologie su base filosofica e le prassi valutative intese come tradizioni di atti ermeneutici si perdono nell’embricazione asimmetrica con modelli resi forti (per il potere che li impone e per il consenso che gli ideologi sanno determinare) di teaching for testing.

Primi risultati delle procedure testistiche

Ho da decenni pensato di  dover assumere una posizione teoretica di contrasto alla machina infernalis dei test “oggettivi” (ovvero reificanti), oggi confermata anche dal vedere che stanno arrivando nelle professioni e nella scuola gli studenti a suo tempo selezionati per l’accesso alle facoltà con questa pratica: bravi quando si tratta di compilare stampati o di esercitare pensiero conforme e replicante ma di rado brillanti in tutte quelle attività in cui occorre capacità critica, attenzione a tutto campo, fantasia, inventiva. Operatori selezionati con metodologie oggettivistiche opereranno allo stesso modo perfezionando il ciclo. E dirigenti scolastici e ispettori “convergenti”, selezionati prevalentemente su test, restringeranno l’orizzonte di senso della scuola allineandolo e conformandolo all’attualità del sistema globalizzato. Posizione ora vincente nella cronaca ma perdente nella storia poichè l’Europa e l’Italia in particolare possono invece puntare solo sull’innovazione e la creatività per avere un buon futuro.

Convincere per dominare

La committenza della machina non è interessata alla verità ma alla produzione di materiale per argomentazioni persuasive; la valutazione di sistema funge di fatto come strumento di pura gestione del potere: se sei una scuola, ti valuto  per l'efficacia della rappresentazione che –a suon di test e di slides- sai rendere credibile nel pubblico; se sei un insegnante o un dirigente  ti valuto non per quel che sai e sai fare ma per il lustro che deriva dalla tua presenza e per l'obbedienza che mi presti. Se persegui valori diversi da quelli che mi sono utili non li prenderò in considerazione. Il tutto potrà essere fatto ancor meglio se il sistema valutativo non sarà trasparentemente imposto come mero obbligo di legge (una legge ingiusta o sbagliata potrebbe finire per essere sostanzialmente elusa)  ma sarà presentato come un qualcosa prodotto dagli stessi controllati: un sistema almeno in apparenza condiviso è molto più efficace di uno palesemente imposto. Al di là delle intenzioni anche oneste di molti dei firmatari del citato appello, questo è, o almeno mi pare che sia. Le masse faranno quel che si vuole “colà dove si puote” e saranno pure contente.

Motivi di speranza

Nutro qualche speranza e non solo nel lontano futuro. La speranza a breve termine ha due ragioni: la prima è la resistenza priva di atti clamorosi ma efficace che la scuola italiana ha opposto in questi vent’anni ai tentativi di reificazione. Illuminato dalla scienza e dalla poesia, rivelato nei suoi volti possibili dal cenno filosofico, portato a minor inevidenza e augurabilmente a futura affermazione dalla pedagogia, il pensare delle scuole è rimasto e si prepara a risplendere di nuovo nell’autonomia che più vale, anche se non conta: autonomia intellettuale, morale ed estetica. E’ in questa direzione che in vari modi si spende il quotidiano eroismo di molti di coloro che lavorano della scuola, docenti, dirigenti, bidelli, ispettori o provveditori che siano.

La seconda è che gli uomini e donne oggi chiamati dal Ministro -comunque persone di scienza e di scuola per quanto alcuni responsabili, come Vertecchi, dell’ideologia docimologica- a partire dallo scritto programmatico su cui verranno scelti (di per sé una smentita del programma pluriennale INVALSI) comincino a sottrarre l’istituto alla trista palude oggettivistica e reificante degli ultimi vent’anni e inventino percorsi di rispetto e riconoscimento di una professione di magistero come quella docente, “magis”, posta sopra.

A medio/lungo termine maturerà probabilmente nella “carne da test” la consapevolezza -già avanzata in molte parti del mondo, a partire dai luoghi di origine delle pratiche di valutazione attraverso i test, vedi nota- che i test e gli apparati valutativi che vi si basano possono misurare solo la parte meno nobile del possesso di strumenti di intelligenza del mondo (quella convergente) ed educano solo a un “pensiero obbediente”: pensare bene è pensare come vuole il potere. Ma, come noto, l’obbedienza non è sempre una virtù; se il mondo procede è perché qualcuno fuoriesce dal pensiero amministrante e obbediente e inizia a pensare diversamente.

 

Nota Molto interessante l’articolo leggibile in Le monde diplomatique sulle valutazioni di sistema di Diane Ratwich, già “ministro” dell’istruzione USA ai tempi di Bush II. Interessante perché alcuni di coloro che vollero la valutazione di sistema attuata attraverso i test ora si stanno amaramente pentendo: “Diversi miliardi di dollari sono stati spesi per mettere a punto «e poi fare passare» le batterie di test necessarie a questi differenti sistemi di valutazione. In numerose scuole, gli insegnamenti ordinari si interrompono diversi mesi prima degli esami per lasciare spazio alla preparazione intensiva di questi. Numerosi specialisti hanno stabilito che gli allievi non imparano niente dato che gli si insegnano i test e non le materie scolastiche. Malgrado il tempo e il denaro investiti, i risultati non sono migliorati. Talvolta, essi si sono semplicemente bloccati. In matematica, i livelli erano addirittura migliori prima della applicazione della legge Nclb”.

 

Riferimenti -  Segnalo il n. 360/2013 di Aut aut contenente un focus curato da A. Dal Lago: “All’indice. Critica della cultura della valutazione" e vari numeri di Analecta husserliana (ed. Springer),la rivista fondata da padre Van Breda e ora retta da A. T. Tiemnietka; è l’ organo de The World Institute for Advanced Phenomenological Research and Learning, Montreal. Sulle basi scientifiche della posizione qui espressa si veda anche il focus da me curato uscito nel n. 30, annata 2011 di Encyclopaideia (Bononia University Press, Bologna) “Per una possibile valutazione “di sistema” scientificamente attendibile e condivisibile dalle scuole”.

Ottimo anche il testo di Valeria PINTO, Valutare e punire , Cronopio , Napoli, 2012

 

 

Pulpiti, prediche e chierici

I "notiziari" della scuola riportano, da giorni, resoconti dell'impegno del Ministro a reperire un nuovo Presidente dell'INVALSI dopo le dimissioni di Sestito ( a cui va tutta la mia stima..) attraverso procedure trasparenti e , se possibile, condivise dal "mondo della scuola". L'impresa sembra accompagnata da prese di posizione tese a rivendicare una "svolta". Si dice (da più parti implicitamente, ma anche attraverso una esplicita presa di posizione del "mondo pedagogico") che occorre porre termine ad una prevalenza di "economisti" e di "statistici" per valorizzare invece competenze educative, pedagogiche, ecc... Non mi piace stare alla contingenza dei comunicati e delle "prese di posizione" (il mipiaccismo, nonmipiaccismo della politica "appiattita"); ma alcuni aspetti delle une e delle altre sono istruttivi e si prestano a riflessioni più sensatamente "critiche".

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