Gli scrutini si avvicinano

Ormai è tempo di bilanci: non possiamo nasconderci che alcuni ragazzi hanno perso un anno, nel senso che da un intero anno scolastico hanno saputo ricavare ben poco di utile.

 

Alcuni cercheranno di “recuperare”, studiando l’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo svolto e sperando di strappare un benevolo 6- nell’ultima verifica orale, puntando tutto sul fatto che nella valutazione finale si debba tenere conto dei progressi.

Altri non si prenderanno neanche la briga di produrre questo sforzo.

Ogni singola bocciatura è un totale insuccesso: dell’alunna/o che non ha imparato, della famiglia che non ha saputo fornire un adeguato supporto, soprattutto motivazionale, dei docenti che non hanno saputo offrire stimoli sufficienti per coinvolgere, del dirigente che non ha saputo inventare stratagemmi e meccanismi organizzativi per supportare chi fatica a tenere il passo. Purtroppo nascondere un insuccesso non equivale ad averlo evitato, a non averlo saputo prevenire. Un anno perso è andato perso comunque, quale che sia il risultato dello scrutinio, che deve avere l’obiettivo di stabilire qual è il minore dei mali, nella piena coscienza che se un male c’è stato, non può essere sanato in quella sede.

Viviamo un sistema scolastico che prevede la bocciatura, questo comporta che, dal punto di vista di molti ragazzi, chi riesce a “sfangarla” con una promozione senza impegno, è un furbone, non un poverino che non ha saputo sfruttare quanto la scuola gli ha messo a disposizione. Di conseguenza le promozioni troppo facili non danneggiano solo che si trova ad affrontare un nuovo anno senza averne i mezzi, ma anche (quasi) tutto il resto della classe.

Questo non significa che la selezione sia il mezzo corretto per favorire una buona preparazione: si tratta invece di un mezzo spietato che penalizza i più deboli. La scuola italiana ha fatto grandi passi avanti in questo campo, tanto che gli ultimi studi OCSE evidenziano quanto la nostra vituperata scuola sia invece in grado di ridurre il gap fra le diverse fasce sociali. Rimane però la sensazione che questo risultato sia almeno in parte dovuto a quello che viene detto “livellamento verso il basso”. Il compito di una scuola, o meglio la sfida, tenuto conto dei mezzi a disposizione, consiste nel supportare gli alunni in difficoltà valorizzando nel contempo quelli che si impegnano. Ridurre la dispersione innalzando i livelli minimi senza perdere le eccellenze. Siamo però al bilancio finale: abbiamo fatto quel che siamo riusciti a fare, ora dobbiamo valutare i risultati anche in funzione delle prospettive.

Qualche scuola sta sperimentando percorsi che prevedono per l’anno successivo un potenziamento dell’orario di frequenza per gli alunni con carenze. Questa soluzione ha il doppio vantaggio di fornire serie possibilità di colmare le lacune e costituire un deterrente per i poco volenterosi, che rischiano l’obbligo di un impegno (in termini concreti di ore a scuola) maggiorato nel futuro a medio termine. Questo tipo di organizzazione, che specie per le scuole più piccole è estremamente problematico con l’impostazione normativa e le risorse attuali, permetterebbe di eliminare quasi senza danni le bocciature. In assenza di modifiche normative strutturali, permetterebbe almeno di ridurle, anche in relazione all’ordine di scuola, a casi veramente estremi, possibilmente col consenso delle famiglie.

Viviamo un sistema scolastico che persino dal legislatore viene considerato sempre di più come fine a se stesso, in cui non si imparano cose utili per la vita, ma solo cose che servono per gli studi successivi, quasi avulsi dal mondo del lavoro.

A confermare e rafforzare questa mentalità è stata introdotta l’alternanza scuola lavoro anche nei licei ed è stata notevolmente incrementata nelle scuole professionalizzanti: potenzialmente si tratta di un’opportunità stimolante, ma il monte ore stabilito fa sembrare che la cosa più utile che si possa fare a scuola sia iniziare a lavorare. Perfino quando, per farlo, i ragazzi devono adattarsi a mansioni non coerenti con l’indirizzo di studi, non avendo tutti la fortuna di potersi avvalere di soluzioni e accordi con aziende in grado di valorizzarli.

In questa ottica è difficile far percepire una bocciatura come una soluzione utile per evitare un futuro con poche speranze, quindi non come una punizione, ma come una inevitabile (quanto sgradevole) chance.

In definitiva: risulta molto difficile operare con la lucidità necessaria per fare il bene dell’alunno, fra l’incudine di chi protesta contro la promozione degli incompetenti e chi attacca le bocciature additandole come bieco mezzo di selezione.

In ogni scuola dovremo prendere spinosissime decisioni, per farlo bene dobbiamo essere ben consapevoli che non ci sono ricette universali, neanche il voto di consiglio, pur finalizzato a un’equilibrata condivisione, lo è.

Buon lavoro a tutti.

 

Antonio Re

Dirigente scolastico

dell’Istituto Comprensivo “Dante Alighieri”

di Sesto San Giovanni (MI)