Il crepuscolo delle parole

La parola giusta al posto giusto: la soluzione ideale per costruire la frase che ha esattamente il senso cercato, per spiegare un concetto in modo chiaro, inequivocabile. Selezionare la sfumatura più adeguata, con la sensazione di incastonare la gemma che dona al gioiello la perfezione del suo splendore.

Romanticherie al tramonto. Le parole hanno sempre più una forza autonoma, che prescinde dal contesto e dall’accezione che questo conferisce.

Bullismo, libertà, tradizioni: abbiamo ormai un intero campionario di parole che hanno un impatto sicuro, come lo hanno alcune immagini, alcuni suoni. Inserirle in un messaggio è una garanzia, permette di ottenere attenzione e considerazione, indipendentemente da quello che si sostiene, anzi, il ragionamento è sostituito dall’impressione, dalla sensazione. Perfino le parole ubbidiscono ormai ai meccanismi della comunicazione non verbale.

Questi accorgimenti non sono più prerogativa dei venditori e dei politici, sono un must. Chi azzarda ragionamenti articolati, impegnativi, espressi con frasi costruite, spingendosi magari fino alle subordinate, commette un “errore di comunicazione”.

Il processo sembra inarrestabile: continua a crescere la convinzione che sia sbagliato qualsiasi modo di comunicare non efficace per convincere, per portare l’interlocutore dalla propria parte. Gli aspetti e i motivi del declino dell’utilizzo delle parole meritano ampi approfondimenti, ma qui possiamo solo accennarne.

La causa più diretta è l’analfabetismo funzionale drammaticamente emerso nelle indagini PIAAC-OCSE: la capacità di leggere e fare i conti non comporta la capacità di comprendere e analizzare criticamente un testo o di saper risolvere un problema, specie se con implicazioni tecnologiche.

Questo rende quasi irreversibile la spirale della manipolazione: sempre più persone cercano di imparare mezzi efficaci di persuasione e non di analisi, quindi sempre più testi e corsi sulla comunicazione forniscono “istruzioni” per convincere facilmente. Siamo così arrivati a un ribaltamento dei ruoli e dei valori: sbaglia chi ragiona e cerca il dialogo, è nel giusto chi piazza la parola o l’immagine efficace per ottenere successi a breve termine.

La scuola si trova dunque impegnata su più fronti: deve obbedire ad altre logiche perché, per quanto si tratti di un sistema a legami deboli, è comunque costruito su legami generalmente a lungo termine. Far credere di pensarla allo stesso modo, utilizzare “ancore”, mezzi di persuasione da venditori, tecniche di comunicazione “avanzate”, permette di mietere facili successi estemporanei, che si rivelano però effimeri: alla lunga i rapporti asimmetrici, in cui un abile persuasore convince gli altri, sono destinati a implodere. La sensazione di essere stati ingannati o addirittura traditi è uno degli effetti più ovvi di questi imperanti trucchi comunicativi. Il tempo è implacabile: sono destinati a funzionare, con rare eccezioni, solo i rapporti fondati sulla sincerità e la trasparenza. Solo chi dice quello che fa e fa quello che dice, può essere credibile sui tempi medio-lunghi tipici della scuola (e non solo della scuola) e coagulare energie positive.

C’è però molto di più: la scuola deve per sua natura combattere ogni forma di analfabetismo, abituare quindi a sfruttare le abilità di base per analisi evolute. Ha anche obiettivi formativi di natura etica, non può quindi esimersi dall’educare all’ascolto, alla comprensione delle convinzioni e delle necessità dell’altro, finalizzando la comunicazione a un benessere reale e possibilmente collettivo.

Questo non significa che possiamo permetterci di ignorare le profonde modificazioni imposte dalla nostra epoca alle comunicazioni. Dobbiamo imparare a limitare i ragionamenti impegnativi ai contesti in cui possono essere proficuamente seguiti e compresi, ma anche a stimolare l’attenzione e la concentrazione di chi rischia di essere fagocitato dall’analfabetismo funzionale.

La comunicazione ha le sue regole, la prima è quella di conoscere al meglio il target a cui ci si rivolge.

La parola giusta al posto giusto, per la persona giusta.

Antonio Re

Dirigente scolastico

Daniela M. Rosetta

Docente di grafica pubblicitaria

Antonio Re e Daniela M. Rosetta