Com’io vidi un, così non si pertugia, rotto dal mento infin dove si trulla

Il 7 gennaio 2015 un commando di due uomini armati con fucili d'assalto kalashnikov ha attaccato la sede del giornaleCharlie Hebdo  (  periodico settimanale satirico francese dallo spirito caustico e irriverente ) durante la riunione settimanale di redazione. Dodici i morti, tra i quali il direttore Stéphane Charbonnier, detto Charb, e diversi collaboratori storici del periodico (Cabu, Tignous, Georges Wolinski, Honoré), due poliziotti e numerosi feriti.

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I fatti di Parigi: la sconfitta della scuola?

I giovani terroristi che hanno agito a Parigi erano cittadini francesi, scolarizzati in scuole francesi fin da piccoli. Mi domando: in un Paese democratico e in una scuola altrettanto democratica, com’è possibile che non si sia riusciti a educarli alla convivenza civile e all'accettazione di quel pluralismo religioso che potrebbe costituire un arricchimento e non un limite per la crescita/sviluppo di ciascun cittadino, di qualsiasi etnia (non razza, ovviamente) e credo religioso?

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Anticipo a 5 anni. Qual è l'età giusta per sedersi tra i banchi di scuola?

Qual è l'età giusta per sedersi tra i banchi di scuola? Questa domanda ha riaperto ultimamente un forte dibattito tra chi propende per l'anticipo, ossia l'iscrizione in prima elementare a poco più di cinque anni, e coloro che, al contrario, sono per l'attesa, cioè l'iscrizione anche oltre i sei anni. 

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Il rapporto scuola e lavoro: le imprese non sono tutte uguali

Maurizio Landini, intervenendo ieri alla manifestazione di Sinistra Ecologia e Libertà, ha detto che, non solo i sindacati, ma anche le imprese non sono tutte uguali. Si riferiva a quella parte significativa, ma purtroppo ristretta, del nostro sistema produttivo che compete puntando sull’innovazione e la qualità del lavoro e che, di conseguenza, non è interessata allo scontro con il sindacato e alla cancellazione dell’art.18  perché sanno che per chiedere ai lavoratori responsabilità sui risultati, autonomia decisionale, partecipazione attiva devono rispettare la libertà e dignità della persona che lavora.

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Un esame a perdere: che cosa non è oggi la “maturità”

Quando alla fine del secolo scorso riformammo gli esami di maturità, l’intento era molto chiaro. In un Paese che stava cambiando e in un’Europa che non era più solo un mercato unico, ma un’Unione vera e propria – in quegli anni eravamo ancora 15 Paesi rispetto ai 28 di oggi – anche noi dovevamo cominciare assolutamente a cambiare, anche in termini di istruzione. I nostri titoli di studio dovevano essere concorrenziali con quelli dei partner europei e in Europa già da allora – ricordiamolo – si cominciava a parlare di competenze e ad operare di conseguenza. Ma la legge 119 del lontano 1969 prevedeva che “l’esame di maturità ha come fine la valutazione globale della personalità del candidato” (art. 5) e che “a conclusione dell’esame di maturità viene formulato, per ciascun candidato, un motivato giudizio, sulla base delle risultanze tratte dall’esito dell’esame, dal curriculum degli studi e da ogni altro elemento posto a disposizione della commissione” (art. 8). Ma già da allora la ricerca educativa e quella docimologica sostenevano che la valutazione complessiva della personalità di un qualsiasi soggetto è impresa ardua, perché mancano indicatori di riferimento chiari e definiti.

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