Cogestiamo la cogestione

Gli anni ’70 sono stati caratterizzati da proteste estreme e occupazioni, poi sono arrivate le più miti autogestioni, con attività proposte dagli studenti lasciando i professori a guardare, ma col “permesso” di entrare a scuola.

 

Scemato ulteriormente lo spirito combattivo, le autogestioni hanno cominciato a essere supportate da alcuni docenti, un po’ per scongiurare il pericolo di proteste meno gestibili, un po’ per valorizzare l’autonomia degli studenti (riducendola!?), un po’ per partecipare alla protesta contro “il sistema”. Queste autogestioni stampellate, che sono spesso chiamate impropriamente cogestioni, hanno aperto la strada a una gestione davvero congiunta e responsabile della scuola.

Dal 2000 l’autonomia scolastica assegna ai singoli istituti ampi margini decisionali in merito all’utilizzo delle ore di lezione, permettendo di fatto di accogliere le proposte degli studenti, ovviamente col filtro responsabile del corpo docente.

Abbiamo la grande opportunità di favorire l’autonomia degli studenti, il desiderio di mettersi in gioco, di proporre e di proporsi, abbiamo la reale possibilità di accompagnare i ragazzi nel loro processo di crescita per diventare adulti. Possibilità che certamente passa attraverso la cultura, la conoscenza, i mezzi per effettuare oggi e domani scelte sempre più consapevoli, ma può e deve passare soprattutto attraverso percorsi in cui gli adolescenti coltivano e condividono i loro interessi anche a scuola, in cui prendono iniziative e contribuiscono a realizzarle.

Favorire questo processo inquadrandolo in attività didattiche di carattere alternativo significa sancire il diritto degli studenti ad essere istituzionalmente protagonisti.

Questo però significa anche suscitare reazioni avverse molto eterogenee e variegate:

da parte dei docenti può esserci l’opposizione di coloro che rifiutano di rinunciare a una fettina delle proprie possibilità propositive e decisionali in favore di piccoli spazi a disposizione degli studenti, come può esserci l’opposizione di coloro che non accettano che la protesta studentesca si trasformi in collaborazione costruttiva. Naturalmente non può sorprendere che queste tesi valgano a maggior ragione per gli studenti che non vogliono controlli e appelli durante le attività che tradizionalmente avvenivano in momenti di autonomia più completa e in clima di protesta, invece può sorprendere, ma è davvero frequente, l’opposizione degli studenti che rifiutano queste iniziative perché vogliono “fare scuola”. A questi atteggiamenti oppositivi si aggiungono quelli di chi ha semplicemente paura delle novità o di chi argutamente rileva i “contro” senza però essere disponibile a confrontarli con i “pro”, di chi per carattere è contro comunque…

Oggi la difficoltà maggiore non è più il lavoro immane che bisognava fare per raccogliere le iscrizioni cartacee, conteggiare, trascrivere, riorganizzare: i mezzi informatici forniscono ormai supporti che consentono di snellire e velocizzare questo tipo di operazioni. La difficoltà maggiore consiste nel trovare il modo di riunire le forze propositive concordando modalità che valorizzino le diverse competenze, a partire da quelle di tanti docenti che possono trovare il modo di formulare proposte sperimentali solo per gli studenti che aderiscono, ma anche quelle di tanti esperti esterni che, per farsi conoscere, sono disponibili a svolgere attività a titolo gratuito, per arrivare a quelle di tanti studenti che conoscono e sanno fare cose sorprendentemente coinvolgenti e possono stimolare i loro compagni di scuola in modo a volte più efficace di quanto riesca a fare il personale preposto a questo compito.

Esiste un’ampia gamma di possibilità organizzative, chi ha sperimentato può metterle a disposizione di chi intende sperimentare, in ogni caso esistono alcuni punti fermi, accorgimenti che servono a incanalare i lavori evitando eccessivi rischi.

È molto importante concordare a priori l’impostazione e le tipologie di iniziative attuabili: se inserire attività di orientamento, se eventuali corsi di recupero possono essere vissuti dagli alunni come un’opportunità, come un giusto sacrificio educativo o come una discriminazione, se è positivo o meno lasciare spazio ad argomenti non ritenuti tradizionalmente “culturali” e fino a che punto.

Prima di arrivare a sviluppare progetti come “la settimana dell’autonomia” o “la cogestione diventa grande”, è bene sperimentare iniziative organizzate su due o tre giorni, per avere modo di elaborare un’organizzazione adeguata e concordare aspetti di fondo dopo aver provato sul campo i risvolti pratici.

 

Le possibilità di scelta delle singole scuole sono ancora troppo spesso ostaggio di pratiche basate su abitudini (spesso ottime, è vero, ma non sempre adatte o adattabili a un mondo in continua evoluzione) o inerzia, esistono grandi potenzialità non ancora sfruttate o solo abbozzate.

L’autonomia è ancora un cantiere aperto, fra i “lavori in corso” abbiamo il completamento del percorso per un coinvolgimento responsabilizzante degli studenti nella gestione della scuola. Percorso costellato di rischi e difficoltà, ma che ha come meta l’età adulta: per gli studenti, per la scuola, per i metodi didattico educativi.

 

 

Antonio Re

dirigente scolastico

ex docente del liceo classico “Giosuè Carducci” di Milano