Lettera aperta alla maestra del figlio di un amico

Cara signora, cara ex collega se me lo permette, qualche giorno fa ho rivisto un amico che non sentivo da qualche tempo e gli ho chiesto notizie di suo figlio. “E' alla scuola primaria, fa la prima” – mi ha risposto. E poi ha aggiunto: “Sai, qualche giorno fa ha portato a casa un cinque in inglese”.

 

Non gli ho chiesto come l'aveva presa il bambino: è stata più forte la sorpresa. E subito dopo, ripensandoci, anche l'indignazione.

“Non sono andato a protestare – mi ha detto – sai è una vecchia insegnante...”.

Proprio perché è una vecchia (forse non tanto vecchia...) maestra, mi permetterà qualche riflessione.

Ma perché dare cinque a un bambino di sei anni?

Questo bambino è arrivato da lei a settembre: probabilmente ha frequentato la scuola dell'infanzia, ha appreso giocando, ma la scuola primaria è la prima prova vera. Probabilmente ha trovato i banchi allineati perchè deve ascoltare la maestra, i compiti da fare (altrimenti cosa dicono i genitori....), la cartella da tenere in ordine, le verifiche, le interrogazioni. E la pagella.

Spesso, non sempre, la scuola è così.

Ma perché cinque in inglese?

Provo a immaginare la sua possibile risposta. Perché non sa. Perché non ha superato le “verifiche”. Terribili le verifiche a sei anni!

Ma perché un bambino di sei anni deve avere un voto negativo, mentre sta percorrendo la sua strada di apprendimento? Dovrebbe farlo con entusiasmo, con curiosità, con il piacere della scoperta di cose nuove, lavorando in gruppo con i suoi compagni, in un contesto in cui si sente valorizzato e non giudicato. Cosa c'è di formativo in un “cinque” a sei anni? La valutazione, così dicono le Indicazioni Nazionali, “attiva le azioni da intraprendere, regola quelle avviate, promuove il bilancio critico su quelle condotte a termine...assume una preminente funzione formativa”. Dove sta in questo documento il 5 in inglese? In altre parole, che cosa “apprende” il bambino da quel “cinque”? Cosa “apprende” la scuola? E quale risultato si attende l'insegnante? Ne avete parlato in collegio docenti che l'unico organo deputato a dettare i criteri per la valutazione degli alunni?

Probabilmente quel cinque è solo una “misurazione”. Di cosa? Di conoscenze o di competenze? O più semplicemente di quello che sa? La valutazione viene dopo la misurazione, e si riferisce a quel bambino, alla sua storia, in quella classe, al lavoro svolto. Gentile signora, non ha forse confuso la “misurazione”, necessaria,  con la “valutazione”, che è pure necessaria ma che è cosa diversa?

E quel bambino cosa legge in quel cinque? Siamo sicuri che quel “giudizio” lo aiuterà, a sei anni, ad essere più motivato? A vivere meglio la scuola come quel luogo dove si sta bene insieme e insieme si impara?

Parliamo dei voti dati in corso d'anno, che tra l'altro non sono obbligatori: una legge (comunque sbagliata) dal 2008 prescrive l'utilizzo del voto nella scuola primaria solo in funzione “sommativa” a fine quadrimestre e a fine anno. Ma durante l'anno perché? Non avrebbe più senso prendere atto che il bambino non ha acquisito una competenza, è in difficoltà, ne diventa consapevole anche mediante l'errore? A questo punto la scuola, l'insegnante, cerca di comprendere il perché. Forse al bambino serve più tempo? Non sarà anche per questo che le Indicazioni Nazionali del 2012 dettano degli “obiettivi di apprendimento” solo alla fine della classe terza? E ancora: forse il metodo utilizzato non è quello più adatto a lui? Proviamo a cambiare?

Non ho  niente da insegnare, mi creda. Per questo faccio domande. Cerco di capire e di provocare una riflessione. Ho fatto il maestro tanti anni fa e poi il dirigente scolastico e ora che sono in pensione ho più tempo per riflettere anche sui tanti errori che ho fatto, da maestro e da dirigente. 

Ma sono giunto a questa conclusione: i voti nella scuola primaria fanno male e per questo aderisco convintamente alla campagna promossa dal Movimento di Cooperazione educativa per l'abolizione del voto nel primo ciclo.

Vorrei che se ne parlasse nelle scuole, che si facesse proprio quella discussione che è mancata quando, nel 2008, con un decreto legge, Gelmini e Tremonti reintrodussero il voto numerico anche nella scuola primaria. Il decreto legge è previsto dalla Costituzione come uno strumento normativo che il governo adotta quando vi sono necessità ed urgenza! Quale urgenza c'era, in questo caso? Forse solo quella di dare una risposta semplice ad una domanda di autorità che veniva dal gran parte del paese?

Chiudo con ciò che scrivevano i ragazzi di Don Milani, raccontando della loro scuola, ai bambini della scuola elementare di Mario Lodi:

“A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c’è voti, né pagelle, né rischio di bocciare, né ripetere. Questa scuola senza paure, più profonda e ricca, dopo pochi giorni ci ha appassionato ognuno di noi a venirci”.

 

 

Antonio Giacobbi

Proteo Fare Sapere Veneto