Sei anni senza obbligo

Il sistema scolastico italiano prevede due segmenti privi di obbligo alle ali estreme del percorso dell’obbligo. La scuola dell’infanzia ormai generalizzata e sempre non obbligatoria, con una consistente fetta di offerta formativa non statale, e il così detto triennio della scuola secondaria di secondo grado costituiscono i due elementi di apertura e sintesi del percorso scolastico italiano che contornano l’obbligo dai 5/6 ai 16 anni.

Credo possa essere abbastanza interessante un’analisi congiunta dei due segmenti non obbligatori per vedere se esistono affinità o solo divergenze.

         La prima considerazione è che sono entrambi prodromici: nel primo segmento si entra direttamente dalla famiglia nel mondo, nel secondo segmento si entra nella maggiore età e nelle scelte autonome di un soggetto ormai formato. Nel primo segmento ci sono studenti molto forti, egocentrici, selettivi, anche capricciosi e pieni di vitalità e interessi. Nel secondo segmento ci sono studenti che devono e vogliono fare scelte autonome, che non sentono troppo l’autorità, che vivono l’ansia del futuro.

ANALOGIE TRA I DUE SEGMENTI

         Le analogie tra i due segmenti sono molto ampie, al di là di quanto possa sembrare ad un primo, scontato e naturale approccio (nella scuola dell’infanzia ci vanno i cittadini dai 3 ai 6 anni, nel triennio della scuola secondaria di secondo grado ci vanno i cittadini dal 16 ai 19 anni). Entrambi i segmenti studenteschi apprendono dentro sfondi integratori: ma mentre i primi sono resi palesi da una didattica intelligente, prossimale ed inclusiva, i secondi sono teorico-mentali, visto che le aule delle scuole secondarie sono spoglie fino all’imbarazzo, anche se non si sa bene perché. Lo sfondo integratore palese della scuola dell’infanzia permette repentini cambiamenti se è sbagliato, in quanto quegli studenti sono impazienti e non perdonano la noia. Lo sfondo integratore teorico o pratico-laboratoriale del secondo segmento invece tende a rimanere tale dentro le discipline, anche se se quello mentale dello studente è altrove. I due soggetti hanno un rapporto diverso con l’obbligo scolastico: per i primi non c’è ancora stato, per i secondi è concluso. Ma entrambi collocano l’apprendimento dentro il proprio percorso personale lasciando che l’adulto proponga, ma rispondendo sempre in forma selettiva alla proposta, nel primo caso con l’entusiasmo o la ribellione, nel secondo caso con l’interesse o l’estraniazione da noia.

         In entrambi i casi solo strutture didattiche personalizzate possono coinvolgere tutti gli studenti: nel primo caso perché ancora troppo forte è il rapporto con l’educazione familiare e l’estraneità alla socialità, nel secondo caso perché lo studente ha una formazione divenuta per molti tratti irreversibile e quindi per sua natura fortemente orientante al di là di quello che possano volefre genitori e insegnanti. La personalizzazione avviene per inclusione nel primo ciclo e per selezione nel secondo, ma mentre nella scuola dell’infanzia si cerca di capire lo studente per personalizzarne il percorso dentro obiettivi comuni, nel secondo caso troppo spesso si ritiene che misurazioni e valutazioni selettive personalizzino per lo interna natura.

         Anche il rapporto con gli orari scolastici è paradossalmente simile: nello studente della scuola dell’infanzia segue i suoi bisogni e le sue difficoltà (la sveglia del mattino, i problemi di trasporto, il sonno pomeridiano, l’accompagnamento sempre imprescindibile, le malattie infantili, ecc) nello studente del triennio aumenta il rapporto con le entrate in ritardo, le uscite in anticipo, le assenze strategiche, le assenze per studiare, ecc. Il tempo scuola dell’obbligo nei due segmenti è un elemento ostativo al rapporto personalizzato con l’apprendimento, perché la costituzione oraria obbligatoria del sistema scolastico italiano non è strutturale rispetto all’obiettivo dei due segmenti. Chi dirige un  Liceo e un Istituto comprensivo (come chi scrive) si trova a gestire le lamentele delle insegnanti della scuola dell’infanzia per il mancato rispetto degli orari da parte di molti genitori, ma anche le lamentele dei docenti liceali per un uso troppo flessibile di ingressi, uscite, assenze, ecc. degli studenti liceali. Ma in nessuno dei due casi c’è un reale interrogarsi sul problema che a simili studenti può dare la rigidità oraria. Inoltre entrambi i segmenti hanno difficoltà a gestire la disciplina in forma educativo/repressiva come normalmente avviene nel percorso dell’obbligo scolastico.

         Da ultimo segnalerei l’estrema selettività dello studente nei confronto dei saperi proposti, quasi che il piccolo studente dell’infanzia volesse tenere la testa un po’ vuota sapendo che l’obiettivo è farla diventare “ben fatta”, mentre lo studente del triennio la voglia liberare un po’ dalla zavorra contenutistica per cercare ancora lo spazio dove far entrare le cose importanti e interessanti che lo attorniamo e lo attendono. Lo studente di scuola dell’infanzia va in conflitto col docente con mezzi indiscutibili (provate a discutere con un caparbio quattrenne, se ci riuscite!), lo studente del triennio è capace di mutismi, ribellioni, anoressie, rifiuti laddove vuole respingere gli educatori (provare a discutere con un caparbio diciassettenne, se ci riuscite!).

IL PROBLEMA E’ DIDATTICO

         Non enumero le differenze tra i due segmenti, perché sono evidenti e non credo che una loro elencazione serva a qualcosa. Vorrei solo sottolineare che il problema è solo didattico in entrambi i casi in quanto ci sono bambini piccoli educati perfettamente ed altri educati in modo terribile, ma la stessa cosa si può dire dei diciottenni. La differenza sta nella strumentazione didattica che ha trovato la sua forma migliore nella scuola dell’infanzia, perché ha equilibrato il rapporto tra ambiente di apprendimento e costituzione teorica de sapere. Il triennio secondario di secondo grado invece si dibatte tra licei di ottimo livello e sistema scolastico tecnico e professionale in crisi, con una corsa verso l’esame di fine ciclo deprimente ma fortissima.

         Il problema da risolvere è però solo didattico perché la metodologia inclusiva della scuola dell’infanzia riesce a trasformare anche i “piccoli imperatori” in cittadini, mentre il triennio secondario si trova alle prese con gravi problemi di dispersione universitaria, di inserimento nel mondo del lavoro, di futuro incerto che spesso non riesce a controllare. Credo sia necessario comprendere come la non obbligatorietà di un segmento scolastico ed educativo renda necessario agire sempre e a tutte le età sull’interesse, la prospettiva, le competenze reali, le aspirazioni, le affinità di chi quel segmento frequenta. Richiede ciò di comprendere come siano necessari spazi di autonomia e libertà dentro un controllo ferreo in un caso, basato su un rapporto adulto di cittadinanza nell’altro caso. Certamente ciò che si sta per apprendere e ciò che si è già appreso sono i punti di grande differenza, ma dentro una soggettività che cresce in fretta e che a 6 e a 19 anni si apre su scenari che non immaginavamo.