Verso un esame di Stato… incompetente!

Il nostro strano Paese… la nostra strana Scuola… Mentre la cm 3, i suoi allegati e i suoi modelli per la certificazione delle competenze da effettuare alla fine della scuola primaria e del primo ciclo di istruzione stanno agitando gli insegnanti dei nostri istituti comprensivi, sulle competenze da accertare e da certificare alla fine del secondo ciclo di istruzione tutto tace.

 

Per quanto riguarda gli adempimenti di cui alla cm 3, potremmo dire, con Shakespeare: molto rumore per nulla! Nulla, infatti, concludono i nostri studenti alla fine del primo ciclo di istruzione, sotto il profilo formale, in quanto sono tenuti a proseguire gli studi per conseguire l’obbligo nel primo biennio dell’istruzione secondaria di secondo grado o nell’istruzione e formazione professionale regionale. A tal fine interviene il dm 139/07, che contiene la descrizione delle competenze, opportunamente distinte tra quelle di cittadinanza e quelle culturali, con i relativi indicatori: le prime “curvate” dalla Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006; le seconde, propriamente culturali, distribuite lungo quattro assi pluridisciplinari.

Avremmo immaginato che, se si vogliono certificare competenze intermedie prima di quelle conclusive del percorso obbligatorio, sarebbe stato opportuno che si tenessero nel debito conto quelle da certificare alla fine. Se un aspirante cuoco alla fine del percorso di apprendimento dovrà cucinare un’anatra all’arancia, sarà opportuno che in precedenza si sappia destreggiare con un uovo al tegamino! Ma così non è! I “profili di competenza” – per altro un linguaggio estraneo a un discorso mirato sulle competenze: sembra una riedizione dei “traguardi” – ignorano del tutto le competenze di fine obbligo, se non con un semplice richiamo formale. Non solo: la logica operativa con cui le competenze di cui alla cm 3 devono essere certificate nulla ha a che fare con la logica proposta dal dm 139. Si apre così uno iato nel nostro Sistema di istruzione obbligatorio: in effetti il primo ciclo sembra chiudersi in se stesso e ignorare del tutto che costituisce solo un segmento di quel curricolo progressivo e verticale di cui ormai si parla da anni! Se ne parla, ma non si opera, a quanto sembra.

Al pasticcio in cui versano il “discorso” sulle competenze e la relativa certificazione riguardanti il primo ciclo, si accompagna un secondo pasticcio, che riguarda il secondo ciclo. Ho detto e scritto più volte – e non sono il solo – che, concludendosi con questo anno scolastico il riordino dell’intero secondo ciclo avviato nell’anno scolastico 2010-2011, sarebbe stato inderogabilmente necessario riordinare – E PER TEMPO – anche l’esame di Stato che lo conclude. Sia nelle Indicazioni nazionali per i licei, anche se in modo più “sfumato”, che nelle Linee guida per gli istituti tecnici e professionali, si insiste sul fatto che il nostro sistema secondario di istruzione si conclude con quella certificazione di cui ormai parliamo da anni. E nelle Linee guida le competenze sono chiaramente indicate come la risultante di una interazione costante e progressiva tra conoscenze e capacità/abilità (il cosiddetto modello dolmen) L’articolo 6 della legge 425/97, che 18 anni fa ha riformato l’esame di Stato, indica chiaramente che, se vogliamo concorrere con l’Europa, o meglio facilitare l’accesso al lavoro o a studi ulteriori i nostri giovani su una platea ormai transnazionale, non possiamo rinunciare ad accertare e a certificare le concrete competenze da loro raggiunte. Ciò per il semplice fatto che una COMPETENZA è da tutti leggibile, un VOTO no!

Così, anche quest’anno abbiamo perduto il treno delle competenze. E sarebbe assurdo che a Pasqua, alla vigilia della chiusura dell’anno scolastico, il Miur intervenisse in merito. Ormai il danno è fatto! Eppure, le competenze terminali del secondo ciclo nelle Linee guida sono chiaramente descritte, anche se distinte per disciplina. A questo proposito, va ricordato che una competenza, soprattutto a livelli professionalizzanti o professionali, difficilmente afferisce a una sola disciplina. E nel corso degli anni (le Linee guida per i trienni sono state pubblicate con due Direttive del 2011), un lavoro di aggregazione pluridisciplinare sarebbe stato possibile.

Per quanto riguarda la “sfumatura” – se si può dir così – delle competenze disciplinari, di cui alle Indicazioni nazionali per i licei, è opportuno sottolineare che nelle stesse Indicazioni sono opportunamente enfatizzati i “risultati di apprendimento comuni a tutti i percorsi liceali” (si veda l’allegato A al dpr 89/10). Tali risultati sono distinti in 5 aree: metodologica; logico-argomentativa; linguistica e comunicativa; storico-umanistica; scientifica, matematica e tecnologica. Ogni area è scandita negli opportuni indicatori. Si tratta di una indicazione di cui le commissioni d’esame dovrebbero tenere il debito conto, soprattutto in sede di colloquio che, com’è noto, è rigorosamente multidisciplinare. E’ noto che non sempre questo criterio viene rispettato, anche per l’oggettiva difficoltà che deriva da anni e anni di insegnamenti assolutamente monodisciplinari. E’ evidente la difficoltà che incontrano commissari e alunni nel momento in cui, come per incanto, si deve passare alla conduzione di un colloquio di cui si ha scarsa esperienza, fatte salve le simulazioni che a volte si conducono nelle quinte classi.

Un’attenta lettura degli indicatori, di cui a ciascun’area, può agevolmente condurre i commissari – e gli stessi insegnanti di classe nel corso degli anni scolastici (le simulazioni finali lasciano sempre il tempo che trovano) – a predisporre giorno dopo giorno criteri e modi per la conduzione del colloquio. Se è vero, com’è vero, che una competenza attraversa sempre più di una disciplina, sarà anche vero che un candidato venga “certificato” come competente nella misura in cui sa aggregare opportunamente i saperi acquisiti e non perché “cade” di fronte ai un singolo quesito: quesito che, in un colloquio professionalmente condotto, non dovrebbe neanche proporsi.

E concludo osservando che l’intero sistema di istruzione è in sofferenza, non solo per gli stanziamenti insufficienti e tutti i mali che lo affliggono, ma anche perché l’amministrazione è improvvida. Le scuole, anzi, le Istituzioni Scolastiche – che dovrebbero essere Autonome – in questo periodo sono tenute alla compilazione del Rav. A quando un Rav anche per la nostra Amministrazione? Solo le scuole devono interrogarsi per scoprire in che cosa devono migliorare? Basta con i generali che scaricano tutto sulle povere truppe!

 

 

Maurizio Tiriticco

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