Pari opportunità

Il decreto “Ripartire dalla scuola”n° 104/2013, fortemente voluto dalla Ministra Carrozza all’articolo 16 riguardante la Formazione dei docenti sollecita “l’incremento delle competenze relative all’educazione all’affettività e al rispetto delle diversità e delle pari Opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere, in attuazione di quanto previsto dall’articolo 5 del decreto legge 14 agosto 2013 n° 93,convertito, con modificazioni, dalla Legge 15 ottobre 2013 , n° 119”.


Oggi la legge 107/2015, la cosiddetta Buona Scuola, riprende questa sollecitazione al comma n°16 della sua stesura finale.

Pari Opportunità

In Italia si è cominciato a parlare di Pari Opportunità verso la metà degli anni 80, sull’onda delle varie risoluzioni europee. La più recente, è la convenzione di Istanbul adottata dal Consiglio di Europa nel 2011.
La filosofia delle Pari Opportunità,affermatasi all’interno del paradigma culturale della complessità, offre l’occasione di coniugare il valore freddo del diritto che parla di uguaglianza con il valore caldo dell’appartenenza e dell’identità che parla di differenza, inaugurando un nuovo pensiero femminile che intreccia queste due dimensioni, superando attraverso una difficile e felice sintesi sia il femminismo che il pensiero della differenza. 
Abbiamo dovuto infatti aspettare la multilogica di Edgar Morin per superare la binarietà del paradigma della linearità che ha permesso a lungo l’alternarsi delle preferenze delle donne “o”per l’uguaglianza del femminismo “o” per la differenza di Lucie Irigaray e delle sue seguaci, le note filosofe italiane come la L.Muraro o A.Cavarero.
La cultura delle Pari Opportunità ha fatto un po’ di fatica ad esprimere il suo punto di vista, contrastata anche dalle teoriche del pensiero della differenza che mal sopportavano che all’interno dello sguardo delle pari Opportunità fosse incarnata, oltre alla differenza, anche l’uguaglianza, evocatrice per loro dell’assimilazione al maschile del veterofemminismo. 
In sintesi le Pari Opportunità costituiscono una “rivoluzione culturale” che cerca di far emergere una nuova progettualità di vita connotata dalla co-responsabilità tra i generi attraverso il superamento degli stereotipi e la ricerca di identità di genere “riconciliate” (Elisabeth Badinter).
Oggi si parla anche di femminismo di IV generazione (Kira Cochrane) caratterizzato dal fatto che le donne affermano che senza la consapevolezza e la solidarietà maschile non si potranno raggiungere obiettivi solidi di PPOO.

Fasi dell’identità sessuale

L’identità sessuale viene definita alla nascita come identità biologica, attraverso l’osservazione del sesso anatomico (genitali esterni), generalmente con certezza, tranne nei casi di ermafroditismo chiamato oggi intersessualità.
Poi subentra l’identità psicologica che consiste nell’accettazione della propria identità biologica sessuale, durante il processo di crescita, altrimenti può sorgere una “disforia di genere” consistente in uno stato d’animo angosciato. 
Alla fine appare l’identità sessuale di mèta che può essere eterosessuale oppure omosessuale.
Inoltre appare sempre più visibile anche la bisessualità.(Jole Baldaro Verde)

Identità di genere.

Se è vero, parafrasando Simone de Beauvoir, che maschi e femmine si nasce ma uomini o donne si diventa, questa maturazione è un processo che va accompagnato- al fine di far scaturire delle identità il più possibile rinnovate dalla cultura e dalla riflessività e liberate da vecchi stereotipi che segnano spesso la sopraffazione del maschile sul femminile- verso un’ottica di parità che valorizzi però le differenze. A questo proposito una particolare vigilanza viene raccomandata nei confronti dei modelli offerti dai MEDIA che rischiano di essere assorbiti a-criticamente. 
Questa maturazione culturale, che si sviluppa dalla identità sessuale biologica, si chiama “identità di genere”.

Stereotipi.

Gli stereotipi consistono in generalizzazioni improprie e semplificazioni arbitrarie. Costituiscono in fondo processi di economia cognitiva e sono assorbiti attraverso una cultura antropologica profonda. Quando contengono implicazioni emotive diventano pregiudizi che spesso sfociano in credenze dicotomizzanti ascrivibili a buono/cattivo,oppure amico/nemico. 
Queste categorizzazioni sono alla base di uno stile cognitivo manicheo, che non tollera ambiguità cognitive - ineludibili all’interno di una sana ricerca di categorizzazione del mondo che sia curiosa, solida e serena- e che presenta una rigidità di pensiero e chiusura a nuove informazioni che possono intaccare le “certezze assolute”.
Gli stereotipi di genere erano (e in parte sono ancora):
UOMO = LOGOS,razionalità,iniziativa,protagonismo,decisionalità,competitività, forza (non solo fisica),aggressività,machismo,ecc.
DONNA = EROS, sentimento, emotività, dolcezza, sensibilità, adattamento, remissività, accettazione, sottomissione,ecc.
Oggi i ruoli sociali sono cambiati, la donna da decenni si è emancipata attraverso il lavoro, riscattandosi da rapporti di sudditanza per mezzo di una nuova autonomia economica e psicologica. Per prima ha “contaminato” gli stereotipi scoprendo che è in grado di assumere iniziative, prendere decisioni, saper argomentare e pensare con la propria testa, di avere una grande forza d’animo, di saper affermarsi nel lavoro, di esser in grado di vivere autonomamente. In questo modo l’uomo ha perso il potere sull’universo femminile.

Autorealizzazione e relazione

Resistono ancora tendenze nell’immaginario genitoriale a considerare per i maschi fondamentale l’autorealizzazione e per le femmine la relazionalità che si rappresentano plasticamente nella domanda implicita alla nascita (a volte esplicitata) per l’uno :-Chi diventerà? E per l’altra :-Chi sposerà?
Razionalmente si è riluttanti ad ammettere tale fenomeno , che comunque modifica il tipo di accudimento ed educazione ma, nei vari focus che recentemente sono stati realizzati sull’argomento all’interno di un progetto comunale, appare chiaramente che invece questi atteggiamenti mentali sono ancora presenti magari non a livello perfettamente consapevole
L’attenzione alla relazionalità è spiegata dal fatto che le donne sono state destinate storicamente al lavoro di cura e che l’assolvimento di questo compito viene di gran lunga migliorato attraverso la competenza relazionale di “mettersi nei panni degli altri”.
Oggi però noi sappiamo che esistono le intelligenze personali, illustrate da H.Gardner, che si articolano in “intelligenza intrapersonale ed interpersonale” allo sviluppo delle quali hanno diritto e bisogno anche gli uomini, oggi più che mai, dati gli episodi di violenza sulle donne.
Gli uomini però fanno più fatica a rinnovarsi e ad accettare un rapporto paritario, rispettoso delle differenze. Hanno capito che il machismo ha fatto il suo tempo ma non riescono ad imboccare la strada del cambiamento senza temere di perdere insieme al potere anche la loro virilità. Contrariamente alle donne , essendo vissuti di rendita sotto l’ombrello del patriarcato, non si sono fatti carico di una ricerca sulla loro identità.
La cultura delle Pari Opportunità raccomanda che invece sia i maschi che le femmine vengano avviati sia all’autorealizzazione che alla relazione.
“Ma sono rimasti minacciosamente intatti gli stereotipi sessuali che più dei ruoli affondano radici profonde nell’inconscio collettivo,veri e propri archetipi “ da L’enigma dell’identità” di Jole Baldaro Verde, Alessandra Graziottin.

La difficile identità maschile

Il fatto che gli stereotipi siano stati giustamente intaccati, anche se non ancora debellati, pone il problema delle identità di genere che dovrebbero dar luogo ad una umanità riconciliata.
Insieme però alla lenta affermazione del mondo femminile si è rivelato anche un crescente disagio maschile, non necessariamente in un rapporto di causa-effetto. Tale disagio acquista più rilievo, ed anche una ulteriore spiegazione, alla luce delle ricerche della moderna embriologia. Queste infatti hanno rivelato che l’embrione, vale a dire l’ovulo fecondato, per cinque/sei settimane risulta femminile, anche se programmato per diventare XY.
Questa necessaria “deviazione” del processo di evoluzione sessuale, insieme al dato di nascere da un grembo femminile, quindi impregnato dalla voce e da una generale gestalt femminile, rende più difficile la differenziazione ed il percorso dell’identità maschile. 
Oggi si sta verificando che la nuova via per superare gli stereotipi maschili, in assenza di una educazione a ciò finalizzata, sembra essere quella della nuova paternità. Il contatto infatti con il corpo tenero del neonato permette e legittima, nei giovani padri che desiderano prendersi cura del loro “cucciolo”, la dimensione della propria tenerezza. Ecco la via pragmatica per la “contaminazione” degli stereotipi ed il loro superamento.
Sta crescendo però una generazione di preadolescenti maschi, confusa e spaesata, che non può più contare sugli stereotipi storici, e che non può aspettare di accedere alla paternità ma che avrebbe bisogno che la generazione dei giovani maschi (25/35 anni) si interrogasse sull’identità maschile attuale, come hanno fatto le donne a partire dalla metà del secolo scorso, offrendo delle riflessioni e degli esempi che siano meno frivoli e superficiali dei modelli mediatici.
Ai media infatti viene attribuita grande importanza in qualità di costruttori della realtà sociale (v.”I media e il corpo delle donne” di Zanardo) perché rendono più visibili, e quindi rafforzano, il livello simbolico di determinati comportamenti sociali e categorie, così come ne celano o ne mettono in secondo piano altri, decretando gerarchie di valori per tutte le identità(v.velinismo e metrosexual).
Lentamente stanno però sorgendo dei piccoli gruppi di uomini (v.www.maschileplurale.it) che cominciano a porsi delle domande sia sulla violenza sulle donne, perpetrata dal genere di cui fanno parte, sia sulla fragilità maschile che rende così difficoltosa la loro identità.

COMITATO PPOO

Nell’anno 1989 era stato costituito presso il Ministero della pubblica Istruzione un Comitato PPOO donna-uomo, insediato presso l’Ufficio Studi e Programmazione , previsto anche dal contratto di lavoro. al quale parteciparono sia le organizzazioni sindacali che le associazioni professionali.
Si è trattato di un Comitato con finalità specifiche e formative, molto diverse da quelle parasindacali di difesa della donna nel mondo del lavoro, tipiche delle Commissioni insediate nei vari Enti Locali.
Il Comitato, che ha visto come prima Presidente la storica P.Gaiotti de Biase e in seconda battuta la senatrice Albertina Soliani, durando in carica fimo al 1998- al quale la scrivente ha partecipato per tutta la durata come rappresentante dell’Associazione Nazionale dei Dirigenti scolastici- ha svolto un egregio lavoro proprio sulle tematiche sollevate oggi dalla Ministra Carrozza e riprese dalla Ministra Giannini.
Successivamente il CCNL del 1998 ha modificato la composizione del Comitato, eliminando la partecipazione delle associazioni professionali e riducendo così il comitato stesso ad un organismo paritario tra membri del sindacato e personale amministrativo, svuotando in questo modo l’organismo delle competenze di tipo formativo che ne avevano decretato l’efficacia ed il successo.
Sarebbe proprio auspicabile che si riprendesse il discorso interrotto nel 1998, istituendo un comitato che pensi alle identità di genere a partire dalla scuola dell’infanzia, come è accennato anche nel recente testo delle Indicazioni per il primo ciclo.

Proposte operative

L’educazione alla cura di sè, degli altri e dell’ambiente e l’alfabetizzazione emotiva ed affettiva sono valenze formative, previste appunto anche dalle nuove Indicazioni, che possono essere avviate e potenziate con la finalità di agevolare la maturazione di nuove identità di genere.
L’educazione alla cura permetterebbe ai maschietti di acquisire a partire dai 3 anni quello sguardo su di sè, sulle relazioni e sul mondo più autonomo e responsabile evitando innanzi tutto la richiesta implicita del prenditi cura di me, fatta spesso dall’uomo adulto alla propria partner, che appare più una domanda fatta all’interno di un rapporto bambino-madre che a quello di coppia. Sarebbe anche un modo per alleggerire la cosiddetta doppia presenza femminile del lavoro in casa e fuori casa che rende così difficile l’esistenza delle donne. 
L’alfabetizzazione emotiva poi, legittimando tutto il ventaglio delle emozioni naturali (paura, rabbia, tristezza e gioia) sia per maschi che per femmine permetterebbe ai primi di mettersi in contatto anche con la paura e alle seconde anche con la rabbia, imparando ad evitare di agire l’emozione stessa e contemporaneamente imparando pure ad esprimerla. Esprimere significa riconoscere, denominare, e fare la richiesta sociale adeguata che consiste:
-rispetto alla paura, invece di fuggire chiedere aiuto, rassicurazione, ecc.
-rispetto alla rabbia, invece di lottare e aggredire, chiedere all’altro di cambiare perché il suo comportamento ci danneggia;
-rispetto alla tristezza, al posto di provare a rielaborare il lutto da soli, chiedere conforto o amore,;
- rispetto alla gioia, se si vuole mantenere la situazione, chiedere agli altri la condivisione.
Se la paura viene inibita fin dalla più tenera età, perché considerata emozione poco virile, può darsi che sul nascere questa venga trasformata in rabbia, con la richiesta sociale inadeguata rispetto allo stimolo iniziale : richiesta più o meno prepotente di cambiamento invece che di aiuto e rassicurazione.
Altrettanto dicasi per la sana rabbia, considerata poco femminile, che spesso le bambine imparano a trasformare in pianto triste e silenzioso, precursore della depressione adulta femminile, tristezza che appare al posto di una richiesta ferma di cambiamento di certi atteggiamenti che sono già violenti e persecutori. 
L’educazione affettiva consiste nel far capire che il rapporto affettivo dovrebbe essere basato su un equilibrio mobile tra legame ed autonomia, un equilibrio che permetta di entrare ma anche di uscire dalla relazione di coppia , come ricorda Remo Bodei nel suo ultimo libro, o di aprirsi ad altri nella relazione amicale. Si tratta di far evolvere la maturazione affettiva dalle fasi asimmetriche del rapporto con l’altro che vanno dalla ricerca di fusionalità a quella di controllo, che cela sempre una dimensione di aggressività, verso la capacità di stabilire un rapporto di affettività in uno scambio paritario. 
Compaiono ben presto tra i bambini e le bambine della scuola primaria le richieste totalizzanti di amicizia rivolte all’amico per la pelle e all’amica del cuore che risultano “soffocanti” per i destinatari cui viene chiesta l’esclusiva. 
Tra i preadolescenti e gli adolescenti l’educazione sentimentale dovrebbe affrontare il tema del cosiddetto amore romantico, fantasia illusoria che si traduce spesso in una idealizzazione totalizzante di fusionalità che porta al desiderio e alla richiesta di annullarsi nell’altro che così diventa il completamento di sé. Questa è la fase tipica dell’innamoramento che però deve evolvere nell’amore di scambio paritario e di rispetto della coppia intesa come due persone separate.(v.F.Alberoni Innamoramento ed amore). Come fare altrimenti a rinunciare alla perdita di una parte di sé quando l’amore finisce? Spesso questa è la ragione della rabbia che si scatena nell’uomo quando non riesce a trattenere la donna all’interno della relazione per cui “o mia o di nessun altro”.
Esiste anche il rischio del sessismo benevolo, in cui l’uomo viene cresciuto con l’idea di proteggere la donna ma che potrebbe però rivelare la non accettazione dell’ eventuale richiesta di autonomia e autorealizzazione, da parte di lei, perché vissuta come una disconferma del proprio ruolo maschile.

Le questioni affrontate sono delicate e richiedono una ineludibile formazione anche personale dei docenti non solo di tipo teorico ma anche riguardante una vera e propria competenza relazionale perché la relazione educativa contiene delle sfumature transferali che toccano i temi dell’emotività e dell’affettività anche dell’adulto.
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Convenzione di Istanbul

La Convenzione di Istanbul fu adottata dal Consiglio di Europa nel 2011,firmata da 29 Paesi, ratificata dal Parlamento italiano nel giugno 2013. Vengono adottate le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socioculturali di uomini e donne, al fine di eliminare qualsiasi pratica basata sull’inferiorità della donna. All’articolo 14, riguardante l’educazione, si sollecitano le azioni necessarie per includere nei programmi scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità dei sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti interpersonali, le violenze contro le donne basate sul genere e il diritto all’integrità personale, appropriati al livello cognitivo degli alunni.