La domanda. Considerazioni marginali di politica dell'istruzione

Dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso è tramontata quasi completamente nel dibattito politico italiano la problematica della programmazione nella politica economica pubblica.

Non sto a dire, perché non è né la sede né l’argomento, le cause di tale tramonto (dal maturare della crisi fiscale dello Stato, allo sviluppo economico internazionale con la fine del gold exchange standard, la crisi petrolifera, l’iniziale massiccio sviluppo della liquidità in cerca di moltiplicazione rapida che data da essa, l’iniziale tramonto del modello ford-taylorista nella organizzazione delle imprese, l’inizio della rivoluzione microelettronica…). In quegli anni fu in discussione quella che probabilmente fu l’ultima “legge” di programmazione economica (in senso stretto) nazionale della prima repubblica e l’ultima a prendere in considerazione l’intero assetto industriale del Paese: quella denominata di “Riconversione industriale” (Legge 675/1977 altre norme successivamente si occuparono di riconversioni parziali e localizzate spesso legate a “fallimenti” specifici).
Naturalmente essendoci tantissime risorse collegate, tutti i settori industriali coinvolti, l’intera distribuzione geografica, l’intreccio degli interessi rappresentati nella politica con le modalità caratteristiche della prima repubblica (per citare nello specifico: Andreotti, Rumor, Donat Cattin, con qualche contentino a La Malfa e Cuccia, e una sinistra arrancante in quella che si rivelò essere l’inizio di una “nuova partita ventennale”… e taccio degli attentati e dei morti quasi quotidiani del terrorismo “nostrano”) fu determinante nell’accompagnare le affermazioni e criteri generali di buoni principi con la rincorsa a usufruire del “dosaggio concordato” di quelle risorse. 
Ma io, oltre che “giovane” e fiducioso nella politica, lavoravo all’ufficio studi economici della CGIL di Milano… discutevo nel merito dei meccanismi di programmazione previsti… non del costume corruttivo “istituzionalizzato” nel riparto delle risorse. Ricordo quel pezzo di storia perché i poli della discussione sulle modalità di intervento pubblico e di programmazione rincorrono ancora oggi i medesimi paradigmi. 
Si possono combinare in una matrice a due colonne e due righe. Programmazione “per settori”, e “per fattori”; “politica dell’ offerta” e “politica della domanda”. Ovviamente sulla matrice le combinazioni sono varie. 
Una programmazione esclusivamente per settori e con primato dell’offerta richiama le diverse storie di “pianificazione sovietica” che stanno alla base di processi di industrializzazione quando devono recuperare ritardi storici. L’intervento pubblico si esprime con il primato assoluto dell’offerta e con interventi finalizzati per settori: la siderurgia, la produzione elettrica, la meccanica, la chimica di base… Il mercato (il confronto domanda/offerta) non ha ruolo
Una programmazione esclusivamente per fattori e con il primato della domanda interviene invece come agevolazione sui fattori che condizionano la produzione, come il costo del lavoro, il costo del denaro, i servizi al credito ma anche il welfare, i servizi all’occupazione e la formazione professionale, l’agevolazione fiscale alle esportazioni… Insomma: facilitare l’impresa nell’uso dei fattori della produzione e il resto è affidato all’impresa stessa ed al mercato.
Tra questi due estremi vi è un ventaglio di combinazioni (fattori/settori; domanda e offerta) le cui soluzioni specifiche dovrebbero costituire “il sale” di una politica economica pubblica. 
Chi ne ha avuto esperienza sa che il primato e l’esclusività dell’offerta della pianificazione di stile sovietico, superata la fase della rincorsa alla industrializzazione, si è via via rivelata incapace di gestire una società moderna e complessa, fino al fallimento. Rimangono i grandi settori di grande prestigio (per esempio l’aerospaziale). Chi si misura quotidianamente con lo sviluppo totalmente affidato alla dinamica di mercato non ha bisogno di incoraggiamenti a enumerarne le contraddizioni. Mi limito a segnalarne una: la incapacità di disegnare lunghe durate, la prigionìa della “corta visione” alla ricerca del beneficio immediato; l’attenzione non alla “curva dello sviluppo” ma alla sua “derivata prima”. Quando si voglia guardare alla lunga durata è indispensabile l’intervento pubblico con la possibilità di offrire in termini selettivi “di settore” risorse a lungo termine, dunque sottratte al vincolo speculativo del breve. E’ così per la ricerca scientifica e tecnologica, è così per lo sviluppo di processi industriali e agricoli ecosostenibili, ecc…ecc… Solo una citazione per risparmiarmi argomenti: Mariana Mazzucato “Lo Stato innovatore“ Laterza, 2014.
Ma occorre intendersi: quando la politica dell’offerta (pubblica) è diretta in modo specifico all’innovazione (intendiamola qui in senso lato) occorre che il detentore pubblico dell’offerta sappia interrogare e interagire proprio con la domanda. Se non si tratta di investire in settori maturi e di “riproduzione” ma di suscitare e promuovere innovazione, si tratta di innescare ed accompagnare una dialettica che non saprei esprimere altrimenti che con le parole “politica della domanda”. 
Significa in sostanza certamente un rapporto diverso tra dimensione pubblica e impresa, tra impresa e mercato. Ma anche un modo diverso di “essere pubblico”. Soprattutto per il nostro Paese, la configurazione del soggetto pubblico è quella di un “ritratto codificato e immobile” (si pensi alla Pubblica Amministrazione…) utile a regolare e governare una società supposta altrettanto stabile ed eguale, attraverso regole astratte, permanenti, neutre. (E taccio qui come tale immobilità del “manuale operativo” della PA si intrecci spesso con la “flessibilità” della corruzione).
La “politica della domanda” non ha solo un versante “economico”. Contiene infatti un nucleo “pedagogico” (la ineliminabile componente pedagogica della “vera” politica), ed una istanza fondamentale di democrazia: il soggetto pubblico nel scegliere ed implementare la politica pubblica, “interroga e discute” con l’interlocutore sociale, e non esaurisce tale interrogazione nella tradizionale mediazione politica che rischia di non funzionare più come tale ma solo come strumento di cooptazione dei gruppi dirigenti. 
E’ necessario “inventarsi” strumenti nuovi per la “politica della domanda”.
Pensavo a tutto ciò sviluppando le analisi contenute nel pezzo “SCUOLA E MEZZOGIORNO” che intrecciano dati del sistema di Istruzione e analisi della situazione socio-economica, e che propongo di seguito. 
L’istruzione pubblica è infatti caratterizzata da una singolare schizofrenia. Da un lato è investita con frequenza rimarchevole da iniziative innovative (la scuola come “ecclesia semper reformanda”); contemporaneamente offre una singolare permanenza di modelli organizzativi, classificazione del lavoro, contenitori di erogazione di esso, tempi, spazi, relazioni entro i quali si sviluppa il procedere formativo. Ma anche: modelli professionali, scale gerarchiche, valori espliciti e sottesi, riconoscimenti sociali che hanno il carattere della lunga durata, quale che sia la frequenza della innovazione reiterata. “L’enciclopedia” dei programmi, delle classi di concorso, delle discipline e dei loro rapporti di importanza nella formazione codificata, hanno durate che scavalcano le “riforme epocali” di certi ministri. E tanti soggetti anche di opposizione, concorrono a rinforzare tale durata. Un valore tranquillizzante, a volte, e che ispira altrimenti tanti rimpianti da “signora mia!!!…”. 
Ma certo non uno strumento capace di affrontare elementi di innovazione necessaria non per il lustro di un Governo ma per cercare di porre rimedio a squilibri socioeconomici dei quali la scuola stessa è parte e condizione.
Saremo capaci di organizzare e praticare nel sistema dei Istruzione quella “politica della domanda” o rimarremo sempre prigionieri del consolidato ma spesso ammuffito “modello dell’offerta” predefinito nell’ordinamento?
Riprendo il tutto in quella riflessione, come sempre troppo lunga. Grazie della pazienza