Un popolo di mascalzoni

Avevo 13, 14 anni, vivevo a Ostia, o meglio, allora “Lido di Roma”, come voleva il Duce, ed ero solito prendere il trenino e venire a Roma, per incontrare parenti e amici, e, quando giungevo all’altezza dell’E42, sulla destra, mi si profilava gigantesco il Colosseo quadrato… cosi eravamo soliti chiamare il Palazzo della Civiltà Italiana.

E in alto figurava una scritta: «Un popolo di poeti di artisti di eroi di santi di pensatori di scienziati di navigatori di trasmigratori». E ogni volta il mio orgoglio di essere italiano e balilla moschettiere andava alle stelle. Avevamo costruito un impero e nel ’42 avremmo dovuto celebrare il ventennale della Marcia su Roma e dell’avvento – si badi bene, l’avvento – del Regime fascista. E l’E42 sarebbe stata quella esposizione universale che avrebbe celebrato la nostra ritrovata identità nazionale e la nostra grandezza. E avremmo avuto il riconoscimento del mondo intero.

A Ostia frequentavo il ginnasio alla scuola statale “Anco Marzio”, il mitico re romano fondatore della città marinara. E avere a che fare con il latino e il greco mi riempiva d’orgoglio. Possedere gli strumenti per conoscere la nostra storia non era cosa da poco. Il Regime insisteva sulle nostre origini imperiali, sulla necessità di valorizzarle al massimo per dar vita a un’Italia memore e orgogliosa del proprio passato e proiettata su un avvenire altrettanto radioso. L’inno a Roma ci riempiva di fierezza: “Sole che sorgi libero e giocondo, sui colli nostri i tuoi cavalli doma. Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma”. E io che facevo gli studi classici sapevo anche che quei versi erano di Orazio, dal Carmen Saeculare: “Alme Sol, curru nitido diem qui promis et celas aliusque et idem nasceris, possis nihil urbe Roma visere maius”.

La lira ormai da tempo faceva aggio sull’oro – così si diceva – e all’estero essere italiani non significava più essere mendicanti o lestofanti. Stavamo ricostruendo il nostro orgoglio patrio. Gli sventramenti nel centro di Roma avevano liberato i Fori e le Basiliche romane e avevano permesso la costruzione di quella Via dell’Impero che dall’Arco di Costantino a Piazza Venezia permetteva la vista del nostro glorioso passato. Che cosa poteva volere di più in quegli anni un ragazzo italiano? Nulla, se non la volontà di crescere, studiare e adoperarsi per fare ancora più grande la Patria. E non ero il solo a pensarla così.

Ma dopo… il diluvio! Il balilla moschettiere deve dismettere divisa e speranze, orgoglio e certezze! Il tutto in un lasso di tempo brevissimo, dal 25 luglio all’8 settembre di quel fatidico 1943. In poco meno di due mesi il balilla moschettiere, che nel frattempo, in forza della Leva fascista era anche diventato avanguardista, dovette ripensare a tutto ciò che in una quindicina d’anni aveva costruito nella sua testa. E non fu affatto cosa facile! Quanti amici e compagni di scuola non furono capaci di mettersi in discussione, o non vollero, e aderirono alla Repubblica Sociale Italiana. I Battaglioni M e la Guardia Repubblicana li accoglievano a braccia aperte. Non furono in pochi a partire per il Nord: “Abbiamo prestato un giuramento”, mi dicevano, e non potevo dar loro torto. Anch’io avevo giurato e quante volte nel corso degli anni. Ogni occasione era buona per giurare: il primo giorno di scuola, il 23 marzo, il 28 ottobre, il 4 novembre… le ricorrenze erano tante! Lo ricordo a memoria: “Nel nome di Dio e dell'Italia, giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e, se è necessario col mio sangue, la causa della Rivoluzione Fascista”. Solo allora capii la mostruosità di imporre un simile giuramento a dei bambini!