Alcuni pensieri su alternanza scuola-lavoro e "canale duale”.

La giornata conclusiva della prima fase di dibattito intorno ai temi della “Buona scuola” che si è svolta a Roma il 13 dicembre scorso ha rappresentato una prima sistemazione della grande messe di contributi pervenuti dai diversi soggetti dopo il lancio della proposta ad opera del governo. A livello di orientamento  generale credo si sia trattato di un buon lavoro, caratterizzato anche da un “clima” sorprendentemente positivo, quale ormai raramente è possibile trovare nel mondo della formazione, provato da decenni di incertezze, tagli ministeriali e veti sindacali.

 

Ad onta di alcune informazioni giornalistiche, tese a rappresentare ancora l’universo scolastico come chiuso in se stesso e teso solo alla conservazione, anche le posizioni enunciate nel documento conclusivo, se da un lato chiudono a concezioni del merito legati unicamente a “premialità” di stampo brunettiano, dall’altro aprono significativamente ad una articolazione della funzione docente che comporta una vera e priopria “carriera”, che vuole dire esercizio di compiti diversificati ed anche comportanti impegni crescenti di lavoro riconosciuti sul piano retributivo in maniera stabile e costituenti gradini verso la dirigenza scolastica e/o ispettiva.

Naturalmente, tutto sta poi nel veriificare i criteri di formazione dei titoli che entreranno nel portfolio di ciascuno, che debbono sicuramente rimandare a momenti e soggetti di valutazione diversi, ma insomma: nessuno potrà invocare il dissenso della categoria di fronte a un tema che spesso è stato considertao tabù.

L’altro tema grande tema, realmente decisivo, su cui a un avanzamento in termini di principio deve ancora corrispondere un impegno rilevante e tutt’altro che scontato di ricerca e di revisione di posizioni del passato è quello del rapporto tra sistema formativo e lavoro.

Per un verso sembrano infatti definitivamente superate le idiosincrasie verso la finalizzazione del percorso scolastico anche verso la gli sbocchi occupazionali. Si dice infatti nel documento conclusivo “Abbiamo sempre più necessità di una scuola che costruisca le competenze necessarie ad affrontare il mercato del lavoro”, nella consapevolezza che la dimensione territoriale e le esigenze del mondo produttivo possono rappresentare una bussola per orientare i percorsi formativi”. Non solo. Con ancor maggiore chiarezza si assume il prncipio secondo cui occorre definitivamente superare quel pregiudizio contrario ad ogni modo innovativo di insegnare secondo cui la “formazione tecnica e professionale  sarebbe una formazione di serie B”.

Dall’altra parte, però, queste buone intenzioni  non sembrano sufficienti a superare un l’ equivoco contenuto   nel testo originario della “Buona scuola”, là dove per un verso si valorizza giustamente l’esperienza che molte scuole stanno conducendo nei percorsi di alternanza scuola-lavoro, dall’altro si individua questo strumento come la via per arrivare a una sorta di versione italiana del “canale duale tedesco”, fino ad arrivare a sostenere la possibilità di una obbligatorietà di tali percorsi nel curricolo, almeno per duecento ore annuali.

E’ evidente che questa posizione nasce dalla giusta valorizzazione del carattere di metodologia didattica dell’alternanza, ma è altrettanto chiaro che non ha nessun senso dilatare tale valenza fino ad avanzare una  ipotesi  di obbligatorietà che equivarrebbe ad attribuire lo stesso significato e la stessa modalità di attuazione  sia nei tecnici, sia nei licei, sia nei professionali, sia nel sistema di istruzione e formazione professionale.

E ciò non soltanto per l’ovvia considerazione, avanzata in tutti gli incontri dall’associazionismo imprenditoriale, che semplicemente non esiste la possibilità materiale di portare in azienda milioni di studenti per due mesi l’anno,  ma soprattutto perché la base del sistema duale sta proprio nel suo carattere specificamente professionalizzante, mirante a fornire allo studente (anzi, sarebbe più giuto dire al lavoratore-studente, viste le dimensioni e la struttura normativa del contratto di apprendistato in Germania) competenze direttamente orientate se non proprio in una specifica azienda almeno in un settore, con un intervento strutturale  delle aziende nella definizione dei curricola.

Voglio dire che l’alternanza che si pratica oggi nei percorsi sperimentati positivamente negli istituti tecnici e professionali e ,  sempre più largamente, nei licei, è comunque finalizzata ad una preparazione di base, seppure innervata nelle situazioni che ne fanno sperimentare l’utilità  tecnica e sociale,  mentre quella  presente nei percorsi di istruzione e formazione professionale ha il significato di far conseguire competenze operative e,  attraverso queste,  il loro sviluppo in percorsi di istruzione tecnica superiore.

Non a caso gli istituti professionali di stato, che  si trovano a mezza strada tra gli uni e gli altri, stanno vivendo una profonda crisi di identità.

Altra cosa ancora è la prospettiva di sviluppare il canale dell’apprendistato che purtroppo nel nostro paese – al di là delle buone intenzioni della riforma varata con il Decreto Legislativo 34/2014 -  è ancora largamente inattuato, tanto che copre solo il 17% dei contratti dei giovani tra 16 e 29 anni.

Come dice il  recente documento della Conferenza delle Regioni e delle province autonome, spedito dal prediente Chiamparino come contributo alla “Buona scuola”  il problema che ne mina la diffusione è proprio  “ la mancata correlazione tra salario e impegno formativo dell’apprendista, come avvviene con successo in Germania, dove un apprendistato  riceve  circa il 30% di un lavoratore già qualificato”.

Rimane perciò da capire – ed è questione centrale –  su quale base si voglia avviare la prospettiva di contratti di apprendistato nel triennio dei tecnici e dei professionali. Interessante, ma tutta da esplorare e non rpiva di criticità, appare  infatti la prospettiva con cui si conclude la scheda di sintesi finale della “Buona Scuola” quando afferma che “la riflessione va posta sul concetto di contratto di lavoro, definendolo come contratto formativo anziché come contratto lavorativo con fini formativi”

Io penso che  vada  davvero incoraggiato, riconosciuto e generalizzato  il lavoro generoso e qualificato che svolgono insegnanti progettisti e tutor  nelle scuole in cui centinaia di studenti vanno in azienda per rinforzare le loro competenze e per ri-unificare gli aspetti di istruzione generale e di indirizzo con percorsi di natura curricolare  che sono parte integrante di ciascun specifico  percorso formativo e collocati in orario scolastico. Per questo gli apprendimenti acquisiti attraverso l’esperienza sul campo debbono essere messi in rapporto con quelli acquisiti nel contesto d’aula, costantemente verificati e certificati congiuntamente dalle imprese e dalle scuole, diventando parte integrante della valutazione disciplinare. In questo quadro vanno anche inquadrate le imprese didattiche, che non sono solo quelle -  per intenderci -  che si sviluppano negli istituti agrari o alberghieri e che si collocano nel mercato reale, ma anche quelle simulate e operanti su piattaforma web, a lungo e colpevolmente trascurate dal MIUR.

 L” ’obbligatorietà” dovrebbe allora avere il senso di assicurare il diritto all’alternanza in tutti gli indirizzi, cascuno con le sue specifiche modalità e con modalità specifiche di formazione dei docenti impegnati nella loro progettazione, nel tutorato e nel monitoraggio ma non può sfociare in una sorta di canale duale italiano.

In questa direzione, viceversa.  potrebbero andare le esperienze condotte nell’ambito dell’istruzione e formazione professionale  e dell’istruzione tecnica superiore così come chiede il documento delle Regioni sopra citato.

L’IeFP infatti, che presenta in alcune regioni quote orarie di permanenza in azienda non lontane dal 35% del curricolo,  interessa oggi l’8% dei 14-18enni e assicura al 60% dei qualificati il collocamento nel mondo del lavoro a sei mesi dalla qualifica. Né costituisce solo una seconda chance contro la dispersione ( e sarebbe già un elemento della massima importanza) ma spesso costituisce – come avviene nel mondo di lingua tedesca – una via verso  l’istruzione tecnica superiore.

Tuttavia, stanno venendo al pettine molti nodi irrisolti:

  • molte  legislazioni regionali sono ancora ferme al 1978;
  • manca ancora un rigoroso regolamento nazionale per l’accertamento dei livellli essenziali di prestazione in tutto il paese, così come previsto dall'art. 15 del decreto legislativo 17 ottobre 2005, n. 226; in questo ambito appare indispensabile che le prove INVALSI vadano estese anche al sistema dell’IeFP;
  • non esiste ancora una adeguata regolamentazione per disciplinare i passaggi dal sistema scolastico a quello formativo e viceversa, applicando la norma prevista e mai attuata dal D.l. 226/2005 
  • a seguito degli “organici raccordi” del 2010  fra i percorsi degli istituti professionali di Stato e le agenzie formative accreditate dalle Regioni, si sono rivelate molte criticità,  soprattutto nei percorsi di “sussidiarietà integrativa”, cioè che consentono agli studenti di conseguire contemporaneamente una qualifica triennale di IeFP e un diploma quinquennale di istruzione
  • proprio nelle situazioni più avanzate avanza una  crisi  finanziaria profonda, se si pensa che dal Ministero del Lavoro arrivano alle Regioni fondi corrispondenti  a mille euro per studente e che i bilanci delle Regioni sono sempre meno capaci di sostenere autonomamente percorsi che conducono comunque all’assolvimento dell’obbligo di istruzione

 

Le Regioni vanno prese in parola quando dicono che esse devono “garantire il rispetto di una serie di disposizioni relative all’offerta,ai livelli di quaità delle strutture formative e dei percorsi”.

 

Sviluppare le intuizioni della “Buona scuola” sui rapporti tra formazione e lavoro,  insomma, significa da un lato creare le condizioni necessarie perché la metodologia didattica dell’alternanza in tutte le sue forme possa  generalizzarsi. Dall’altro, precisare, rinforzare e controllare il  settore che è più vicino al modello tedesco, quello dell’istruzione e formazione professionale.

 

Se si vuole farlo, si deve cominciare subito, poiché occorre sapere che anche le scuole con più esperienza hanno avuto questo anno un momento di scoraggiamento nel prendere atto degli ulteriori tagli ai fondi stanziati per l’alternanza; e che anche nelle Regioni più avanti nella costruzione dell’IeFP c’è il rischio di non assicurare servizi sempre più essenziali per il recupero della dospersione, per l’orientamento e per lo sviluppo delle competenze più vicine al sistema delle piccole e medie aziende.

 Aldo Tropea