La valutazione dei dirigenti scolastici: tanto tuonò che ....

 Lungi da me l’intenzione, al di là dell’ironia inevitabile, di discutere nel merito e nel metodo il sostanziale “rinvio” del terzo appuntamento previsto nella contrastata, faticosa e contraddittoria impresa (che continuo a ritenere storicamente necessaria per il nostro Paese) della costruzione di un sistema nazionale di valutazione del sistema di istruzione: la valutazione dei Dirigenti.

 

Per ora, dunque, sono a regime, o si avviano ad esserlo le rilevazioni standard dei livelli di apprendimento (occorre ripetere fino alla noia che non si tratta di valutazione degli alunni… ci sono ostacoli soggettivi a tale consapevolezza duri ad essere abbattuti) e la valutazione delle organizzazioni scolastiche. Se si preferisce: valutazione delle istituzioni scolastiche.
Trattasi, a quanto si comprende, di un rinvio nel senso che il modello valutativo e il suo protocollo andranno esplorati come previsto per tutta la parte che chiama all’impegno auto valutativo e documentario il Dirigente Scolastico, mentre viene rimandata la parte di protocollo affidata alla valutazione/apprezzamento esterno, e dunque si rinvia l’effetto economico (di cui è responsabile il Direttore Regionale/datore di lavoro) conseguente alla azione istruttoria dei nuclei di valutazione esterna.
Tale rinvio è prodotto di un confronto tra il MIUR e le organizzazioni rappresentative dei Dirigenti Scolastici, sindacali ed associative, in una pluralità di posizioni e richieste, anche molto diverse tra loro. Ma il soprassedere rappresenta comunque un (sia pure insufficiente) “massimo comun divisore”. Per tale motivo non ho intenzione di discutere “le ragioni” delle parti, sia del MIUR che delle associazioni rappresentative.Vorrei però proporre qualche ragionamento per sostenere che si tratta in sostanza di una sconfitta per tutti (o il rischio che di ciò si tratti).

Peggio tardi che mai

La tentazione autobiografica è forte: dal 2001 a oggi ho partecipato a tutte le esperienze di costruzione di un sistema di valutazione dei Dirigenti Scolastici, a partire dalla prima coerentemente collegata proprio con il passaggio dei Presidi alla dirigenza in connessione con l’Autonomia delle istituzioni scolastiche. Progetto seguito dall’Università di Milano (Bicocca). E si trattava in sostanza di una forma di autovalutazione su base documentaria. L’esame della documentazione autoanalitica presentata dal Dirigente era effettuata da una terna di “valutatori”: un Ispettore, un Provveditore, un tecnico esterno al mondo della scuola.
Poi vi fu la costruzione di un progetto che prevedeva le visite sul campo (sempre una terna di valutatori: ispettori e un dirigente amministrativo, ma non tecnici esterni). Il progetto era affidato scientificamente all’Università di Roma Tor Vergata (Prof. Massimo Decastri). Mantenne un carattere “sperimentale”: l’esito “istruttorio” delle visite dei valutatori esterni veniva consegnato al “valutatore finale” (il Direttore USR) che esprimeva un giudizio, ma non vi era collegato un dispositivo economico. (SIVADIS nelle sue diverse versioni).
Alla fase di rielaborazione ulteriore, gestita dalla Direzione del Personale del MIUR, fu intenso anche il rapporto/consultazione nel merito con i Sindacati e con l’associazionismo dei Dirigenti Scolastici. (Partecipavano al confronto in fase di progettazione ed elaborazione del protocollo).
Poi il progetto fu affidato all’INVALSI (Presidente Piero Cipollone) che costituì un gruppo di lavoro nazionale di “esperti” (quorum ego) e che rielaborò un modello nel quale si prevedeva il collegamento tra esito della valutazione e retribuzione di risultato. Mai sperimentato. Il “modello” dopo mesi di lavoro fu lasciato cadere…
Ho seguito tutte le esperienze sia partecipando alla progettazione, sia facendo il valutatore “sul campo” laddove si tentò la sperimentazione effettiva.
Il comune denominatore di tutte le esperienze fu …il rinvio. Sempre accompagnato dalla declamazione della necessità di un sistema di valutazione della Dirigenza Scolastica..
Tale conclusione ha sempre visto convergere le posizioni sia della categoria professionale interessata (i Dirigenti Scolastici), sia delle organizzazioni sindacali e professionali che la rappresentano, sia il MIUR, segnatamente la Direzione Generale del personale (il “datore di lavoro” insomma..); sia, per altro verso, le opinioni politiche tanto di maggioranza che di opposizione (nei loro alternativi ruoli..). Un comune convergere sulla opportunità del rinvio… della durata effettiva di una quindicina d’anni. Il tutto in costanza di leggi che tale valutazione prevedono e di altrettante affermazioni nei contratti di lavoro corrispondenti.

Credo che se uno qualunque dei potenziali protagonisti della vicenda (un Dirigente Scolastico, un Sindacalista, un Dirigente del MIUR, un politico che si occupa di scuola…) fosse in grado di fare un passo di lato rispetto agli interessi immediati che rappresenta e si misurasse con l’impresa di  elaborare un giudizio storico-politico di tale quindicennale rinvio, troverebbe assai difficile reperire spiegazioni comprensibili e convincenti da offrire a qualunque cittadino interessato alla res publica (alla Repubblica…), che non comportassero giudizi negativi per tutte le sunnominate categorie di interessati.

Ovviamente per ciascun rinvio ci fu un corredo di spiegazioni: di espressioni soddisfatte di vittoria, da un lato del contendere, o di misurato disappunto sull’opposto versante. E la cosa si ripete ora.
Confesso che ciò mi genera una reazione di incredulità: si tratta in realtà di una conclamata incapacità politica, amministrativa, sindacale, culturale, tecnico-scientifica di affrontare e risolvere un impegno pure affermato e riconosciuto come necessario e significativo. Certamente per ciascuna occasione l’enumerazione delle ragioni contingenti può cercare consenso, e le parti ritenersi soddisfatte… Ma la vita di un sistema di istruzione è caratterizzata da processi di lunga durata, non può accontentarsi della contingenza opportunista di piccoli risultati. Un sistema scolastico, per definizione opera con il futuro, costruendolo con cadenze pluriennali, non con l’esito di una piccola trattativa di convenienze immediate. Tanto più se “il metodo” viene reiterato per anni…

Più serio sarebbe dire: “Dovremmo costruire un sensato sistema di valutazione dei dirigenti, ma non ne siamo capaci”. Se non altro ciò costringerebbe tutti i protagonisti ad una sorta di coming out nel quale finalmente misurarsi con le “vere ragioni” di tale incapacità. 
La ricerca di tali “vere ragioni” ovviamente non è impedita a chi si cimenta e si è cimentato con le diverse ipotesi e modello proposti, non risparmiandosi la critica, ma partendo dalla necessità di costruire il sistema, limitandone i difetti, superandone le resistenze di prima applicazione e ribadendo la dimensione di ricerca permanente di miglioramento dei protocolli e degli strumenti [1]

Ed è sulla base di tale approccio che non ha mai risparmiato analisi critiche e proposte di modifica ai modelli e ai protocolli di valutazione, tanto meno ai più recenti, che affermo che tale ennesimo rinvio corrisponda in realtà ad una sconfitta per tutti i protagonisti.
Paradossalmente proprio la “parzialità” del rinvio della applicazione del modello di valutazione predisposto, è elemento di maggiore preoccupazione e sconforto. 
Da un lato è stata compiuta la faticosa (e faticante… ) costruzione del modello; sono stati definiti i protocolli e gli strumenti (complessi e discutibili) sono stati individuati i valutatori e “iniziati” attraverso una prima formazione. Le notazioni critiche per ciascuno di tali passi sono rintracciabili nelle pubblicazioni citate.
Dall’altro lato si dice: procediamo in tale percorso, ma “risparmiamoci” l’atto finale di tutto ciò (che ne completerebbe il significato) e non diamo luogo agli effetti economici del percorso valutativo.
L’apparente “buon senso” di tale parziale applicazione (vediamo come va… ) cela in realtà la contraddizione essenziale ed esiziale. Poiché la valutazione è processo “duro” e la conclusione “economica” del processo valutativo è la rappresentazione esemplare di tale durezza, si sceglie di smorzare i significati, si copre l’impegno con una coltre tranquillizzante, che ne favorisca l’accettazione (si veda l’enfasi sulla finalità del “miglioramento” disappropriata quando si tratti di contesto di rapporto di lavoro). Ho già sostenuto altrove che in tal modo, in realtà, si ottiene esattamente il contrario.
E’ infatti proprio la assunzione consapevole della durezza del rapporto tra processo valutativo e riflesso economico (e non è un problema di quantità, ma di valore simbolico...) che dà senso all’impegno professionale ma anche a quello critico, politico, scientifico e tecnico, verso i protocolli e gli strumenti e che dà fondamento alla “durezza” del confronto sindacale e politico. 
Se (per responsabilità plurime) si tende invece a “tranquillizzare” si sostituisce al confronto critico il gioco delle parti su un canovaccio inevitabilmente segnato da opportunismo, quali che sia la durezza verbale che caratterizza le dichiarazioni “vittoriose”, o la moderazione comprensiva di chi fa proprio il rinvio.
Sono, naturalmente, opinioni personali. Ma abbiamo già provato tutti a misurare ciò che accade in rinvii come questi… vi è il rischio che se ne riparli anni dopo e ricominciando tutto daccapo. Spero ovviamente di sbagliarmi.

Sconfitte e responsabilità

Vorrei argomentare la mia un poco drastica opinione che si tratti di una sconfitta per tutti, ponendomi soprattutto dalla parte dei Dirigenti Scolastici e diverse rappresentanze.
Le critiche, anche appuntite, che in questi mesi ho indirizzato al MIUR, all’INVSALSI, o comunque a chi si stava materialmente occupando di progettare ed implementare il modello sono facilmente ricostruibili dalle pubblicazioni citate [2]. In particolare

1.      Il punto di estrema debolezza costituito dalla effettiva disponibilità quantitativa e qualitativa di un adeguato numero di valutatori. In particolare la loro selezione, variegata secondo Uffici Regionali e solo iniziale formazione.

2.      La complessa, difficile e a volte contraddittoria composizione tra obiettivi del DS desunti da linee guida nazionali, altri connessi a RAV/PDM/PTOF, altri ancora definiti dal “valutatore finale” Direttore dell’USR e “datore di lavoro”. La panoramica delle scelte dei diversi USR è francamente distonica, e paradossalmente in alcuni casi si tratta di obiettivi per i quali il DS non ha padronanza di strumenti operativi (si vedano per es. obiettivi relativi al controllo degli esiti scolastici “a distanza”)

3.      L’appesantimento dei dispositivi documentari (per es. struttura ed articolazione del portfolio), derivante e/o coniugata con la loro “standardizzazione” nazionale. In tale tensione che si riflette nella intensità di impegni documentari (spesso repliche di altro: PTOF, RAV, PDM…) si intersecano processi e ragioni  contraddittori: le preoccupazioni sistemiche della omogeneità trasferite non sulla formazione dei valutatori, ma sui “documenti”; la sottovalutazione della “soggettività” dell’oggetto di valutazione (una persona in contesto professionale, non una organizzazione); La tentazione del prevalere del controllo sulla valutazione (son cose diverse come noto).

Solo il coraggio di passare alla effettiva sperimentazione sul campo avrebbe potuto, se assistita da impegno critico e non da banale preoccupazione adempimentale, correggere per via e sulla base di  dati “sperimentali” il modello e i protocolli. C’è qui una responsabilità politico-amministrativa estesa dalla fase di progettazione del modello (condivisione, confronto tecnico scientifico, ascolto critico…) alla organizzazione delle procedure di implementazione, alla tardiva e insufficiente “scoperta” della essenziale esplorazione del consenso (che per tutte le esperienze di valutazione è “condizione” di corretta realizzazione) solo nella parte finale ed attuativa. Il rischio, ripeto, è di ricominciare daccapo la “prossima volta” (il prossimo Ministro, la prossima maggioranza, i prossimi dirigenti del MIUR…)

Una occasione sprecata

Ho voluto elencare le posizioni critiche rielaborate fino a venirmi ad uggia, per togliere ogni equivoco alla convinzione che i Dirigenti Scolastici e le loro rappresentanze, significativamente quelle sindacali abbiano perso una buona occasione.
Una questione di fondo: Il “mestiere” fondamentale del Sindacato è rappresentare l’offerta di lavoro sul mercato del lavoro, a partire dalla considerazione che il “potere della domanda” (nel nostro caso la Pubblica Amministrazione e lo Stato) può essere bilanciato solo da una rappresentanza collettiva. Trattasi di ABC del mestiere.
Ciò significa che è interesse intrinseco della organizzazione collettiva promuovere, difendere, consolidare il “valore” (professionale e nel nostro caso scientifico, culturale ecc..) della offerta rappresentata e “fare proprio” tutto ciò che tale valore incentiva, socializza, offre al consenso sociale più allargato. Certamente la storia ricorda organizzazioni “corporative” che in realtà non contrattano sul mercato del lavoro ma ripartiscono opportunisticamente con il potere piccoli o men piccoli privilegi. Ma stiamo alle organizzazioni di massa. 
Se promuovere, consolidare, estendere, far riconoscere socialmente il “valore” dell’offerta di lavoro rappresentata è il cuore della azione culturale del sindacato, allora la “valutazione” delle professionalità rappresentate è interesse intrinseco, non una “disgrazia” da cui ripararsi. E come ovvio ciò vale non solo per i Dirigenti.
Quel valore deve essere utilizzato per alimentare la contrattazione stessa e bilanciare il rapporto con la domanda realizzando equilibri più avanzati.
Ciò significa che il “capitolo valutazione” dovrebbe fare parte del programma stesso, proprio e autonomamente definito di quelle organizzazioni, non o non solo un argomento cui sono chiamate a discutere dalla controparte. E di cui contrattare applicazione (meglio su proprie proposte), non scongiurare realizzazioni..

Si tratta di affermazioni necessariamente schematiche, e rielaborabili con altrettanto necessarie subordinate, precisazioni, condizionali, ecc… ma a me pare che ad esse si annodino alcuni elementi specifici della condizione dei Dirigenti Scolastici nell’ambito generale della dirigenza pubblica che trovo più interessante discutere.

Dirigenti Scolastici e dirigenza della Pubblica Amministrazione.

Come sappiamo l’intera materia della “contrattualità” dei rapporti di lavoro pubblici  è raccolta nella “summa” dei dlgs 165/2001 e 150/2009. Si tratta di una summa oggi sottoposta a prevista riformulazione che investe il programma di riforma della pubblica amministrazione, che meriterebbe certo maggiore attenzione nel dibattito politico. Mi interessa qui sottolineare che a partire dalla affermazione dell’art.1 (comma 2) del 165/2001 si afferma una tendenziale ed universale omogeneità di comparti assai diversi tra loro sotto il profilo ”produttivo” e con un solo elemento in comune: sono definiti “amministrazioni pubbliche”.
Si va dalle amministrazioni dello Stato propriamente dette, alle scuole, alle Regioni, Comuni, Comunità montane…,  alle università, alle Camere di Commercio, a tutti gli enti pubblici non economici, alle aziende ed enti del Servizio Sanitario, agli Istituti autonomi case popolari.

Su quella base, per oltre un quindicennio, si è provveduto a costruire equivalenze, parametri comuni, confronti contrattuali e di retribuzioni, ecc…
Il segno (triste) di tale forzata omogeneità è testimoniato dal fatto che oggi, tra le organizzazioni dei Dirigenti Scolastici, circola una rivendicazione: vogliamo essere pagati come i Dirigenti della Pubblica Amministrazione…
Sostengo da anni che il Dlgs 165/2001 andrebbe semplicemente accantonato o, se si vuole, quella forzata ed artificiosa omogeneità che esso introduce andrebbe drasticamente superata per declinare in modo opportuno le specificità legate alle “funzioni produttive” reali esercitate dai diversi settori pubblici.
Certo può apparire più comodo e sbrigativo affermare “voglio una retribuzione pari a quella di un dirigente del MIUIR”, ma conosco gli effetti di rivendicazioni che prescindono dal “valore specifico” del lavoro rappresentato. Sono personalmente passato attraverso la trasformazione degli ispettori scolastici (inquadrati nel comparto scuola) in Dirigenti Tecnici equiparati a dirigenti di seconda fascia. Certo il mio reddito ne ha guadagnato, ma tale assimilazione ha segnato l’inizio della fine del ruolo specifico degli ispettori e il loro decadere, numerico e di ruolo svolto.

Sottolineo che quella forzata omogeneizzazione corrisponde ad una reale “egemonia culturale e professionale” impropria della Dirigenza Amministrativa dello Stato propriamente detta.
L’elemento che rende impropria tale centralità è che si tratta, dati alla mano, di un aggregato di dirigenti quantitativamente assolutamente minoritario: se si sommano quelli del settore enti locali, della scuola, del sistema sanitario, i dirigenti della PA in senso stretto sono una assoluta minoranza. In nome di quale “principio” (sindacale, professionale, istituzionale…) devono rappresentare i punti di riferimento per inquadramenti, retribuzioni, rapporti contrattuali?
La risposta è una sola e nulla ha che a vedere né con gli attributi professionali (preminenza quasi assoluta la competenza giuridica, a fronte di competenze tecnico scientifiche impegnative come per la scuola o il sistema sanitario..) né per i servizi resi ai cittadini ed ai loro diritti sociali come è per tutti i settori del welfare. Lascio volentieri enunciare la risposta ai lettori.
Quello che segnalo è la necessità che proprio le organizzazioni sindacali e professionali dei Dirigenti Scolastici dovrebbero battersi, e duramente, per sconfiggere quella egemonia “amministrativa” ed affermare il valore della specificità professionale di coloro che rappresentano. Cominciando a buttare all’aria quella “bibbia” impropria del dlgs 165/2001.
Io credo che la costruzione di un sensato sistema di valutazione per le migliaia di Dirigenti scolastici sarebbe una carta fondamentale per destrutturare l’egemonia esercitata dalla “centralità” del Dirigente della Pubblica Amministrazione. Si provi solamente a pensare al MIUR e al sistema di valutazione utilizzato per quei dirigenti amministrativi (e di cui è meglio tacere..), e si immagini in una ipotetica trattativa/confronto, su qualunque tema. 
Il tavolo di confronto sarebbe reso nettamente asimmetrico e a favore dei Dirigenti Scolastici, chiunque fosse a guidare il MIUR… 
Lasciate invece operare quella egemonia di fatto e ogni trattativa sarà all’insegna “dell’aggiustamento” di piccolo cabotaggio se non addirittura indicare la controparte (la PA e i suoi dirigenti) come “modello” delle proprie rivendicazioni.


Il valore della specificità “produttiva”

Utilizzare la valutazione come “carta” per destrutturare quella egemonia avrebbe anche il significato più ampio di collocare la “specificità” della Direzione Scolastica, del suo profilo di ruolo, dei suoi connotati professionali come effettivo terreno di confronto, socializzazione e definizione del rapporto di lavoro.
Personalmente trovo inappropriata ( e per me confesso insopportabile) una tendenza a definire “ciò che sono o dovrebbero essere” i Dirigenti Scolastici che prescinda proprio dalla esplorazione del piano strutturale del rapporto di lavoro. In particolare si fa un grande uso di “metafore” più o meno affascinanti. Certo feconde nella loro ambiguità (come tutte le metafore) ma, a mio parere, si richiederebbe una qualche più assennata disciplina trattandosi di rapporti di lavoro. 
Il Dirigente Scolastico come “leader pedagogico”, come “costruttore di comunità”… sono metafore affascinanti, appunto, ma rischiano di “parlare d’altro”. Non a caso una ricerca sul campo condotta con una metodologia che osserva da vicino i processi, le attività, il lavoro, i comportamenti come quella realizzata dalla Fondazione Agnelli con metodologia shadowing, parla di “Dirigenti equilibristi”[3].

Qualche dato.

1.      Con il dimensionamento attuale un Dirigente Scolastico dirige un aggregato di dipendenti che sta tra le 150 e 250 unità (tralascio le reggenze). Nel panorama economico italiano si tratta di dirigere una impresa di medie dimensioni (certo la classificazione dipende dal settore produttivo…). 
Una piccola impresa che, per ciò che “produce” e per “come”, ha una particolare e strutturale concentrazione di lavoro vivo, con ampi margini di autonomia del singolo e bassi tassi di “gerarchia produttiva”, bassa “ordinabilità” delle mansioni (sia pure in aumento con la crescente “composizione tecnologica” dei processi, ma è carattere “strutturale”). Dunque il suo dirigente avrà la “gestione del personale” come elemento specifico della sua attività quotidiana. Ciò vale quale che sia la caratteristica istituzionale delle rappresentanze professionali (il Collegio…). Un Direttore Generale di una USR, o un dirigente amministrativo, con quanti collaboratori diretti ha a che fare ogni giorno? E con quali caratteri di gerarchia reale? Basterebbe questo dato a fare la differenza…

2.      Il Dirigente Scolastico è responsabile della “produzione” finale di un servizio che corrisponde ad un diritto di cittadinanza (l’istruzione): ha dunque una responsabilità immediata (produttore finale) del rapporto con i cittadini e con la comunità locale di riferimento. Ciò vale comunque e qualunque assetto abbiano gli organi Collegiali e della Rappresentanza. Contemporaneamente deve mantenere un rapporto con “la ragione sociale” di appartenenza (la PA e il MIUR). Spesso un difficile equilibrio.

3.      Il Dirigente Scolastico è un dirigente “orientato al prodotto”, non “alla amministrazione”. A proposito di metafore: è un “ghidella” non un “romiti”. Forse i colleghi che metaforizzano sul “leader pedagogico” vorrebbero dire questo? Ma così rischiano l’equivoco: assegnano caratteri da team leader ad un dirigente che non si confronta con un team: 150 dipendenti e più non sono “un gruppo”. Certo un DS ha il suo staff… e qui può/deve esercitare caratteristiche di team leader. Ma anche qui la metafora è rischiosa. Se usiamo le categorie della cultura di impresa (staff e line), chi è la line in una scuola?

4.      Il Dirigente Scolastico è un dirigente di una organizzazione che combina in modo specifico dimensione progettuale (Management by Objective) e dimensione procedurale (il Manuale operativo della PA); dunque parametri costanti e parametri variabili. Il suo lavoro concreto va collocato entro una matrice mista appropriata di tali dimensioni. (Per inciso: la valutazione per obiettivi/risultati rappresenta perciò una semplificazione sotto il profilo scientifico ed una approssimazione metodologica sotto il profilo degli strumenti valutativi)

Potremmo ovviamente continuare a descrivere con categorie proprie della cultura organizzativa il lavoro del Dirigente Scolastico. E’ una operazione essenziale e preliminare ad ogni impresa valutativa: definire un “profilo di ruolo” scientificamente, tecnicamente, socialmente condiviso.
Si può non farlo una volta per tutte, anzi si può ipotizzare che tale profilo si costruisca facendo e in rapporto con i processi reali. Ma occorre partire. Ciò che non si può fare è declinare la fantasia e l’acume metaforizzante e la immobilità operativa, consentendo che la prima “copra “ la seconda con la sua coperta tranquillizzante.

Se poi volessimo porre la domanda più brutale “cui prodest?” il rinvio, l’annacquamento, il depotenziamento dei modelli valutativi, una risposta maliziosa si potrebbe rintracciare analizzando da vicino il sistema di valutazione dei dirigenti amministrativi ai quali qualcuno vorrebbe essere “parificato”. A chi giova mantenere l’equilibrio composto santificato nel dlgs 165/2001?

 


[1] Vedi contributi recenti:

“La costruzione del Sistema Nazionale di Valutazione e il pilota automatico” http://www.scuolaoggi.com/valutazioni/1993-la-costruzione-del-sistema-nazionale-di-valutazione-e-il-pilota-automatico  “Le linee e il fronte. Ancora sulla valutazione dei dirigenti scolastici”, http://www.pavonerisorse.it/buonascuola/valutazione_ds_2.htm e “La valutazione dei Dirigenti Scolastici: in attesa delle linee guida e del modello operativo”http://www.pavonerisorse.it/buonascuola/valutazione_ds.htm .

“L’incerto lavoro del valutatore. Specialmente dei Dirigenti Scolastici”http://www.scuolaoggi.com/valutazioni/2001-l-incerto-lavoro-del-valutatore-specialmente-dei-dirigenti-scolastici

Per una trattazione organica il testo: Franco De Anna “Valutare i dirigenti della Scuola. Strumenti, metodologie, sfide culturali” Casa editrice Spaggiari. 2006.

[2] In particolare il citato “L’incerto lavoro del valutatore. Specialmente dei Dirigenti Scolastici”

http://www.scuolaoggi.com/valutazioni/2001-l-incerto-lavoro-del-valutatore-specialmente-dei-dirigenti-scolastici

 

[3] si veda Stefano Stefanel “Gli equilibristi con le vertigini” in http://www.pavonerisorse.it/scuolaoggi/equilibristi_vertigini.htm e anche  Franco De Anna “Leader, giullari e impostori: a proposito di leadership nella scuola” http://www.pavonerisorse.it/scuolaoggi/leadership.htm e “il Dirigente Scolastico, tra idealtipi e ricerca di status” http://www.pavonerisorse.it/buonascuola/ds_idealtipi.htm