Gli Itp in agitazione

I docenti abilitati agli insegnamenti tecnico-pratici (Abilitati ITP), cui si sono aggiunti anche i docenti di insegnamenti artistici/musicali, si opporranno con forza, in ogni opportuna sede istituzionale, contro i recenti contenziosi per l’inserimento nelle seconde fasce delle graduatorie di istituto di aspiranti con il solo diploma tecnico-professionale (maturità), graduatorie già riservate solo a chi ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento (art. 33, Cost.) a seguito della formazione specialistica didattico-pedagogica (PAS), volta a garantire la qualità della didattica laboratoriale, caposaldo della Buona Scuola, nell'istruzione tecnica-professionale.

Il fine ultimo dei contenziosi tra gli aspiranti ITP, senza alcuna formazione didattico-pedagogica abilitante all’insegnamento, e il MIUR per l'inserimento nelle graduatorie di istituto, è quello di partecipare al piano transitorio per il passaggio al nuovo sistema di reclutamento dei docenti, il cosiddetto FIT (D. Lgs, 59/2017), ovvero la risposta sul piano assunzionale che il Governo Italiano, su delega del Parlamento, ha dato ai cittadini che hanno già conseguito:

1)    una formazione specialistica nei settori scientifico-disciplinari didattico-pedagogici (PAS/TFA),

2)    un esame di Stato specificamente abilitante all'insegnamento,

3)    una certificata esperienza di lungo servizio scolastico.

Invero, si ricorda che al percorso FIT possono partecipare tutti, anche aspiranti non ancora abilitati all’insegnamento, nonché privi di esperienza didattica: facendo un primo anno finalizzato al conseguimento della formazione didattico-pedagogica, si accede ad un secondo e terzo anno di tirocinio diretto e di inserimento lavorativo nella funzione docente.

Di fatto, i ricorrenti ai tribunali puntano al riconoscimento del solo diploma di istituto tecnico o professionale (o di istituti di formazione artistica-musicale) come equivalente della specializzazione/abilitazione per l’insegnamento, evitando così la specifica formazione universitaria.

È evidente che questa condizione viene ad inficiare la didattica laboratoriale, come pure la volontà legislativa di risolvere il precariato storico già formato/abilitato per l’insegnamento.

Ma chi sono i ricorrenti aspiranti ITP? Davvero sono cittadini cui sono stati negati diritti professionali? Non sono di certo quei lavoratori della scuola che ingiustamente hanno potuto frequentare solo il recente unico percorso di formazione universitaria-abilitazione professionale, il PAS - attivato per gli ITP dopo ben dieci anni dal 2005, negli anni 2014, 2015, 2016 -, perché questi lavoratori alla fin fine hanno conseguito l’abilitazione di Stato all’insegnamento.

PAS che per gli ITP, è bene ricordarlo, sono stati realizzati in tutte le classi di concorso (sì, in tutte, persino in quelle a esaurimento, come, ad esempio, per l’insegnamento dell’economia domestica collettiva), anche in modalità telematica per quelle a scarsa e disomogenea diffusione sul territorio nazionale, checché ne dicano alcuni ricorrenti in dichiarazioni rese nell’ambito dei ricorsi giurisdizionali.

Non una parola, finora, è stata detta su questa vicenda di palese ingiustizia, paradossalmente neanche da chi in passato ha portato avanti con forza le battaglie per realizzare i percorsi di formazione-abilitazione all’insegnamento, proprio in vista della stabilità lavorativa.

Eppure, lo si ripete, ad essersi ormai tutti recentemente abilitati all’insegnamento, sono proprio quelli cui erano state negate le opportunità di formazione, abilitazione e stabilità professionale (volutamente non si annovera, fra questi diritti negati, il riconoscimento dell’asserito “valore abilitante” del diploma tecnico-professionale, perché gli insegnanti tecnico-pratici sono da sempre a conoscenza del fatto che la normativa scolastica attribuisce al superamento delle procedure concorsuali e formative per l’insegnamento il valore di abilitazione professionale).

Ora, c’è veramente qualcuno che, privo di sempre possibili conflitti di interesse, possa affermare che sia giusto che le persone a lungo precarie della scuola debbano partecipare ad un concorso straordinario, ideato specificamente per loro, al pari di chi non si è mai specializzato, né ha mai prestato servizio o, che al massimo, ha svolto qualche supplenza nell’ultimo triennio? E, soprattutto dopo che, per ristabilire i diritti di formazione, abilitazione e stabilità professionale disconosciuti per più di un decennio, hanno finalmente potuto conseguire negli ultimi tre anni, il TFA speciale, poi rinominato PAS, presso l’università di Stato (con oneri di tassazione - e di vitto e alloggio, per coloro che si sono dovute spostare fuori sede - a carico del diretto interessato)?

La situazione è totalmente diversa dalla nota vicenda legata al diploma magistrale, finalizzati alla formazione didattico-pedagogica degli insegnanti della scuola primaria, in quanto, come stabilisce il Testo Unico della Scuola (D. Lgs. 297/94, all'art. 197): “il titolo conseguito nell'esame di maturità a conclusione dei corsi di studio dell'istituto tecnico e dell'istituto magistrale abilita, rispettivamente, all'esercizio della professione ed all'insegnamento nella scuola elementare”.

Ed infatti, sempre secondo il predetto Testo Unico (art. 191), “gli istituti tecnici hanno per fine precipuo quello di preparare all'esercizio di funzioni tecniche od amministrative, nonché di alcune professioni, nei settori commerciale e dei servizi, industriale, delle costruzioni, agrario, nautico ed aeronautico; [...] gli istituti professionali hanno per fine precipuo quello di fornire la specifica preparazione teorico-pratica per l'esercizio di mansioni qualificate nei settori commerciale e dei servizi, industriale ed artigiano, agrario e nautici”, attribuendo, invece, solo all’“istituto magistrale […], quale fine precipuo, quello di preparare i docenti della scuola elementare”.

Quello che accade è un'ingiustizia per gli insegnanti della didattica laboratoriale e per gli studenti, è per questo che in vista di ogni opportuna azione di difesa, si invita ogni docente abilitato all’insegnamento tecnico-pratico, ad inviare all’amministrazione scolastica una istanza per la tutela dei diritti e degli interessi concernenti le graduatorie di istituto del personale docente in possesso della formazione specialistica didattico-pedagogica - PAS (di cui si pubblica un esempio di formulario con le istruzioni di trasmissione).

 

P. Gagliardi, V. Capaldo

SiamoNoi Scuola

Segretariato per la qualità della Didattica Laboratoriale

Supplenze personale ATA: la FLC CGIL dice basta. Si va verso lo stato di agitazione

Il comportamento  del MIUR sulla questione del conferimento delle supplenze del personale ATA ha colmato la misura: la FLC CGIL va verso la proclamazione dello stato di agitazione del personale ATA. I mancati chiarimenti del MIUR sulle supplenze ATA, infatti, sono destinati a creare disfunzioni nel servizio scolastico, lesione dei diritti dei lavoratori, violazione delle norme contrattuali. Una misura di buon senso, sempre adottata dal MIUR negli anni passati e che la FLC CGIL ha riproposto, e cioè che in attesa delle nuove graduatorie potessero essere utilizzate quelle previgenti per coprire i posti disponibili con il termine della loro scadenza naturale, quest’anno non ha trovato posto nelle disposizioni del MIUR.

Da ciò il caos negli uffici periferici che si comportano in maniera difforme, da ciò le nomine improprie ed extracontrattuali “fino all’avente diritto” e non secondo la scadenza naturale, da ciò la mancata applicazione della clausola contrattuale che prevede il conferimento di supplenza per altro ruolo. Un sistema intero che si blocca per l’imprevidenza e il presappochismo del MIUR.

Per questo, considerato che il personale ATA viene continuamente sottoposto ad una pressione insostenibile per gli errori del MIUR e caricato di oneri impropri, che non si consente la sostituzione degli assenti nelle segreterie, che non si bandiscono i concorsi per DSGA ordinario e riservato, che con l’attuale organico non si riesce nemmeno a garantire la sicurezza e l’agibilità delle scuole, la FLC CGIL annuncia che, in mancanza dei necessari chiarimenti del caso e di soluzioni a tutte le altre emergenze ATA da parte del MIUR che restituiscano certezza e serenità alle scuole e al personale, proclamerà lo stato di agitazione di tutto il personale ATA a livello nazionale, primo passo di una mobilitazione che non si fermerà fino a quando non arriveranno risposte concrete.

La CISL in campo per dare a chi lavora nella scuola un buon contratto

Abbiamo davanti mesi particolarmente impegnativi sul versante del lavoro pubblico, a partire dalla scuola. Dopo l’accordo del novembre 2016 si apre finalmente la possibilità di ritornare a contrattare, un impegno che ci eravamo assunti nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori che rappresentiamo. Per loro c’è tutta la volontà, c’è la determinazione a fare un buon contratto”. Così Annamaria Furlan, segretaria generale della Cisl, nel video messaggio rivolto alle migliaia di persone che stanno dando vita oggi in tutta Italia alla Giornata Nazionale RSU e Delegati promossa dalla Cisl Scuola.
Non è un’occasione celebrativa la nostra – sottolinea Maddalena Gissi, segretaria generale della Cisl Scuola, presente alla manifestazione di Bari - ma il frutto di una scelta precisa ribadita anche dall’ultimo congresso: valorizzare la presenza e l’impegno sui luoghi di lavoro come base su cui fondare un sindacato che promuove coesione, che punta a fare comunità, in coerenza con un’idea di scuola e di società unite e solidali”.
È prezioso per tutto il personale scolastico, e lo è anche per la nostra organizzazione, l’impegno che le nostre RSU e i nostri delegati svolgono ogni giorno in tutte le scuole – continua la Gissi – ed è per questo che vogliamo rendere più stretto il loro rapporto con le strutture, realizzando quel coinvolgimento negli organismi dirigenti che in via generale la Cisl ha voluto darsi come precisa regola di comportamento”.
Ci auguriamo – afferma Annamaria Furlan entrando più direttamente nel merito delle questioni al centro delle cronache - che sia definitivamente chiusa una fase in cui si è preteso di riformare la scuola senza il protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici. La scuola è un bene comune, attraverso la scuola il Paese costruisce il suo futuro. Che lo sviluppo del Paese passa attraverso una buona formazione è ormai convinzione di tutti, ma servono scelte concrete che riconoscano al lavoro nella scuola, a partire dal rinnovo contrattuale che vogliamo fare presto, la giusta importanza, la giusta dignità e il giusto valore”.
Tocca anche i temi di più immediata attualità per la categoria la segretaria generale Cisl Scuola. “Nei mesi scorsi – afferma la Gissi accennando ai contratti sulla mobilità -  abbiamo riconquistato e presidiato spazi contrattuali importanti, decisivi anche per scongiurare i possibili effetti di norme di legge che tendevano a occuparli impropriamente”.
La maggior parte delle manifestazioni si svolge nella giornata di oggi, altre iniziative vedranno impegnate le strutture territoriali della Cisl Scuola anche nei prossimi giorni.
 

Drammatici i dati sulle mense scolastiche

Come talvolta accade nel dibattito politico e pubblico, c'è qualche organizzazione che attraverso ricerche e denunce, ci riporta alla realtà, più o meno drammatica, delle condizioni in cui versano le persone in carne e ossa nel nostro paese e nelle nostre scuole. Quest'oggi è il caso della diffusione del meritevole Rapporto di Save The Children, "Non tutti a mensa 2017". Il Rapporto mette in luce due delle disuguaglianze più drammatiche e oscene del paese: quella che ha per protagonisti gli alunni delle scuole primarie, in modo orizzontale, nella stessa città o nello stesso comune, ad esempio; e quella che ritorna sempre più spesso tra le condizioni del Nord e quelle del Sud del Paese. Il Rapporto scrive che "Il quadro che emerge è allarmante: in 8 regioni italiane oltre il 50% degli alunni, più di 1 bambino su 2, non ha la possibilità di accedere al servizio mensa. La forbice tra Nord e Sud continua a essere ampia, con cinque regioni del Meridione che registrano il numero più alto di alunni che non usufruiscono della refezione scolastica: Sicilia (80%), Puglia (73%), Molise (69%), Campania (65%) e Calabria (63%). In quattro delle stesse regioni si osservano anche i maggiori tassi di dispersione scolastica d'Italia (Sicilia 23,5%, Campania 18,1%, Puglia 16,9%, Calabria 15,7%)". Ed ha perfettamente ragione Raffaela Milano quando sostiene che i dati relativi al diritto alla mensa non vanno banalizzati, anzi, sono la spia delle profonde ingiustizie sociali ancora presenti in tante scuole del paese, sulle quali occorre intervenire tempestivamente. La dottoressa Milano avverte un nesso indissolubile tra il diritto alla mensa, i bisogni di socializzazione, l'incremento della povertà minorile e dei tassi di abbandoni scolastici.

L'irruzione della realtà delle nostre scuole primarie, a partire dalla terribile sperequazione tra istituti, e tra Nord e Sud, dovrebbe consigliare i decisori politici ad affrontare con maggiore serietà la questione degli investimenti nell'istruzione pubblica.  La situazione drammatica delle mense scolastiche in alcune aree del paese, con tutti i significati materiali e pedagogici che essa reca con sè, è un altro di quei paletti che dovrebbero convincere il Parlamento a investire, fin dalla prossima legge di Bilancio, nella scuola pubblica tutto ciò che in questi anni le è stato sottratto, per raggiungere quel livello medio europeo di investimenti pari al 5,5% del Prodotto interno lordo. Ovvero, rendere strutturale quell'aumento dell'1% (circa 16 miliardi di euro) del Pil che ancora manca al nostro sistema scolastico. Lo impone la Costituzione, lo impone la democrazia, lo impongono autentiche politiche di lotta alla povertà e alle disuguaglianze.

Come ampiamente dimostra il Rapporto di Save the Children, la scuola non può essere mai uno degli elementi di moltiplicazione delle disparità sociali, non può essere il contenitore del disagio sociale, né può essere una delle istituzioni che favorisce le discriminazioni tra chi può e chi non può permettersi un servizio mensa. Non è tollerabile, non è sopportabile, non è sostenibile per la nostra democrazia che alcune scuole utilizzino i tornelli, che umiliano gli alunni e le loro famiglie, che non possono fruire della mensa perché non sono riusciti a ricaricare la tessera. Il dibattito estivo con estemporanee proposte sulla scuola difronte a questi dati perde totalmente di senso, si deve ripartire dalla funzione costituzionale di questa fondamentale istituzione che per prima cosa non deve lasciare indietro nessuno, integrare, fare da argine alle disuguaglianze, educare alla cittadinanza e alla democrazia.

 

Ufficio stampa FLC CGIL

Obbligo scolastico a 18 anni, basta annunci. Definire prospettive, risorse e volontà politiche

La FLC CGIL ha da sempre sostenuto la necessità di estendere l’obbligo scolastico, non semplicemente di istruzione e formazione, fino ai 18 anni. Ne esistono la necessità e le condizioni. Il nostro Paese può e si deve permettere di investire le risorse necessarie per far seguire, ai giovani che entrano nella scuola italiana, un percorso che consenta davvero la piena attuazione dei valori costituzionali di libertà, uguaglianza, democrazia e pieno sviluppo della persona umana.

Per questa ragione, riteniamo del tutto sbagliata la curvatura “funzionalista” attribuita dalla ministra alla proposta, cioè legata unicamente agli interessi del mondo produttivo, che pur nella sua importanza sembra essere, di nuovo, l’obiettivo prevalente sotteso alla legge 107/2015 e più in generale dell’attuale governo. Così come appare profondamente errata l’operazione che sembra voler compensare la prevista riduzione del percorso delle scuole superiori a quattro anni con un innalzamento dell’obbligo che, cosiffatto, fallirà gli obiettivi fondamentali sopra richiamati. Soprattutto se essi sono dettati dalla “formazione del capitale umano”, sulla quale si è spesa la ministra. Si tratta allora di ricostruire, a partire da una vera volontà politica, le condizioni perché le scuole, in autonomia, con le risorse necessarie e con l’aiuto dell’intera società, possano farsi carico di una missione fondamentale: sviluppare innanzitutto le potenzialità personali e individuali delle nuove generazioni e adeguare saperi e competenze alle necessità della vita sociale ed economica del Paese.

Nel passato, seppur con evidenti contraddizioni, è stato introdotto l’obbligo di iscrizione ad un percorso di istruzione e formazione entro i 16 anni e l’obbligo di permanere nel sistema di istruzione e formazione per conseguire un titolo di qualifica o di diploma entro i 18 anni. Questo quadro confuso e improduttivo ha mostrato  tutti i suoi limiti. Da ciò la ormai storica proposta della Cgil di elevare l’obbligo scolastico a 18 anni. Per questo obiettivo sono però necessari chiarezza sulle finalità e coinvolgimento dei soggetti che debbono attuare il cambiamento: il personale delle scuole autonome e le loro rappresentanze sindacali, le associazioni professionali, il mondo della ricerca pedagogica.

E sono necessarie le risorse. Alla proposta di elevamento dell’obbligo a 18 anni, contenuta peraltro nel Piano del Lavoro della CGIL, insieme ad altre proposte di riqualificazione dell’intero sistema scolastico (la generalizzazione della scuola dell’infanzia ad esempio), la FLC CGIL ha accompagnato anche una quantificazione delle risorse occorrenti: si devono investire 17 miliardi di euro che corrispondono a quel  punto di PIL che ci manca nell’investimento in istruzione per essere allineati alla media dei Paesi Ocse.

La ministra Fedeli ha anche detto che occorre aumentare gli stipendi agli insegnanti. È quello che chiede il Sindacato. Ma alla ministra spetterebbe di reperire le risorse, perché gli annunci, alla fine della legislatura, rischiano di trasformarsi in propaganda politica piuttosto che negli impegni mantenuti, tra i doveri di chi invece dirige un dicastero.

 


Ufficio stampa FLC CGIL