Cinzia

Questo testo continua una serie di interventi apparsi negli ultimi tempi intorno alla problematica dell’abolizione dei voti numerici nella scuola del primo ciclo. Sono rimasta stupita dalle resistenze che qualcuno dimostra nei confronti della proposta che, a tantissimi insegnanti, appare invece logica e naturale. Provo perciò con il presente contributo ad intaccare queste difese.

Perché qualcuno non riesce ad immaginarsi una scuola senza voti (naturalmente non senza valutazione!) ?

Io credo che c’entrino alcuni fattori che proverò ad elencare:

 

1)-appartenere ancora fortemente al paradigma culturale della “linearità” che obbedisce alla logica binaria “o giusto o sbagliato” ,o vero o falso, o questo o quello, e di conseguenza ad una scuola fortemente legata “alle risposte esatte”;

 

2)- difficoltà mentale ad accedere al paradigma della “complessità” che invece ospita la multidimensionalità e la multilogica (Morin) e quindi spinge verso la problematizzazione e la “ricerca continua” non solo all’interno della comunità scientifica ma anche a scuola, la quale dovrebbe impostare il suo lavoro sull’acquisizione delle competenze e non delle risposte esatte, reperibili in tempo reale su Internet.

 

3)- difficoltà didattica degli insegnanti ad impostare il lavoro a scuola diversamente da come hanno visto fare dai propri docenti;

(oggi la funzione della scuola dovrebbe invece spostare la propria attività  più sui problemi –v.competenza del problem solving, v.prove Invalsi-  che espongono agli errori  e non invece ai semplici “sbagli”. La differenza consiste nel fatto importante che gli errori stanno ai problemi come gli sbagli stanno agli esercizi , ma gli  errori  si possono “recuperare “ con i processi cognitivi, metacognitivi e riflessivi mentre gli sbagli  vanno corretti ripetendo l’algoritmo o la procedura previsti, non richiedono il processo mentale significativo del recupero ma solo il rifacimento); oggi inoltre si parla di una scuola adeguata ai tempi solo se sa avviare i ragazzi alla “comprensione profonda”(v. Gardner, Wiggins,ecc.) per poter interpretare la realtà e la contemporaneità, utilizzando la cultura come chiave di lettura interiorizzata, non come risposta esatta preconfezionata.

 

4)- difficoltà a separare la valutazione dal concetto di “classificazione”, “graduatoria”, “selezione” (DOVE I VOTI SONO INELUDIBILI) come avviene adeguatamente nei concorsi (o come avveniva nella scuola elitaria che aveva il compito di scremare i quadri dirigenti ma che non dovrebbe avvenire nella scuola dell’obbligo dove tutti affermano a parole  “non uno di meno” ma dove il voto negativo della valutazione sommativa libera da ogni responsabilità e fa rivendicare il sapere della propria competenza disciplinare - come ai tempi della riforma Gentile…- quando invece il saper insegnare è tutt’altra cosa;

 

5)- difficoltà ad autointerrogarsi, anzi incapacità anche di ammettere di doverlo fare (su sollecitazione di uno stimolo formativo) per un immediato sorgere di rigidità e chiusure che impediscono l’emergere del dubbio nella propria competenza ed anche di accedere al proprio mondo interno (per leggere bisogni, paure, desideri, difese,ecc.) e al conseguente processo di riflessività, ineludibile oggi ad un buon professionista.

 

Mi viene fortemente il dubbio che non tutti i docenti siano “formabili” (per esempio  : i portatori di uno stile cognitivo cosiddetto “DICOTOMICO O MANICHEO”).

 

La proposta alternativa è fare come la scuola finlandese (considerata una delle migliori del mondo) in cui la valutazione sfocia nei voti  soltanto a 13 anni ma dove i docenti sono scrupolosamente preparati ad “insegnare”, ad applicare “buone pratiche”, ad una formazione continua; dove la preparazione  non è solo accademica ma dove la motivazione e la professionalità ad insegnare in una scuola inclusiva sono “serie” e non raffazzonate e conseguenti solo alla ricerca di un posto di lavoro magari attraverso sanatorie varie; dove la selezione dei docenti è fortissima ed adeguata a garantire l’impegno nel cercare il successo formativo per tutti (requisito indispensabile per un paese democratico).

 

La valutazione è comunque un processo incarnato ed ineludibile all’interno del binomio “insegnamento-apprendimento” ma si sofferma sui “ processi” di apprendimento e sulla rilevazione delle lacune, smagliature, difficoltà; consiste in un atteggiamento incessante di  consolidamento di una valutazione formativa che aiuta sia l’autovalutazione che l’autoaggiustamento del docente come dell’allievo.

Il lavoro del docente è quello di rendere consapevole l’alunno del proprio percorso maturativo, della natura delle  proprie difficoltà e lacune “incoraggiandolo però e sostenendolo” (scaffolding vigotskiano) anche con l’aiuto dei pari, ed individuando il compito migliore per lui, più adatto a fargli superare gli ostacoli, non mortificandolo con voti negativi che gli tolgono quell’autoefficacia indispensabile a mantenergli la motivazione (non lusingando comunque chi procede spedito con voti positivi che spengono le motivazioni intrinseche autogratificanti e non bisognose di premi).

 

Se la fatica e l’energia mentale che alcuni docenti, ossessionati dalle verifiche, mettono nell’applicare i voti a “spaccacapello”, nella ricerca affannosa di una illusoria oggettività, fossero invece convogliate verso la trasformazione della propria didattica ancora troppo frontale, sarebbe una manna per questa scuola incagliata in pratiche antidiluviane.

 

Secondo me chi ritiene i voti indispensabili a sostenere la motivazione ha in mente solo la competitività, non è in grado di rappresentarsi una scuola che poggi  sulla curiosità epistemica, sul desiderio di competenza (Bruner) , sulla ricerca della “padronanza” e non invece soltanto sulla “prestazione” (e nel caso della paura dell’insuccesso sull’evitamento della prestazione,v. Elliot).

 Non sa problematizzare il sapere perché non lo ha problematizzato nella sua mente, ha imparato le procedure ma non ha approfondito i processi mentali soggiacenti perché a sua volta non gli sono stato insegnati ed allora usa i voti come scorciatoia e protesi sostitutive della propria impotenza professionale e mancanza di desiderio.

 

 

P.S. Dovremmo pensare (e far pensare) al danno che provochiamo alla scuola a non investire sulla “leadership for learning” e ad inorgoglirci della semplice managerialià : la multilogica ci suggerisce che servono entrambe; il problema consiste nel fatto che al momento del reclutamento dei D.S. la prima viene trascurata. Come faremo a “diventare responsabili delle scelte didattiche, formative e della valorizzazione delle risorse umane e del merito dei docenti?”