Il corriere della sera offre una minestra riscaldata

L’edizione del 24 marzo del corriere ha diffuso il ragionamento di Roberto Cotroneo: “Competenze e competizione? Perché è meglio la conoscenza”, un approfondimento di quanto aveva scritto Elvira Serra il 20/3  “Non c’è competenza che non si manifesti nella forma di una competizione”.

 

L’autore sostiene che “Competenze e conoscenze sono due cose molto diverse”: una tesi parziale, affrettata, regressiva.

La relazione competenza/conoscenza è simile a quella che esiste tra acqua/ossigeno.

La competenza non è un ente primitivo: è un MIX di conoscenza e capacità/abilità.

La competenza è il comportamento esibito da chi affronta un compito per portarlo a compimento.

Competenza = f(compito).

La valorizzazione dell’aspetto cognitivo, nell’insegnamento, conduce all’adeguamento, allo sviluppo di abilità.

Si tratta dell’ordinaria modalità di gestione dell’aula scolastica: il docente illustra, esemplifica e lo studente riproduce; modalità che le norme non riescono a scalfire.

 

Privilegiare il potenziamento delle capacità, con l’utilizzo strumentale delle discipline, è la necessaria risposta all’imprevedibilità degli scenari cui accederanno i giovani al termine del loro percorso formativo pluriennale.

Una scelta rivoluzionaria: le competenze non possono essere insegnate, il loro sviluppo avviene con la pratica, con l’esercizio.

Questo il motivo dell’insistente martellamento per l’adozione della didattica di laboratorio. Gli studenti sono immersi nei problemi che hanno caratterizzato lo sviluppo delle conoscenze disciplinari, ne ricercano la soluzione, comparano gli esiti del loro lavoro con quello dei compagni, li sintetizzano per costituire una base d’esperienza in cui radicherà lo stato dell’arte presentato dal docente.

 

Non c’è competenza che non si manifesti nella forma di competizione” è da inquadrare in ambito laboratoriale, non in quello sportivo come fa Elvira Serra: la sfida ha natura intellettuale.

I laboratori favoriscono l’attitudine a collaborare, a lavorare in èquipe, tipici caratteri dell’uomo contemporaneo.