La “scuola di mezzo”

di  Franco Buccino

Ho trascorso gran parte della mia attività lavorativa, come insegnante, preside e dirigente, nella scuola media. Scuola secondaria di primo grado: eccetto alcune brevi, rapide stagioni, sempre in difficoltà rispetto alla primaria e alla secondaria di secondo grado. Un po’, in una famiglia con tre figli, il secondo: non è il primogenito e neanche l’ultimo, il beniamino.

Il recente rapporto sulla scuola media della Fondazione Agnelli, relativo comunque a un periodo precedente il Covid, mette impietosamente in evidenza dati preoccupanti, relativi al confronto tra quest’ordine di scuola e gli altri due: tutti a suo svantaggio. Ma evidenzia dati preoccupanti pure tra gli stessi ragazzi delle medie, troppo diversi e sbilanciati tra Nord, Centro e Sud.

L’osservazione non nuova ma sempre sorprendente è che la famosa forbice territoriale si allarga vistosamente proprio in questo livello d’istruzione.

Per i responsabili delle politiche relative all’istruzione e per la stessa Amministrazione scolastica, evidentemente, non è mai stato un problema. Ma, come appare evidente a tutti, i danni sono incalcolabili; il gap per un gran numero di alunni non sarà mai più colmato. Pandemia e Dad possono essere semplici aggravanti.

Con qualche superficiale semplificazione si passa subito alle più ovvie spiegazioni di questi dati: i risultati modesti sono in relazione al basso titolo di studio dei genitori e alle condizioni socioculturali; i divari territoriali, da quelli classici a quelli più articolati, come i diversi Sud, sono in linea con le differenze, ampiamente presenti in tutti i campi, tra Nord e Sud.

Queste spiegazioni, pur sempre drammaticamente vere, non danno conto del fatto che i risultati, presentati dalla Fondazione Agnelli, sono insoddisfacenti dappertutto, al Nord come al Sud, se rapportati a quelli conseguiti nella scuola primaria. Le nostre posizioni nelle classifiche internazionali, dignitose alla fine del ciclo della primaria, crollano al termine della scuola media.

Ciò riporta, inevitabilmente, il discorso sul livello della scuola media: sul ciclo, sull’organizzazione didattica, il piano di studi, l’organico, la formazione dei docenti, gli spazi attrezzati, ecc.

E qui s’innesta l’analisi, fondamentale per ogni serio intervento. Ci sono un insieme di problemi non risolti e, per la verità, neanche affrontati. Alcuni più oggettivi, generali e difficili da risolvere; altri meno complessi e complicati, ma che richiedono sempre scelte coraggiose e risorse, naturalmente!

Il primo problema, secondo me, è la diversa durata del corso di studi: tre anni alle medie, mentre primaria e secondaria di secondo grado durano cinque anni. Il tentativo di Luigi Berlinguer, al tempo della riforma dei cicli, di aver i tre segmenti dell’istruzione di quattro anni ciascuno, non serviva solo a conseguire la maturità a diciotto anni, ma anche, e soprattutto, a equilibrare i tre cicli di studi.

Un secondo problema è la rigidità delle classi di concorso, che significa le materie che si possono insegnare e relativi titoli di accesso. Sarebbe opportuno avere ambiti disciplinari (di più classi di concorso affini) per tanti buoni motivi. Di sicuro per avere organici aggiuntivi, potenziati, in modo logico. E l’organico maggiorato, soprattutto in quest’ordine di scuola, è fondamentale: lo richiedono le compresenze, la divisione della classe in gruppi, le attività complementari, quelle elettive e di orientamento.

Terzo problema. Al concorso a preside di scuola media, metà anni Ottanta, la prima prova che ci fu data, era tutta incentrata sul tema “fare e saper fare”. Dappertutto, ma in particolare alle medie, gli alunni, meglio gli studenti, devono avere aule, laboratori, palestre, spazi, sala teatro, devono poter fare giornalini e primi esercizi di partecipazione democratica. Invece cominciammo, o meglio continuammo, con doppi e tripli turni. E tanti miei colleghi erano orgogliosi di dirigere scuole con 1200 alunni, con doppi turni, ore di 50 minuti e qualche rotazione. Povera scuola media!

Quarto problema. Dagli anni duemila si procede ogni anno al dimensionamento della rete scolastica. In particolare, si sono accorpate in istituti comprensivi le elementari e le medie. Le scuole medie hanno perso spesso con la propria autonomia anche la loro identità. I motivi di razionalizzazione, per tanti aspetti validi, hanno di fatto condannato in una posizione marginale quest’ordine di scuola. Mentre i preadolescenti sono diventati i protagonisti assoluti del mondo dei minori!

Lentamente molte cose sono cambiate, tante altre no! Nei primi anni Ottanta sperimentammo, proprio nella scuola media, i nuovi programmi e il tempo prolungato. Obiettivi ambiziosi e mai raggiunti. Sono sistematicamente mancati piani efficaci di aggiornamento di tutto il personale, adeguamenti di strutture e attrezzature, il servizio mensa fornito dall’ente locale. Nella nostra regione e in quelle meridionali, ovviamente.

Si tratta, ora, di mettere quest’ordine di scuola al centro, di investire risorse e fare sperimentazioni, utili a tutti. Di rendere la scuola media più appetibile evitando tanti passaggi di docenti dalle medie, ma anche dalle elementari, alle superiori. Un livello di scuola in cui la professionalità docente possa essere approfondita, praticata e valutata; in cui l’aggiornamento diventi indispensabile, oltre le regolamentazioni.

Per gli studenti delle medie occorrono piani di studio flessibili, una didattica laboratoriale, visite istruttive frequenti, orientamento capillare, e non solo per la scelta della scuola superiore, ma anche per tutto quello che riguarda e fanno i ragazzi più grandi. Dal tempo libero alle svariate “educazioni” per adolescenti e giovani. Fino all’orientamento al volontariato, alla solidarietà, alla partecipazione.

Alcune soluzioni sono alla nostra portata, altre dipendono da scelte politiche del governo. Non intervenire in questo grado di scuola e su questa fascia di età, non vuol dire solo complicare la vita a questi ragazzi, alcuni condannarli, ma rendere ancora più difficile la ripresa, la crescita e lo sviluppo dell’intero paese.