Il Mitreo di San Clemente

di Maurizio Tiriticco.

Seguo sempre con estremo interesse le trasmissioni del programma “freedom”, sulla Rete1 di mediaset, magistralmente dirette ogni venerdì da Roberto Giacobbo. Particolarmente interessante è stata quella di ieri sera, 29 gennaio, in cui, tra altri inserti, figurava quello dedicato al Mitreo del Circo Massimo, in Roma. In effetti, nella capitale vi sono altri Mitrei, ed uno si trova perfino ad Ostia Antica. Mi sembra opportuno ricordare che uno dei Mitrei romani più noti e, forse, più ricchi di storia, è quello che si trova tra Via Labicana e Via di S. Giovanni in Laterano. Ed esattamente al primo livello sotterraneo della Basilica di San Clemente, che si sviluppa su ben tre piani.

Mitreo, il culto di Mitra! Una divinità orientale! Il culto del “Dio Sole”, onnisciente, infallibile, sempre vigile e che mai riposa! La sua nascita veniva celebrata il giorno del solstizio d’inverno, in persiano Shab-e Yalda, come si addice a un dio della luce. In Mesopotamia Mitra era identificato con Shamash, Dio del sole e della giustizia. Ma fu un dio noto anche in Roma, in quanto introdotto dai soldati reduci dalle campagne di guerra condotte in Oriente. E noto soprattutto in quel periodo che precedette il diffondersi del cristianesimo.

Ebbene, avrei preferito che, a proposito del culto di Mitra nella Roma antica, Giacobbo avesse anche ricordato che nella Basilica di San Clemente di Via Labicana, nel primo livello sotterraneo, nella navata centrale, vicino all’accesso della navata sinistra si trova uno dei Mitrei forse più noto e più ricco di storia. Contiene, forse, gli affreschi più famosi del cristianesimo primitivo, non solo per l’importanza artistica, ma anche perché nel riquadro inferiore si trovano trascrizioni di frasi espresse in una lingua intermedia fra il latino e il volgare. Queste iscrizioni, databili tra il 1084 e l’inizio del 1100, costituiscono il primo esempio in cui il volgare italiano appare scritto ed anche usato con intento artistico. L’esempio più famoso, il “sao co chelle terre….”, ovvero il cosiddetto “placito capuano” è del 960. Il dipinto rappresenta un frammento della “Passione di San Clemente”, un testo latino anteriore al VI secolo. Viene rappresentato il patrizio Sisinnio nell’atto di ordinare ai suoi servi, Gosmario, Albertello e Carboncello, di legare e trascinare San Clemente. Ma Sisinnio, per miracolo divino, in effetti è farneticante e cieco. Ed i servi, ciechi come il loro padrone, invece di trascinare il santo, trascinano una colonna di marmo.

Ma la cosa forse più interessante è quanto vi è scritto. Si leggono queste espressioni: Sisinnio dice: «Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!». E San Clemente dice: «Duritiam cordis vestris, saxa traere meruistis». Traduzione: Sisinnio: «Figli di puttana, tirate! Gosmario, Albertello, tirate! Carvoncello, spingi da dietro con il palo», San Clemente: «A causa della durezza del vostro cuore, avete meritato di trascinare sassi». La prima parte è tutta in volgare, con chiare influenze romanesche. Da notare che le espressioni “de”, “le” e “co” “le” sono già preposizioni articolate, che non esistevano nella lingua latina. La seconda parte è scritta in latino, ed è una libera citazione dalla Passio, dove il testo suona così: “Duritia cordis tui in saxa conversa est, et cum saxa deos aestimas, saxa trahere meruisti.”. Ovvero: “La durezza del tuo cuore è convertita in pietra; e poiché stimi dèi le pietre, hai meritato di trascinare pietre”. Probabilmente la citazione è stata abbreviata per adattarla allo spazio disponibile nella composizione dell’affresco. Ed ancora: la frase non solo è stata volta al plurale (vestris, meruistis); ma soprattutto non rispetta più la sintassi e le concordanze nella flessione nominale (“duritiam” invece della forma dell’ablativo “duritia”, che ora sarebbe necessaria; “vestris” invece di “vestri”, come richiederebbe la concordanza; “traere” invece della forma corretta: “trahere”. Evidentemente il pittore, e soprattutto colui che gli dettava il testo, non aveva più familiarità con l’uso latino.

Io ho la fortuna di abitare vicino alla Basilica di San Clemente che, pur essendo basilica, è una chiesa non monumentale e consente riflessione e preghiera; anche i laici pregano… a loro modo! Ma soprattutto ti permette di riandare indietro nello spazio (tre piani sottoterra) e nel tempo (anno mille). Ed il che non è facile, oggi soprattutto, quando il covid ci ammorba e ci preoccupa come una peste edizione anni 2000!

 

 

Maurizio Tiriticco