Baby gang

di Gabriele Boselli. Un nome che sembra quello di un pacco di pannolini copre la triste realtà della delinquenza degli adolescenti e dei giovani adulti. In forte aumento, organizzati in squadre formate da indigeni o più spesso (in percentuale relativa alla popolazione) appartenenti a etnie nordafricane oppure balcaniche o di tradizione nomade, questi soggetti delinquono vandalizzando, rubando, molestando o violentando, ferendo fisicamente e/o moralmente, contravvenendo a ogni norma del vivere sociale. Prediligono colpire i coetanei ma ogni soggetto che appaia povero di difese (spesso le donne e gli anziani, a volte anche i docenti con minori capacità reattive e proattive) è vittima designata delle loro sopraffazioni e violenze. Resistenti all’educazione ordinaria,  sono coperti dall’assenza di una efficace normativa di contrasto e soprattutto da un’ideologia che presta loro ogni possibile comprensione, comprensione che manca invece per le loro vittime.

“Vocazione” naturale a parte, una persona impara a comportarsi correttamente se ha interiorizzato una costellazione di valori e se ha preso coscienza che le sanzioni comporterebbero una sofferenza maggiore di quella che verrebbe loro dal godimento del frutto degli atti delinquenziali. La responsabilità del preoccupante sviluppo è certo derivante dalla carenza di una viva costellazione di valori e va ascritta a vari fattori: principalmente alla famiglia, all’ordinario ambiente di vita e in modesta parte anche alla scuola ma gioca un forte ruolo la mancanza di deterrenza. Il giovane micro o macro-delinquente sa che, anche se improbabilmente fosse individuato e preso, la punizione sarebbe assai modesta. Comunque nel loro ambiente “fa status”, aumenta il “prestigio”. Anche un breve soggiorno in qualche comunità di recupero o carcere accredita ulteriormente

la deferenza dei compagni nell’ambiente di principale riferimento.

Peraltro, i diritti dei criminali di ogni età sono molto meglio garantiti di quelli delle vittime; per questo sono nate meritevoli associazioni come l’onlus “I nostri diritti” (Il fatto, 11 09 20).

Servono, ma -ammetto- è più facile scriverne che trovarle, strategie e tattiche adeguate di riconversione ad altri orizzonti di valore ma queste sarebbero inefficaci se il soggetto -dai racconti di amici o da personali esperienze pur relativamente “dolci”- comprendesse che si può star meglio delinquendo che comportandosi correttamente. La prospettiva di un istituto di rieducazione o per i maggiorenni del carcere (data l’odierna probabilità di condanna e la qualità e durata della pena) non è più tale da scoraggiare chi, giovanissimo o più avanti con gli anni, abbia una propensione a delinquere confortata da una parziale o totale (infraquattordicenni) impunibilità di diritto o di fatto.

 

La parte che la scuola deve comunque svolgere

 

Senza un apparato di deterrenza efficace il problema è dunque di difficile contrasto, ma la scuola -spesso luogo o anticamera dei delitti delle baby gang- deve agire comunque, come se tutto dipendesse dalla propria azione. Che fare allora?

– La delinquenza nasce da un disagio: questo non è un motivo di assoluzione ma per i ragazzi ne va tenuto conto.

-Non chiudere gli occhi su quel che accade tra i nostri alunni, limitandoci a insegnare una                           disciplina

  • -Il ragazzo che lievemente o gravemente delinque – dentro o fuori della scuola- non va
  • indulgentemente analizzato come addensamento deterministico di effetti dovuto a cause tutte
  •   C’è pare già negato rispetto a qualsiasi baricentro intenzionale, chi si disperde anche
  • nell’ambiente più favorevole e chi è ben presente a se stesso e al mondo pur avendo attraversato le
  • situazioni più difficili.
  • “Valore” e “volontà” hanno una radice comune. C’è volontà quando c’è adesione a una gamma di valori.
  • E’ dunque importante che la scuola detenga e manifesti un quadro (pluralistico) di idee, offra prospettive di valore, indicazioni di senso, esempi di amore per lo studio e la persona umana. Dobbiamo essere consapevoli della gamma di fini che muove i nostri giorni per poter arricchire di senso i giorni altrui.
  • Anche se ciascuno nasce forse già atteso da un destino, dobbiamo comportarci come se in gran parte questo dipendesse da noi, Aiutando il ragazzo a ridisegnare l’orizzonte delle sue attese. -Il divenire umano accade più ad fines che propter causas. Occorre un forte e fortificato anche con la deterrenza magistero dell’indicazione. Dobbiamo credere che il futuro che viene additato dal cenno magistrale possa agire sul presente forse più del passato.
  • E’ vitale che il docente ami la vita, lo studio e i suoi interlocutori. Può non bastare ma è essenziale per ricostruire l’universo intenzionale degli alunni
  • Il ragazzo deve sempre sentire che può in ogni caso far conto su di noi ma che attua sé stesso quando si comporta con consapevole autonomia e nel rispetto delle leggi.

-Non prendersi più cura dei colpevoli che delle vittime di piccole o grandi violenze. Subirle non lede solo il fisico ma l’intera personalità della vittima. Mentre il carnefice esterna il proprio disagio e si gratifica riversandolo ad abundantiam, la vittima soffre e spesso somatizza la propria sofferenza e matura una visione pessimistica degli altri e del proprio futuro.

-Alle scuole di ogni ordine e grado compete soprattutto non selezionare in funzione della difficilmente presumibile attività futura ma -senza scoraggiarsi o peggio autocolpevolizzarsi per gli insuccessi- orientare all’esistenza.