Scuola, i docenti demotivati

di Franco Buccino. A due, forse tre settimane dall’inizio delle lezioni, confesso che volevo lanciare un altro appello ai docenti e a tutti i lavoratori della scuola. Il terzo! In un momento di lucidità ho colto che sarebbe stato inutile e controproducente. Di sicuro avrebbe aumentato il numero dei miei “nemici”, degli ostili, di quelli che ti compatiscono per via dell’età. “Hai lasciato la scuola da anni, e non la capisci più!”

Io, in verità, sono ancora pienamente convinto che la scuola la possono “salvare” soltanto i docenti, gli amministrativi e i bidelli, insieme con i miei colleghi presidi. L’hanno sempre tenuta “su”, loro; hanno scelto le contromisure alla politica dei tagli; hanno realizzato pezzi di riforme e innovazioni, senza che l’amministrazione scolastica muovesse un dito per il loro aggiornamento, o l’intero governo per un contratto dignitoso.

Ero convinto che i docenti avrebbero reagito alla grande dopo la pandemia dei mesi scorsi, che si sarebbero preparati a convivere con il coronavirus per la ripresa delle lezioni. Che avrebbero cominciato a discutere delle novità da apportare alla didattica, tenendo conto degli alunni più fragili, perfino di mutati tempi dell’apprendimento. Che, i più motivati, avrebbero costituito gruppi, in ogni scuola, di iniziativa, sostegno, di collaborazione con il dirigente, l’ente locale, con le famiglie.

Ero e sono convinto che le scuole devono cominciare il 14, o al più presto, e cominciare in presenza. Devono riaprire. È fondamentale! E non solo per dare al paese il senso della normalità; non solo perché i genitori lavorano; non solo perché i ragazzi stanno da troppo tempo in vacanza; non solo perché le videolezioni mostrano troppi limiti e non raggiungono tutti.

C’è un motivo molto più importante. Tutti, soprattutto a Napoli e in Campania, conosciamo il triste fenomeno della dispersione scolastica, cioè di ragazzi che per motivi vari rimangono fuori dai percorsi di istruzione e di formazione. Che, come si sa, dovrebbero riguardare tutti fino ai sedici anni, meglio fino ai diciotto. L’esclusione da questi percorsi lascia segni indelebili: di emarginazione, di povertà culturale, spesso di deviazione sociale. Sappiamo bene com’è complicato provare a recuperare questi ragazzi per salvarli da tristi e scontati destini. Ebbene, un altro anno scolastico, a vuoto come il precedente, rappresenterebbe una tragica esperienza di dispersione scolastica di massa. Per l’intera popolazione studentesca, 8 milioni e mezzo in Italia, quasi un milione in Campania. Certo, molti recupererebbero, ma in quanti non ci riuscirebbero. Ci vorrebbe un esercito di maestri di strada: da San Giovanni a Teduccio a Trento!

Non mi aspettavo, un po’ come tutti, risposte adeguate da parte del governo e della politica. Hanno fatto di peggio: con pasticci, ripensamenti, inettitudine pura. A partire da Azzolina, che ha una semplice attenuante, quella di non essere l’unica responsabile. L’attenzione dei politici per la scuola oggi ha una sola motivazione: a chi gioverà il suo tracollo. Assisteremo, con Salvini e Meloni alla finestra, a un epico scontro fra PD e 5stelle, e andremo a nuove elezioni (con le scuole già chiuse!).

Il Ministero poi, si sa, non si sarebbe smentito. E infatti ha coinvolto anche i gruppi di esperti in una girandola di proposte e controproposte. Le mascherine: sì, no, forse. Il metro si, ma dalle rime buccali. Trovo odiosa e vergognosa una circolare ministeriale di questi giorni, che parla di attività di recupero dal primo al 14 settembre: prevede che i docenti le facciano su base volontaria e dietro retribuzione per l’in più che fanno! Un in più rispetto a che? Ed è possibile che l’amministrazione scolastica proceda con tutte le operazioni di mobilità del personale, come tutti gli anni? Come se fosse l’avvio di un normale anno scolastico? Ha idea di quante nomine dovrebbe rapidamente fare? E gli enti locali per il 14 prossimo quanti locali avranno preparato  per ospitare classi sdoppiate delle scuole?

Anche le famiglie cercano di comprendere quel che si giocano i figli con quest’anno scolastico. Il problema non è solo se stanno a casa o vanno a scuola, con quel che ne deriva per la già complicata organizzazione familiare. Ma se la crescita dei propri figli procederà con linearità o sarà irta di ostacoli più del solito.

Un anno pericolosamente a rischio. Anche per questo, alcuni, avevamo proposto di dare ai sindaci il compito di trovare locali per le aule. Fino alla requisizione. E la possibilità di richiamare in servizio personale in pensione fino alla nomina degli aventi diritto dalle nuove graduatorie o comunque in forma aggiuntiva. E sempre su base volontaria e a titolo gratuito.

Non è andato bene niente, appelli, proposte. Le resistenze maggiori sono venute da parte di docenti, colleghi, perfino dal mio sindacato. Avevo previsto tutto: come si sarebbero comportati i politici, il Miur, il governo, i genitori. Ho sbagliato clamorosamente su quella che sarebbe stata la reazione dei docenti. In tanti non vogliono far corsi di recupero, in tantissimi vorrebbero essere esonerati dall’insegnamento, in attesa di una sicurezza assoluta che nessuno può garantire. In molti, in troppi, non hanno, secondo me, quella motivazione giusta che li possa spingere a buttarsi a capofitto in questa avventura.

E non poteva essere diversamente! Non hanno cominciato con “Lettera a una professoressa”, non sono passati attraverso il ’68, le lotte sindacali, i contratti, la battaglia per le rsu.

E, si badi bene, non è e non potrebbe essere un giudizio negativo su di loro, generazioni ben successive alla nostra, e con tanti pregi. È un giudizio negativo su di noi che non abbiamo saputo trasmettere i valori e le motivazioni più profonde di questo odiato e amato “mestiere”.

Allora, hanno ragione quelli che pensano e dicono che siamo dei patetici sopravvissuti.

Franco Buccino

Repubblica ed. Napoli, 31/08/20

A due, forse tre settimane dall’inizio delle lezioni, confesso che volevo lanciare un altro appello ai docenti e a tutti i lavoratori della scuola. Il terzo! In un momento di lucidità ho colto che sarebbe stato inutile e controproducente. Di sicuro avrebbe aumentato il numero dei miei “nemici”, degli ostili, di quelli che ti compatiscono per via dell’età. “Hai lasciato la scuola da anni, e non la capisci più!”

Io, in verità, sono ancora pienamente convinto che la scuola la possono “salvare” soltanto i docenti, gli amministrativi e i bidelli, insieme con i miei colleghi presidi. L’hanno sempre tenuta “su”, loro; hanno scelto le contromisure alla politica dei tagli; hanno realizzato pezzi di riforme e innovazioni, senza che l’amministrazione scolastica muovesse un dito per il loro aggiornamento, o l’intero governo per un contratto dignitoso.

Ero convinto che i docenti avrebbero reagito alla grande dopo la pandemia dei mesi scorsi, che si sarebbero preparati a convivere con il coronavirus per la ripresa delle lezioni. Che avrebbero cominciato a discutere delle novità da apportare alla didattica, tenendo conto degli alunni più fragili, perfino di mutati tempi dell’apprendimento. Che, i più motivati, avrebbero costituito gruppi, in ogni scuola, di iniziativa, sostegno, di collaborazione con il dirigente, l’ente locale, con le famiglie.

Ero e sono convinto che le scuole devono cominciare il 14, o al più presto, e cominciare in presenza. Devono riaprire. È fondamentale! E non solo per dare al paese il senso della normalità; non solo perché i genitori lavorano; non solo perché i ragazzi stanno da troppo tempo in vacanza; non solo perché le videolezioni mostrano troppi limiti e non raggiungono tutti.

C’è un motivo molto più importante. Tutti, soprattutto a Napoli e in Campania, conosciamo il triste fenomeno della dispersione scolastica, cioè di ragazzi che per motivi vari rimangono fuori dai percorsi di istruzione e di formazione. Che, come si sa, dovrebbero riguardare tutti fino ai sedici anni, meglio fino ai diciotto. L’esclusione da questi percorsi lascia segni indelebili: di emarginazione, di povertà culturale, spesso di deviazione sociale. Sappiamo bene com’è complicato provare a recuperare questi ragazzi per salvarli da tristi e scontati destini. Ebbene, un altro anno scolastico, a vuoto come il precedente, rappresenterebbe una tragica esperienza di dispersione scolastica di massa. Per l’intera popolazione studentesca, 8 milioni e mezzo in Italia, quasi un milione in Campania. Certo, molti recupererebbero, ma in quanti non ci riuscirebbero. Ci vorrebbe un esercito di maestri di strada: da San Giovanni a Teduccio a Trento!

Non mi aspettavo, un po’ come tutti, risposte adeguate da parte del governo e della politica. Hanno fatto di peggio: con pasticci, ripensamenti, inettitudine pura. A partire da Azzolina, che ha una semplice attenuante, quella di non essere l’unica responsabile. L’attenzione dei politici per la scuola oggi ha una sola motivazione: a chi gioverà il suo tracollo. Assisteremo, con Salvini e Meloni alla finestra, a un epico scontro fra PD e 5stelle, e andremo a nuove elezioni (con le scuole già chiuse!).

Il Ministero poi, si sa, non si sarebbe smentito. E infatti ha coinvolto anche i gruppi di esperti in una girandola di proposte e controproposte. Le mascherine: sì, no, forse. Il metro si, ma dalle rime buccali. Trovo odiosa e vergognosa una circolare ministeriale di questi giorni, che parla di attività di recupero dal primo al 14 settembre: prevede che i docenti le facciano su base volontaria e dietro retribuzione per l’in più che fanno! Un in più rispetto a che? Ed è possibile che l’amministrazione scolastica proceda con tutte le operazioni di mobilità del personale, come tutti gli anni? Come se fosse l’avvio di un normale anno scolastico? Ha idea di quante nomine dovrebbe rapidamente fare? E gli enti locali per il 14 prossimo quanti locali avranno preparato  per ospitare classi sdoppiate delle scuole?

Anche le famiglie cercano di comprendere quel che si giocano i figli con quest’anno scolastico. Il problema non è solo se stanno a casa o vanno a scuola, con quel che ne deriva per la già complicata organizzazione familiare. Ma se la crescita dei propri figli procederà con linearità o sarà irta di ostacoli più del solito.

Un anno pericolosamente a rischio. Anche per questo, alcuni, avevamo proposto di dare ai sindaci il compito di trovare locali per le aule. Fino alla requisizione. E la possibilità di richiamare in servizio personale in pensione fino alla nomina degli aventi diritto dalle nuove graduatorie o comunque in forma aggiuntiva. E sempre su base volontaria e a titolo gratuito.

Non è andato bene niente, appelli, proposte. Le resistenze maggiori sono venute da parte di docenti, colleghi, perfino dal mio sindacato. Avevo previsto tutto: come si sarebbero comportati i politici, il Miur, il governo, i genitori. Ho sbagliato clamorosamente su quella che sarebbe stata la reazione dei docenti. In tanti non vogliono far corsi di recupero, in tantissimi vorrebbero essere esonerati dall’insegnamento, in attesa di una sicurezza assoluta che nessuno può garantire. In molti, in troppi, non hanno, secondo me, quella motivazione giusta che li possa spingere a buttarsi a capofitto in questa avventura.

E non poteva essere diversamente! Non hanno cominciato con “Lettera a una professoressa”, non sono passati attraverso il ’68, le lotte sindacali, i contratti, la battaglia per le rsu.

E, si badi bene, non è e non potrebbe essere un giudizio negativo su di loro, generazioni ben successive alla nostra, e con tanti pregi. È un giudizio negativo su di noi che non abbiamo saputo trasmettere i valori e le motivazioni più profonde di questo odiato e amato “mestiere”.

Allora, hanno ragione quelli che pensano e dicono che siamo dei patetici sopravvissuti.

Franco Buccino

Repubblica ed. Napoli, 31/08/20

A due, forse tre settimane dall’inizio delle lezioni, confesso che volevo lanciare un altro appello ai docenti e a tutti i lavoratori della scuola. Il terzo! In un momento di lucidità ho colto che sarebbe stato inutile e controproducente. Di sicuro avrebbe aumentato il numero dei miei “nemici”, degli ostili, di quelli che ti compatiscono per via dell’età. “Hai lasciato la scuola da anni, e non la capisci più!”

Io, in verità, sono ancora pienamente convinto che la scuola la possono “salvare” soltanto i docenti, gli amministrativi e i bidelli, insieme con i miei colleghi presidi. L’hanno sempre tenuta “su”, loro; hanno scelto le contromisure alla politica dei tagli; hanno realizzato pezzi di riforme e innovazioni, senza che l’amministrazione scolastica muovesse un dito per il loro aggiornamento, o l’intero governo per un contratto dignitoso.

Ero convinto che i docenti avrebbero reagito alla grande dopo la pandemia dei mesi scorsi, che si sarebbero preparati a convivere con il coronavirus per la ripresa delle lezioni. Che avrebbero cominciato a discutere delle novità da apportare alla didattica, tenendo conto degli alunni più fragili, perfino di mutati tempi dell’apprendimento. Che, i più motivati, avrebbero costituito gruppi, in ogni scuola, di iniziativa, sostegno, di collaborazione con il dirigente, l’ente locale, con le famiglie.

Ero e sono convinto che le scuole devono cominciare il 14, o al più presto, e cominciare in presenza. Devono riaprire. È fondamentale! E non solo per dare al paese il senso della normalità; non solo perché i genitori lavorano; non solo perché i ragazzi stanno da troppo tempo in vacanza; non solo perché le videolezioni mostrano troppi limiti e non raggiungono tutti.

C’è un motivo molto più importante. Tutti, soprattutto a Napoli e in Campania, conosciamo il triste fenomeno della dispersione scolastica, cioè di ragazzi che per motivi vari rimangono fuori dai percorsi di istruzione e di formazione. Che, come si sa, dovrebbero riguardare tutti fino ai sedici anni, meglio fino ai diciotto. L’esclusione da questi percorsi lascia segni indelebili: di emarginazione, di povertà culturale, spesso di deviazione sociale. Sappiamo bene com’è complicato provare a recuperare questi ragazzi per salvarli da tristi e scontati destini. Ebbene, un altro anno scolastico, a vuoto come il precedente, rappresenterebbe una tragica esperienza di dispersione scolastica di massa. Per l’intera popolazione studentesca, 8 milioni e mezzo in Italia, quasi un milione in Campania. Certo, molti recupererebbero, ma in quanti non ci riuscirebbero. Ci vorrebbe un esercito di maestri di strada: da San Giovanni a Teduccio a Trento!

Non mi aspettavo, un po’ come tutti, risposte adeguate da parte del governo e della politica. Hanno fatto di peggio: con pasticci, ripensamenti, inettitudine pura. A partire da Azzolina, che ha una semplice attenuante, quella di non essere l’unica responsabile. L’attenzione dei politici per la scuola oggi ha una sola motivazione: a chi gioverà il suo tracollo. Assisteremo, con Salvini e Meloni alla finestra, a un epico scontro fra PD e 5stelle, e andremo a nuove elezioni (con le scuole già chiuse!).

Il Ministero poi, si sa, non si sarebbe smentito. E infatti ha coinvolto anche i gruppi di esperti in una girandola di proposte e controproposte. Le mascherine: sì, no, forse. Il metro si, ma dalle rime buccali. Trovo odiosa e vergognosa una circolare ministeriale di questi giorni, che parla di attività di recupero dal primo al 14 settembre: prevede che i docenti le facciano su base volontaria e dietro retribuzione per l’in più che fanno! Un in più rispetto a che? Ed è possibile che l’amministrazione scolastica proceda con tutte le operazioni di mobilità del personale, come tutti gli anni? Come se fosse l’avvio di un normale anno scolastico? Ha idea di quante nomine dovrebbe rapidamente fare? E gli enti locali per il 14 prossimo quanti locali avranno preparato  per ospitare classi sdoppiate delle scuole?

Anche le famiglie cercano di comprendere quel che si giocano i figli con quest’anno scolastico. Il problema non è solo se stanno a casa o vanno a scuola, con quel che ne deriva per la già complicata organizzazione familiare. Ma se la crescita dei propri figli procederà con linearità o sarà irta di ostacoli più del solito.

Un anno pericolosamente a rischio. Anche per questo, alcuni, avevamo proposto di dare ai sindaci il compito di trovare locali per le aule. Fino alla requisizione. E la possibilità di richiamare in servizio personale in pensione fino alla nomina degli aventi diritto dalle nuove graduatorie o comunque in forma aggiuntiva. E sempre su base volontaria e a titolo gratuito.

Non è andato bene niente, appelli, proposte. Le resistenze maggiori sono venute da parte di docenti, colleghi, perfino dal mio sindacato. Avevo previsto tutto: come si sarebbero comportati i politici, il Miur, il governo, i genitori. Ho sbagliato clamorosamente su quella che sarebbe stata la reazione dei docenti. In tanti non vogliono far corsi di recupero, in tantissimi vorrebbero essere esonerati dall’insegnamento, in attesa di una sicurezza assoluta che nessuno può garantire. In molti, in troppi, non hanno, secondo me, quella motivazione giusta che li possa spingere a buttarsi a capofitto in questa avventura.

E non poteva essere diversamente! Non hanno cominciato con “Lettera a una professoressa”, non sono passati attraverso il ’68, le lotte sindacali, i contratti, la battaglia per le rsu.

E, si badi bene, non è e non potrebbe essere un giudizio negativo su di loro, generazioni ben successive alla nostra, e con tanti pregi. È un giudizio negativo su di noi che non abbiamo saputo trasmettere i valori e le motivazioni più profonde di questo odiato e amato “mestiere”.

Allora, hanno ragione quelli che pensano e dicono che siamo dei patetici sopravvissuti.

Franco Buccino

Repubblica ed. Napoli, 31/08/20

A due, forse tre settimane dall’inizio delle lezioni, confesso che volevo lanciare un altro appello ai docenti e a tutti i lavoratori della scuola. Il terzo! In un momento di lucidità ho colto che sarebbe stato inutile e controproducente. Di sicuro avrebbe aumentato il numero dei miei “nemici”, degli ostili, di quelli che ti compatiscono per via dell’età. “Hai lasciato la scuola da anni, e non la capisci più!”

Io, in verità, sono ancora pienamente convinto che la scuola la possono “salvare” soltanto i docenti, gli amministrativi e i bidelli, insieme con i miei colleghi presidi. L’hanno sempre tenuta “su”, loro; hanno scelto le contromisure alla politica dei tagli; hanno realizzato pezzi di riforme e innovazioni, senza che l’amministrazione scolastica muovesse un dito per il loro aggiornamento, o l’intero governo per un contratto dignitoso.

Ero convinto che i docenti avrebbero reagito alla grande dopo la pandemia dei mesi scorsi, che si sarebbero preparati a convivere con il coronavirus per la ripresa delle lezioni. Che avrebbero cominciato a discutere delle novità da apportare alla didattica, tenendo conto degli alunni più fragili, perfino di mutati tempi dell’apprendimento. Che, i più motivati, avrebbero costituito gruppi, in ogni scuola, di iniziativa, sostegno, di collaborazione con il dirigente, l’ente locale, con le famiglie.

Ero e sono convinto che le scuole devono cominciare il 14, o al più presto, e cominciare in presenza. Devono riaprire. È fondamentale! E non solo per dare al paese il senso della normalità; non solo perché i genitori lavorano; non solo perché i ragazzi stanno da troppo tempo in vacanza; non solo perché le videolezioni mostrano troppi limiti e non raggiungono tutti.

C’è un motivo molto più importante. Tutti, soprattutto a Napoli e in Campania, conosciamo il triste fenomeno della dispersione scolastica, cioè di ragazzi che per motivi vari rimangono fuori dai percorsi di istruzione e di formazione. Che, come si sa, dovrebbero riguardare tutti fino ai sedici anni, meglio fino ai diciotto. L’esclusione da questi percorsi lascia segni indelebili: di emarginazione, di povertà culturale, spesso di deviazione sociale. Sappiamo bene com’è complicato provare a recuperare questi ragazzi per salvarli da tristi e scontati destini. Ebbene, un altro anno scolastico, a vuoto come il precedente, rappresenterebbe una tragica esperienza di dispersione scolastica di massa. Per l’intera popolazione studentesca, 8 milioni e mezzo in Italia, quasi un milione in Campania. Certo, molti recupererebbero, ma in quanti non ci riuscirebbero. Ci vorrebbe un esercito di maestri di strada: da San Giovanni a Teduccio a Trento!

Non mi aspettavo, un po’ come tutti, risposte adeguate da parte del governo e della politica. Hanno fatto di peggio: con pasticci, ripensamenti, inettitudine pura. A partire da Azzolina, che ha una semplice attenuante, quella di non essere l’unica responsabile. L’attenzione dei politici per la scuola oggi ha una sola motivazione: a chi gioverà il suo tracollo. Assisteremo, con Salvini e Meloni alla finestra, a un epico scontro fra PD e 5stelle, e andremo a nuove elezioni (con le scuole già chiuse!).

Il Ministero poi, si sa, non si sarebbe smentito. E infatti ha coinvolto anche i gruppi di esperti in una girandola di proposte e controproposte. Le mascherine: sì, no, forse. Il metro si, ma dalle rime buccali. Trovo odiosa e vergognosa una circolare ministeriale di questi giorni, che parla di attività di recupero dal primo al 14 settembre: prevede che i docenti le facciano su base volontaria e dietro retribuzione per l’in più che fanno! Un in più rispetto a che? Ed è possibile che l’amministrazione scolastica proceda con tutte le operazioni di mobilità del personale, come tutti gli anni? Come se fosse l’avvio di un normale anno scolastico? Ha idea di quante nomine dovrebbe rapidamente fare? E gli enti locali per il 14 prossimo quanti locali avranno preparato  per ospitare classi sdoppiate delle scuole?

Anche le famiglie cercano di comprendere quel che si giocano i figli con quest’anno scolastico. Il problema non è solo se stanno a casa o vanno a scuola, con quel che ne deriva per la già complicata organizzazione familiare. Ma se la crescita dei propri figli procederà con linearità o sarà irta di ostacoli più del solito.

Un anno pericolosamente a rischio. Anche per questo, alcuni, avevamo proposto di dare ai sindaci il compito di trovare locali per le aule. Fino alla requisizione. E la possibilità di richiamare in servizio personale in pensione fino alla nomina degli aventi diritto dalle nuove graduatorie o comunque in forma aggiuntiva. E sempre su base volontaria e a titolo gratuito.

Non è andato bene niente, appelli, proposte. Le resistenze maggiori sono venute da parte di docenti, colleghi, perfino dal mio sindacato. Avevo previsto tutto: come si sarebbero comportati i politici, il Miur, il governo, i genitori. Ho sbagliato clamorosamente su quella che sarebbe stata la reazione dei docenti. In tanti non vogliono far corsi di recupero, in tantissimi vorrebbero essere esonerati dall’insegnamento, in attesa di una sicurezza assoluta che nessuno può garantire. In molti, in troppi, non hanno, secondo me, quella motivazione giusta che li possa spingere a buttarsi a capofitto in questa avventura.

E non poteva essere diversamente! Non hanno cominciato con “Lettera a una professoressa”, non sono passati attraverso il ’68, le lotte sindacali, i contratti, la battaglia per le rsu.

E, si badi bene, non è e non potrebbe essere un giudizio negativo su di loro, generazioni ben successive alla nostra, e con tanti pregi. È un giudizio negativo su di noi che non abbiamo saputo trasmettere i valori e le motivazioni più profonde di questo odiato e amato “mestiere”.

Allora, hanno ragione quelli che pensano e dicono che siamo dei patetici sopravvissuti.

Franco Buccino

Repubblica ed. Napoli, 31/08/20

A due, forse tre settimane dall’inizio delle lezioni, confesso che volevo lanciare un altro appello ai docenti e a tutti i lavoratori della scuola. Il terzo! In un momento di lucidità ho colto che sarebbe stato inutile e controproducente. Di sicuro avrebbe aumentato il numero dei miei “nemici”, degli ostili, di quelli che ti compatiscono per via dell’età. “Hai lasciato la scuola da anni, e non la capisci più!”

Io, in verità, sono ancora pienamente convinto che la scuola la possono “salvare” soltanto i docenti, gli amministrativi e i bidelli, insieme con i miei colleghi presidi. L’hanno sempre tenuta “su”, loro; hanno scelto le contromisure alla politica dei tagli; hanno realizzato pezzi di riforme e innovazioni, senza che l’amministrazione scolastica muovesse un dito per il loro aggiornamento, o l’intero governo per un contratto dignitoso.

Ero convinto che i docenti avrebbero reagito alla grande dopo la pandemia dei mesi scorsi, che si sarebbero preparati a convivere con il coronavirus per la ripresa delle lezioni. Che avrebbero cominciato a discutere delle novità da apportare alla didattica, tenendo conto degli alunni più fragili, perfino di mutati tempi dell’apprendimento. Che, i più motivati, avrebbero costituito gruppi, in ogni scuola, di iniziativa, sostegno, di collaborazione con il dirigente, l’ente locale, con le famiglie.

Ero e sono convinto che le scuole devono cominciare il 14, o al più presto, e cominciare in presenza. Devono riaprire. È fondamentale! E non solo per dare al paese il senso della normalità; non solo perché i genitori lavorano; non solo perché i ragazzi stanno da troppo tempo in vacanza; non solo perché le videolezioni mostrano troppi limiti e non raggiungono tutti.

C’è un motivo molto più importante. Tutti, soprattutto a Napoli e in Campania, conosciamo il triste fenomeno della dispersione scolastica, cioè di ragazzi che per motivi vari rimangono fuori dai percorsi di istruzione e di formazione. Che, come si sa, dovrebbero riguardare tutti fino ai sedici anni, meglio fino ai diciotto. L’esclusione da questi percorsi lascia segni indelebili: di emarginazione, di povertà culturale, spesso di deviazione sociale. Sappiamo bene com’è complicato provare a recuperare questi ragazzi per salvarli da tristi e scontati destini. Ebbene, un altro anno scolastico, a vuoto come il precedente, rappresenterebbe una tragica esperienza di dispersione scolastica di massa. Per l’intera popolazione studentesca, 8 milioni e mezzo in Italia, quasi un milione in Campania. Certo, molti recupererebbero, ma in quanti non ci riuscirebbero. Ci vorrebbe un esercito di maestri di strada: da San Giovanni a Teduccio a Trento!

Non mi aspettavo, un po’ come tutti, risposte adeguate da parte del governo e della politica. Hanno fatto di peggio: con pasticci, ripensamenti, inettitudine pura. A partire da Azzolina, che ha una semplice attenuante, quella di non essere l’unica responsabile. L’attenzione dei politici per la scuola oggi ha una sola motivazione: a chi gioverà il suo tracollo. Assisteremo, con Salvini e Meloni alla finestra, a un epico scontro fra PD e 5stelle, e andremo a nuove elezioni (con le scuole già chiuse!).

Il Ministero poi, si sa, non si sarebbe smentito. E infatti ha coinvolto anche i gruppi di esperti in una girandola di proposte e controproposte. Le mascherine: sì, no, forse. Il metro si, ma dalle rime buccali. Trovo odiosa e vergognosa una circolare ministeriale di questi giorni, che parla di attività di recupero dal primo al 14 settembre: prevede che i docenti le facciano su base volontaria e dietro retribuzione per l’in più che fanno! Un in più rispetto a che? Ed è possibile che l’amministrazione scolastica proceda con tutte le operazioni di mobilità del personale, come tutti gli anni? Come se fosse l’avvio di un normale anno scolastico? Ha idea di quante nomine dovrebbe rapidamente fare? E gli enti locali per il 14 prossimo quanti locali avranno preparato  per ospitare classi sdoppiate delle scuole?

Anche le famiglie cercano di comprendere quel che si giocano i figli con quest’anno scolastico. Il problema non è solo se stanno a casa o vanno a scuola, con quel che ne deriva per la già complicata organizzazione familiare. Ma se la crescita dei propri figli procederà con linearità o sarà irta di ostacoli più del solito.

Un anno pericolosamente a rischio. Anche per questo, alcuni, avevamo proposto di dare ai sindaci il compito di trovare locali per le aule. Fino alla requisizione. E la possibilità di richiamare in servizio personale in pensione fino alla nomina degli aventi diritto dalle nuove graduatorie o comunque in forma aggiuntiva. E sempre su base volontaria e a titolo gratuito.

Non è andato bene niente, appelli, proposte. Le resistenze maggiori sono venute da parte di docenti, colleghi, perfino dal mio sindacato. Avevo previsto tutto: come si sarebbero comportati i politici, il Miur, il governo, i genitori. Ho sbagliato clamorosamente su quella che sarebbe stata la reazione dei docenti. In tanti non vogliono far corsi di recupero, in tantissimi vorrebbero essere esonerati dall’insegnamento, in attesa di una sicurezza assoluta che nessuno può garantire. In molti, in troppi, non hanno, secondo me, quella motivazione giusta che li possa spingere a buttarsi a capofitto in questa avventura.

E non poteva essere diversamente! Non hanno cominciato con “Lettera a una professoressa”, non sono passati attraverso il ’68, le lotte sindacali, i contratti, la battaglia per le rsu.

E, si badi bene, non è e non potrebbe essere un giudizio negativo su di loro, generazioni ben successive alla nostra, e con tanti pregi. È un giudizio negativo su di noi che non abbiamo saputo trasmettere i valori e le motivazioni più profonde di questo odiato e amato “mestiere”.

Allora, hanno ragione quelli che pensano e dicono che siamo dei patetici sopravvissuti.

Franco Buccino

Repubblica ed. Napoli, 31/08/20

A due, forse tre settimane dall’inizio delle lezioni, confesso che volevo lanciare un altro appello ai docenti e a tutti i lavoratori della scuola. Il terzo! In un momento di lucidità ho colto che sarebbe stato inutile e controproducente. Di sicuro avrebbe aumentato il numero dei miei “nemici”, degli ostili, di quelli che ti compatiscono per via dell’età. “Hai lasciato la scuola da anni, e non la capisci più!”

Io, in verità, sono ancora pienamente convinto che la scuola la possono “salvare” soltanto i docenti, gli amministrativi e i bidelli, insieme con i miei colleghi presidi. L’hanno sempre tenuta “su”, loro; hanno scelto le contromisure alla politica dei tagli; hanno realizzato pezzi di riforme e innovazioni, senza che l’amministrazione scolastica muovesse un dito per il loro aggiornamento, o l’intero governo per un contratto dignitoso.

Ero convinto che i docenti avrebbero reagito alla grande dopo la pandemia dei mesi scorsi, che si sarebbero preparati a convivere con il coronavirus per la ripresa delle lezioni. Che avrebbero cominciato a discutere delle novità da apportare alla didattica, tenendo conto degli alunni più fragili, perfino di mutati tempi dell’apprendimento. Che, i più motivati, avrebbero costituito gruppi, in ogni scuola, di iniziativa, sostegno, di collaborazione con il dirigente, l’ente locale, con le famiglie.

Ero e sono convinto che le scuole devono cominciare il 14, o al più presto, e cominciare in presenza. Devono riaprire. È fondamentale! E non solo per dare al paese il senso della normalità; non solo perché i genitori lavorano; non solo perché i ragazzi stanno da troppo tempo in vacanza; non solo perché le videolezioni mostrano troppi limiti e non raggiungono tutti.

C’è un motivo molto più importante. Tutti, soprattutto a Napoli e in Campania, conosciamo il triste fenomeno della dispersione scolastica, cioè di ragazzi che per motivi vari rimangono fuori dai percorsi di istruzione e di formazione. Che, come si sa, dovrebbero riguardare tutti fino ai sedici anni, meglio fino ai diciotto. L’esclusione da questi percorsi lascia segni indelebili: di emarginazione, di povertà culturale, spesso di deviazione sociale. Sappiamo bene com’è complicato provare a recuperare questi ragazzi per salvarli da tristi e scontati destini. Ebbene, un altro anno scolastico, a vuoto come il precedente, rappresenterebbe una tragica esperienza di dispersione scolastica di massa. Per l’intera popolazione studentesca, 8 milioni e mezzo in Italia, quasi un milione in Campania. Certo, molti recupererebbero, ma in quanti non ci riuscirebbero. Ci vorrebbe un esercito di maestri di strada: da San Giovanni a Teduccio a Trento!

Non mi aspettavo, un po’ come tutti, risposte adeguate da parte del governo e della politica. Hanno fatto di peggio: con pasticci, ripensamenti, inettitudine pura. A partire da Azzolina, che ha una semplice attenuante, quella di non essere l’unica responsabile. L’attenzione dei politici per la scuola oggi ha una sola motivazione: a chi gioverà il suo tracollo. Assisteremo, con Salvini e Meloni alla finestra, a un epico scontro fra PD e 5stelle, e andremo a nuove elezioni (con le scuole già chiuse!).

Il Ministero poi, si sa, non si sarebbe smentito. E infatti ha coinvolto anche i gruppi di esperti in una girandola di proposte e controproposte. Le mascherine: sì, no, forse. Il metro si, ma dalle rime buccali. Trovo odiosa e vergognosa una circolare ministeriale di questi giorni, che parla di attività di recupero dal primo al 14 settembre: prevede che i docenti le facciano su base volontaria e dietro retribuzione per l’in più che fanno! Un in più rispetto a che? Ed è possibile che l’amministrazione scolastica proceda con tutte le operazioni di mobilità del personale, come tutti gli anni? Come se fosse l’avvio di un normale anno scolastico? Ha idea di quante nomine dovrebbe rapidamente fare? E gli enti locali per il 14 prossimo quanti locali avranno preparato  per ospitare classi sdoppiate delle scuole?

Anche le famiglie cercano di comprendere quel che si giocano i figli con quest’anno scolastico. Il problema non è solo se stanno a casa o vanno a scuola, con quel che ne deriva per la già complicata organizzazione familiare. Ma se la crescita dei propri figli procederà con linearità o sarà irta di ostacoli più del solito.

Un anno pericolosamente a rischio. Anche per questo, alcuni, avevamo proposto di dare ai sindaci il compito di trovare locali per le aule. Fino alla requisizione. E la possibilità di richiamare in servizio personale in pensione fino alla nomina degli aventi diritto dalle nuove graduatorie o comunque in forma aggiuntiva. E sempre su base volontaria e a titolo gratuito.

Non è andato bene niente, appelli, proposte. Le resistenze maggiori sono venute da parte di docenti, colleghi, perfino dal mio sindacato. Avevo previsto tutto: come si sarebbero comportati i politici, il Miur, il governo, i genitori. Ho sbagliato clamorosamente su quella che sarebbe stata la reazione dei docenti. In tanti non vogliono far corsi di recupero, in tantissimi vorrebbero essere esonerati dall’insegnamento, in attesa di una sicurezza assoluta che nessuno può garantire. In molti, in troppi, non hanno, secondo me, quella motivazione giusta che li possa spingere a buttarsi a capofitto in questa avventura.

E non poteva essere diversamente! Non hanno cominciato con “Lettera a una professoressa”, non sono passati attraverso il ’68, le lotte sindacali, i contratti, la battaglia per le rsu.

E, si badi bene, non è e non potrebbe essere un giudizio negativo su di loro, generazioni ben successive alla nostra, e con tanti pregi. È un giudizio negativo su di noi che non abbiamo saputo trasmettere i valori e le motivazioni più profonde di questo odiato e amato “mestiere”.

Allora, hanno ragione quelli che pensano e dicono che siamo dei patetici sopravvissuti.

Franco Buccino

Repubblica ed. Napoli, 31/08/20

A due, forse tre settimane dall’inizio delle lezioni, confesso che volevo lanciare un altro appello ai docenti e a tutti i lavoratori della scuola. Il terzo! In un momento di lucidità ho colto che sarebbe stato inutile e controproducente. Di sicuro avrebbe aumentato il numero dei miei “nemici”, degli ostili, di quelli che ti compatiscono per via dell’età. “Hai lasciato la scuola da anni, e non la capisci più!”

Io, in verità, sono ancora pienamente convinto che la scuola la possono “salvare” soltanto i docenti, gli amministrativi e i bidelli, insieme con i miei colleghi presidi. L’hanno sempre tenuta “su”, loro; hanno scelto le contromisure alla politica dei tagli; hanno realizzato pezzi di riforme e innovazioni, senza che l’amministrazione scolastica muovesse un dito per il loro aggiornamento, o l’intero governo per un contratto dignitoso.

Ero convinto che i docenti avrebbero reagito alla grande dopo la pandemia dei mesi scorsi, che si sarebbero preparati a convivere con il coronavirus per la ripresa delle lezioni. Che avrebbero cominciato a discutere delle novità da apportare alla didattica, tenendo conto degli alunni più fragili, perfino di mutati tempi dell’apprendimento. Che, i più motivati, avrebbero costituito gruppi, in ogni scuola, di iniziativa, sostegno, di collaborazione con il dirigente, l’ente locale, con le famiglie.

Ero e sono convinto che le scuole devono cominciare il 14, o al più presto, e cominciare in presenza. Devono riaprire. È fondamentale! E non solo per dare al paese il senso della normalità; non solo perché i genitori lavorano; non solo perché i ragazzi stanno da troppo tempo in vacanza; non solo perché le videolezioni mostrano troppi limiti e non raggiungono tutti.

C’è un motivo molto più importante. Tutti, soprattutto a Napoli e in Campania, conosciamo il triste fenomeno della dispersione scolastica, cioè di ragazzi che per motivi vari rimangono fuori dai percorsi di istruzione e di formazione. Che, come si sa, dovrebbero riguardare tutti fino ai sedici anni, meglio fino ai diciotto. L’esclusione da questi percorsi lascia segni indelebili: di emarginazione, di povertà culturale, spesso di deviazione sociale. Sappiamo bene com’è complicato provare a recuperare questi ragazzi per salvarli da tristi e scontati destini. Ebbene, un altro anno scolastico, a vuoto come il precedente, rappresenterebbe una tragica esperienza di dispersione scolastica di massa. Per l’intera popolazione studentesca, 8 milioni e mezzo in Italia, quasi un milione in Campania. Certo, molti recupererebbero, ma in quanti non ci riuscirebbero. Ci vorrebbe un esercito di maestri di strada: da San Giovanni a Teduccio a Trento!

Non mi aspettavo, un po’ come tutti, risposte adeguate da parte del governo e della politica. Hanno fatto di peggio: con pasticci, ripensamenti, inettitudine pura. A partire da Azzolina, che ha una semplice attenuante, quella di non essere l’unica responsabile. L’attenzione dei politici per la scuola oggi ha una sola motivazione: a chi gioverà il suo tracollo. Assisteremo, con Salvini e Meloni alla finestra, a un epico scontro fra PD e 5stelle, e andremo a nuove elezioni (con le scuole già chiuse!).

Il Ministero poi, si sa, non si sarebbe smentito. E infatti ha coinvolto anche i gruppi di esperti in una girandola di proposte e controproposte. Le mascherine: sì, no, forse. Il metro si, ma dalle rime buccali. Trovo odiosa e vergognosa una circolare ministeriale di questi giorni, che parla di attività di recupero dal primo al 14 settembre: prevede che i docenti le facciano su base volontaria e dietro retribuzione per l’in più che fanno! Un in più rispetto a che? Ed è possibile che l’amministrazione scolastica proceda con tutte le operazioni di mobilità del personale, come tutti gli anni? Come se fosse l’avvio di un normale anno scolastico? Ha idea di quante nomine dovrebbe rapidamente fare? E gli enti locali per il 14 prossimo quanti locali avranno preparato  per ospitare classi sdoppiate delle scuole?

Anche le famiglie cercano di comprendere quel che si giocano i figli con quest’anno scolastico. Il problema non è solo se stanno a casa o vanno a scuola, con quel che ne deriva per la già complicata organizzazione familiare. Ma se la crescita dei propri figli procederà con linearità o sarà irta di ostacoli più del solito.

Un anno pericolosamente a rischio. Anche per questo, alcuni, avevamo proposto di dare ai sindaci il compito di trovare locali per le aule. Fino alla requisizione. E la possibilità di richiamare in servizio personale in pensione fino alla nomina degli aventi diritto dalle nuove graduatorie o comunque in forma aggiuntiva. E sempre su base volontaria e a titolo gratuito.

Non è andato bene niente, appelli, proposte. Le resistenze maggiori sono venute da parte di docenti, colleghi, perfino dal mio sindacato. Avevo previsto tutto: come si sarebbero comportati i politici, il Miur, il governo, i genitori. Ho sbagliato clamorosamente su quella che sarebbe stata la reazione dei docenti. In tanti non vogliono far corsi di recupero, in tantissimi vorrebbero essere esonerati dall’insegnamento, in attesa di una sicurezza assoluta che nessuno può garantire. In molti, in troppi, non hanno, secondo me, quella motivazione giusta che li possa spingere a buttarsi a capofitto in questa avventura.

E non poteva essere diversamente! Non hanno cominciato con “Lettera a una professoressa”, non sono passati attraverso il ’68, le lotte sindacali, i contratti, la battaglia per le rsu.

E, si badi bene, non è e non potrebbe essere un giudizio negativo su di loro, generazioni ben successive alla nostra, e con tanti pregi. È un giudizio negativo su di noi che non abbiamo saputo trasmettere i valori e le motivazioni più profonde di questo odiato e amato “mestiere”.

Allora, hanno ragione quelli che pensano e dicono che siamo dei patetici sopravvissuti.