La scuola del vietato toccarsi

di Maurizio Tiriticco.

A volte, a fronte di tante tristi vicende che lacerano il nostro Paese – la cronaca quotidiana ne è piena – e che sono testimonianze di profonda inciviltà, viene da chiedermi: ma molti dei miei concittadini si meritano una Divina Commedia, una Cappella Sistina, una Fontana di Trevi, una Ginestra? Quanto entusiasmo, da parte mia, quando da studente scoprii «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti»! Si tratta della cosiddetta Carta Capuana. O, se volete, del Placito Cassinese. Siamo nel 960 d. C! Com’è noto, il documento è giunto sino a noi, preziosamente conservato nell’archivio di Montecassino. E primo a pubblicarlo, nel 1734, fu un monaco cassinese, don Erasmo Gattola, il quale era rimasto giustamente sorpreso da “queste parole della balbettante lingua italiana, mescolata alla latinità barbarica”. Scoprii che una lingua nasce, si sviluppa, cambia! E a volte muore!

In realtà, la nascita di una lingua è anche la nascita di una nazione! Non a caso, la radice di nascita e di nazione è la stessa. Ma per noi italiani non è stato così. Perché la nostra penisola purtroppo è stata più terra di invasione e di conquista che terra di inclusione! Al contrario di quanto è avvenuto in altre parti d’Europa, dove determinate nazioni sono nate attorno ad una cultura, ad una lingua, ad una dinastia. Quanti lunghi secoli, invece, è durata la nostra complessa storia patria! E quanta fatica l’affermazione della nostra bella lingua, fecondata – se si può dire così – e alimentata da una cultura antica: il mondo greco e quello romano. Orazio non esitò a dire in una sua Epistola: “Graecia capta ferum victorem cepit”. A sottolineare l’unitarietà dei due mondi.

E l’ammirazione per la Grecia e della Roma antiche ha connotato tutta la nostra cultura. Però quella dei dotti! Mi vengono in mente quei versi dell’Inferno dantesco, o meglio del limbo, canto terzo: “Poi che la voce fu restata e queta, vidi quattro grand’ombre a noi venire: sembianz’avevan né trista né lieta. Lo buon maestro cominciò a dire: Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire: quelli è Omero poeta sovrano; l’altro è Orazio satiro che vene; Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano”. La spada di Omero! In effetti, queste sono le armi… pacifiche da preferire! Quando una lingua e una cultura si affermano! Ed è grazie a loro che un tale scrisse una Commedia e un altro tale il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”.

Mah! Quanti lunghi anni la nostra storia patria! E la nostra bella lingua, fecondata da una cultura antica, quella del mondo greco e del mondo romano. Ma quanta fatica per imporsi sull’intera penisola! Un tale – e siamo negli anni venti del 1800 – dovette sciacquare i panni in Arno per tentare di darci una lingua che tutti gli italiani, dalle Alpi al Lilibeo, potessero comprendere e utilizzare. E non è un caso che i Promessi Sposi per decenni sono stati una lettura obbligatoria nelle nostre scuole. Ed occorsero la leva obbligatoria e la scuola obbligatoria – e siamo negli anni sessanta del 1800 – perché il siciliano e il lombardo cominciassero a comprendersi. Come disse Cesare D’Azeglio, “fatta l’Italia, occorreva fare gli Italiani”.

Ora a volte viene da chiedermi: ma gli Italiani sono stati fatti o sono ancora da farsi? Per quanto mi riguarda, le cose che ho appreso da bravi insegnanti, ho cercato anch’io di insegnare! Altri tempi! Non so, ma… pensiamo all’oggi! Confesso che sono molto preoccupato per la prossima riapertura delle nostre scuole! Spero che il terrore del contagio del male non provochi anche la paura del contagio del bene, della nostra bella lingua, della nostra storia, della nostra cultura! Spero che non sia un avvio all’insegna della paura! A ciascun alunno la sua mascherina, la sua postazione e… guai a toccarsi! Temo che il linguaggio del corpo, quello che è fatto del toccarsi, dello spingersi, dell’abbracciarsi, del litigare anche, tutto ciò che precede e sostiene il linguaggio simbolico, delle emozioni, delle conoscenze, possa essere umiliato e offeso! Un pezzo della crescita/sviluppo, dello scontro/incontro, e di tante altre attività cooperative dovrà essere volutamente evitato! Uno per uno, sì! E soltanto! Uno per tutti, no! Con quali conseguenze? Non lo so! Pensiamoci!

 

 

Maurizio Tiriticco