Smartworking e amministrazione scolastica

di Gabriele Boselli. Il dibattito generale sullo smartworking sta investendo non solo la generalità della struttura amministrativa economica e industriale ma anche l’amministrazione delle scuole e delle strutture ministeriali. Queste sono state sino ad ora costrette dalla normativa e dal ritardo culturale degli organismi di controllo e di parte della dirigenza a modalità novecentesche nell’organizzazione e nell’accertamento  della qualità/quantità del lavoro svolto, quasi sempre trascurando il benessere/malessere dei dipendenti e il costo di base e di esercizio delle strutture che li accolgono.

Dal moderato Sala al feroce Ichino è ora forte la spinta a un netto ritorno a metodi di lavoro pre-covid nelle strutture pubbliche  e non tanto perché siano passati i rischi di pandemia (che, pur attenuati, permangono e forse torneranno a infierire) quanto perché in certi ambienti si nutre sfiducia nella effettiva serietà degli impiegati nell’assolvere al loro lavoro. Si vogliono impiegati controllati con cartellino, perseguiti eventualmente dalla finanza, inchiodati alla sedia. Pazienza se alcuni sono incompetenti e producono poco e male; l’essenza del potere -Foucault insegna- è “sorvegliare e punire”. La cultura della supremazia prevale ancora in alcuni ambienti sulla cultura del risultato.

A me sembra evidente che, con l’eccezione dei lavori a diretto contatto con il pubblico, dallo smartworking non possano che derivare vantaggi o che questi siano nettamente superiori agli svantaggi, anche in contesti non colpiti dalla pandemia. Questo sia per alcuni motivi evidenti che per altri sinora non presi in considerazione.

Vantaggi evidenti

-Sicuri vantaggi per l’ambiente dal minor consumo di auto per recarsi al lavoro.

-Vantaggi per i dipendenti nel costo dei trasporti e nelle problematiche della gestione famigliare

-Vantaggio per lo Stato per il minor costo generale e di esercizio dei locali

Svantaggi e vantaggi meno evidenti per i lavoratori della PA

-Un rischio è che il lavoro agile, non legato al posto, in nome dell’efficentamento possa ulteriormente pregiudicare la stabilità dello stesso posto di lavoro, accentuando la precarietà e al limite forme di lavoro simili al giustamente vituperato “lavoro a cottimo”.

-Potrebbe verificarsi un mero trasferimento di costi dallo Stato o dall’ente locale al pubblico dipendente che dovrebbe metterci di proprio stanza, computer e costi di connessione. Occorre che chi ci mette del suo sia compensato almeno di parte di quel che lo Stato risparmia.

 

Un aspetto non considerato

-Questo tipo di operatività nell’amministrazione delle scuole o delle strutture  MIUR manifesta qualità e quantità intrinseche del lavoro svolto dal singolo. Questo perché può farlo in sospensione delle categorie di tempo/orario della mera presenza e dello spazio fisico occupato, mettendo in miglior evidenza -tramite i risultati- i soggetti capaci come gli incapaci, chi è utile per davvero alla Nazione e all’utenza e chi invece è un peso sulle spalle dei colleghi bravi i quali devono lavorare anche per lui.

E’ sempre stato difficile valutare la quantità e la qualità del lavoro svolto;  con lo smartworking invece -essendo isolate dal contesto fisico e relazionale- queste si manifesteranno meglio, con scorno degli incapaci non più “coperti” da quelli bravi e soddisfazione di quella maggioranza di dirigenti e impiegati che svolge il proprio lavoro con competenza e passione. Certo, andrà coltivata la capacità di far operare in sintonia, su uno stesso progetto, persone diverse, ristrutturarle come squadra operativa attraverso una piattaforma di progettazione in grado di sostenere un funzionamento efficace della Digital Continuity.

Sempre che gli ichiniani non riescano a far sbagliare il decisore politico.