A proposito di un Piano di formazione di Istituto per la fase tre

di Michele Giacci

Con riferimento al recente articolo di Antonio Valentino: Pensando alla fase tre. E la formazione in servizio?, si propongono di seguito alcune considerazioni e approfondimenti su due punti specifici: la Didattica a Distanza (DaD) e il Piano Formativo di Istituto (PFI).

  1. Sulla DaD

Concordo con Valentino: l’emergenza fa … emergere con maggiore forza problemi vecchi e annunciati: le competenze digitali degli alunni e i problemi di connettività, quelle degli insegnanti, il ruolo delle tecnologie nell’apprendimento, gli ambienti di apprendimento (sia quelli on site: la camera dell’alunno, lo studio dell’insegnante; sia quelli on line: l’ambiente virtuale delle teleconferenza o della classe virtuale); il carico cognitivo a cui gli studenti sono sottoposti (e da cui sanno difendersi, lo sappiamo); un tipo di didattica classicamente trasmissiva uno-molti (the sage in the box, dicono gli anglosassoni); l’uso delle TIC al di sotto delle loro potenzialità: esse permetterebbero un apprendimento collaborativo che però richiederebbe altre forme di interazione alunno/docente e alunno/alunno, anche in asincrono, mentre la comunicazione avviene in modo prevalentemente sincrono, e così via …

Soprattutto si dimentica che le TIC integrano l’attività didattica ordinaria in aula e in presenza, ma non possono sostituirla per molte ragioni (ho in mente le avvertenze di Calvani-Trinchero, Dieci falsi miti e dieci regole per insegnare bene, Carocci, e di Vivanet, Tecnologie per apprendere. Quando e come utilizzarle, in AAVV, Le tecnologie educative, Carocci). Quando ero docente, fine anni ’90 (!), avevo collaborato con l’ITD di Genova e il CNR di Roma come formatore di formatori on line e quelle tematiche erano già molto discusse.

Quindi concordo pienamente quando Valentino conclude: “la didattica digitale … può risultare, a certe condizioni [sottolineatura mia], alleata preziosa per una didattica innovativa, più efficace e convincente”, dove le “condizioni” hanno a che fare con lo sfondo pedagogico e didattico in cui la progettazione dei docenti si inserisce. Questo sia detto al di là della retorica altrettanto deleteria secondo cui è meglio bersi un bicchiere di vino reale piuttosto che virtuale.

 

  1. Sul PFI

Al di là delle soluzioni che si adotteranno (ma si farà?) sull’obbligatorietà della formazione in servizio, resta il fatto: chi mi paga? Un Collegio può ben approvare il PFI e tutti essere d’accordo, ma le ore erogate dal lavoratore vanno pagate, come avviene in tutti i contesti lavorativi – la formazione è a carico dell’azienda sotto tutti i soli e anche sotto il sole scolastico la formazione sulle sicurezza o sulla privacy, obbligatoria, viene pagata, ergo …

Al di là dei costi, un PFI efficace deve abbracciare tutte le possibili modalità di formazione offerte dal CCNI 2019 e riprese pari pari dalla Nota MIUR, nel rispetto dell’autonomia delle scuole, in primo luogo, e delle specificità della funzione docente. Nell’articolo di Valentino si assumono queste modalità, compresa l’autoformazione, e si sottolinea il ruolo delle Comunità di Pratica (CdP)[1]. Penso anch’io che le CdP sono un’efficace opportunità per la formazione in servizio. Il problema è individuarle e, poi, incentivarle.  A questo proposito, conosco due vie:

  1. a) la prima, proposta da Wenger, McDermott, Snyder, Coltivare comunità di pratica, Guerini, che gioca sul termine ‘coltivare’, far crescere, e indica percorsi anche molto ‘interventisti’ da parte del management;
  2. b) la seconda, proposta da Lipari, Valentini, Comunità di pratica in pratica, Palinsesto, con un approccio più light in termini di ‘facilitazione’.

Vale la pena di approfondire questi discorsi.

Il PFI dovrebbe contenere gli aspetti presenti nell’articolo, cui aggiungerei un’analisi dei bisogni formativi sia della scuola (facili da individuare nei vincoli: coerenza col PTOF, con gli obiettivi strategici, il PdM, specifiche iniziative) sia dei docenti che sono i destinatari della formazione.

Immagino un percorso, a grandi linee, del tipo: analisi bisogni, progettazione della formazione, erogazione, valutazione (aspetto importante ai fini della crescita dell’organizzazione scolastica).

Sui nodi:

  • Concordo sulla scansione triennale
  • Concordo sulla collegialità, date le caratteristiche del lavoro dei docenti, anche nelle modalità del self-directed learning
  • Agenzie esterne vs formazione situata: se il PFI tiene conto dei vincoli detti sopra e della ricaduta della formazione nelle singole scuole (valutazione del percorso formativo), non vedo problemi rilevanti.

 

Discorso a parte: quale ruolo gioca in tutto ciò il dirigente scolastico, come si organizza, quali docenti coinvolge nella progettazione del PFI, è bene che individui un ‘referente’ per la formazione? Sappiamo bene come sono fatti i nostri Collegi!

 

[1] Una presentazione sintetica si trova nel sito di Wenger https://wenger-trayner.com/wp-content/uploads/2015/04/07-Brief-introduction-to-communities-of-practice.pdf