Didattica a distanza, ora un confronto “laico”: ecco da dove partire, di Marco Gui

di Marco Gui

da agendadigitale.eu, 11 giugno 2020

E’ giusto riconoscere l’opportunità che la didattica a distanza sta offrendo agli studenti di familiarizzare con funzioni più complesse del mondo digitale. Occorre però anche confrontarsi su una descrizione molto più concreta sull’uso delle tecnologie a scuola e di risolvere insieme i  problemi che essa pone giornalmente.

La scuola a distanza, che ha caratterizzato i tre mesi di questa crisi sanitaria, sta per lasciare spazio alle vacanze estive. E’ un buon momento per tirare le somme del dibattito che questa esperienza ha sollevato, in vista delle scelte politiche, ma anche educative e familiari, che dovremo compiere nel prossimo futuro.

Da parte mia vorrei analizzare come si è riproposto – in chiave coronavirus – quel discorso “rivoluzionario” a proposito della digitalizzazione della scuola, che negli ultimi anni ho posto sotto una lente critica nella mia attività di ricerca*. Questo discorso, in sintesi, concepisce la digitalizzazione come un’occasione per lo svecchiamento della scuola in forme assolutamente nuove: un nuovo stile di apprendimento, un nuovo tipo di sapere, un nuovo tipo di scuola. Vorrei mostrare perché questo discorso rimane fuorviante anche, e soprattutto, dopo questa esperienza di lock down e proporre invece una linea di azione per riunire le forze in maniera più “laica” su questo tema.

Didattica a distanza (e distrazione digitale)

Un articolo di Roberto Maragliano del 3 maggio su Nova Sole24ore costituisce un’ottima sintesi degli argomenti tecno-rivoluzionari. L’articolo è centrato sulle “lezioni” che questo periodo di chiusura delle scuole avrebbe offerto alla scuola stessa. Prima lezione: il periodo di chiusura avrebbe mostrato l’evanescenza delle preoccupazioni rispetto agli effetti collaterali dell’uso delle tecnologie per l’apprendimento. Stiamo parlando dell’effetto distrattivo delle tecnologie, dell’overload cognitivo, dell’incontro con contenuti espliciti sul web, della disuguaglianza digitale e di altri problemi rilevanti che la ricerca ci ha descritto in questi anni. E’ vero che si è parlato meno di questi temi negli ultimi mesi, perché le urgenze erano altre. Le tecnologie per la didattica a distanza sono state usate in questo periodo in maniera emergenziale e molti aspetti critici sono stati lasciati comprensibilmente in secondo piano. Pensare che questi problemi si siano dissolti sarebbe, però, molto sbagliato. E’ probabile – anzi – che gli effetti collaterali si stiano verificando in misura maggiore proprio oggi, dato l’uso intenso degli ambienti digitali, e che anzi ci sarebbe bisogno su di essi di una maggiore attenzione e intervento in futuro.

Per essere concreti, decine di ricerche scientifiche internazionali mostrano – ad esempio – che le tecnologie digitali hanno un potenziale distrattivo più alto di altri mezzi di comunicazione e molto più alto della comunicazione in presenza. Questa evidenza trova conferma nelle sensazioni di chi in queste settimane ha dovuto lottare con i figli, studenti del primo ciclo, perché non perdessero il filo di ciò che stavano facendo, perché non vedessero altri video su Youtube dopo quello che era stato loro assegnato dagli insegnanti o perché non scrivessero messaggi privati ai compagni durante la lezione live. Anche alcune prime rilevazioni sugli studenti svolte durante il lock down confermano l’ipotesi che la distrazione digitale sia stata in questo periodo un problema particolarmente rilevante. Certo, docenti e studenti hanno sempre lottato contro le distrazioni, anche in presenza, ma la ricerca mostra chiaramente che le interfacce digitali costituiscono da questo punto di vista una sfida in più.

Qual è l’apprendimento alternativo?

Seconda lezione che -secondo Maragliano- la scuola dovrebbe imparare da questo periodo: c’è un apprendimento alternativo a quello tradizionale della scuola, che fin qui si è basato sulla lettura sul libro e sulla linearità. Tale nuovo tipo di apprendimento, a cui la chiusura delle scuole è stato a suo parere una “grandiosa esperienza di iniziazione collettiva”, si basa su “immersione, condivisione, interazione e […] movimento”. Qui siamo al nucleo della lettura “rivoluzionaria” dei media digitali rispetto alle forme di apprendimento e di gestione del sapere: è in corso una rivoluzione e il lockdown è stato l’occasione per prenderne finalmente coscienza.

Il fatto è che in questa, come in altre analisi simili, resta davvero poco chiaro in cosa consista concretamente questo mutamento radicale dell’apprendimento. Quali delle attività che è possibile svolgere con la didattica a distanza mostrano “immersione”, “condivisione” e “interazione” più di quanto non le mostri invece l’attività a scuola? Forse la visione di lezioni preregistrate? Gli esercizi online? Le live con la classe? La produzione di ricerche e contenuti multimediali? Oppure quali altre attività? Uso qui anche la mia esperienza diretta: posso assicurare che i miei figli – che pure in questo periodo stanno ricevendo una didattica a distanza di ottimo livello – avevano esperienze estremamente più immersive, più condivisive e più interattive a scuola con le loro maestre e compagni. E, dunque, a cosa si riferiscono quegli aggettivi? Una giustificazione che viene spesso avanzata per giustificare la scarsa presa concreta di questi evocati metodi innovativi è che gli insegnanti non stanno sfruttando appieno il potenziale delle tecnologie ma stanno riproponendo “vecchie modalità”.

Il punto, ulteriore, è che si scende raramente nel concreto a specificare quali usi particolari incarnano le nuove modalità e il discorso resta talmente astratto da non offrire strumenti utili (si veda su questo lo studio di Salmieri, 2019). Anche molti studi internazionali hanno già messo in luce un uso troppo disinvolto del linguaggio  quando si parla di tecnologie educative. Una esigenza non più posticipabile è, quindi, che venga spiegato quali sono i referenti concreti di questi aggettivi e concetti astratti.

Sono certo delle buone intenzioni del professor Maragliano e di altri che – lodevolmente – lavorano per migliorare la scuola e renderla più vicina alle esigenze degli studenti. Ma pensare che la tecnologia spinga per forza in questa direzione non è veritiero. Questo approccio apre al rischio di sposare acriticamente le soluzioni tecnologiche come un tutto indistinto, senza analizzare caso per caso le problematicità che occorre affrontare senza negarle. Tornando ad un esempio già fatto, la visione di un video su YouTube durante la didattica a distanza è problematica perché lo studente ne vuole vedere subito un altro, che non c’entra nulla con l’obiettivo della lezione (come del resto succede anche a noi adulti!). Credo che sarebbe importante, ad esempio, ragionare su come spostare quel video in un’interfaccia che non proponga suggerimenti ulteriori e prendendosi così la responsabilità educativa di difendere l’attenzione degli studenti. Prendendo atto che un problema di distrazione ci sia, come l’evidenza scientifica ci dice, si può poi lavorare per dare una risposta.

Una visione più laica dell’innovazione a scuola

Insomma, credo sia passato il tempo per cercare nella digitalizzazione o nella didattica a distanza un cavallo di Troia dell’innovazione della scuola. Molti autori importanti a livello internazionale convengono sul fatto che la “rivoluzione digitale dell’apprendimento” non sia ancora avvenuta e che forse non avverrà mai nei termini in cui l’ha descritta il discorso “tecno-rivoluzionario” (su tutti, David Buckingham e Neil Selwyn). Abbiamo – io credo – bisogno di una visione più “laica” dei cambiamenti che si stanno verificando.

E’ giusto riconoscere la grande opportunità che questa esperienza sta offrendo agli studenti di familiarizzare con funzioni più complesse del mondo digitale, rispetto a quelle prevalentemente ludiche o relazionali che prima prendevano la maggior parte della loro attenzione. La mia proposta è, però, di confrontarsi su una descrizione molto più concreta di quello che avviene nell’uso delle tecnologie a scuola, di analizzare nel dettaglio le soluzioni – molto diverse – che esistono e di risolvere insieme i piccoli problemi che essa ci pone giornalmente. Saremo così in grado di trovare più facilmente un punto di incontro per lavorare insieme – pur con sensibilità diverse – alla valorizzazione della mediazione tecnologica nella scuola, nei tempi e modi in cui questa ci è realmente utile.

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Salmieri, L. 2019 The rhetoric of digitalization in italian educational policies: Situating reception among digitally skilled teachers, in «International Journal of Sociology of Education», 11, 1, pp. 162-183.

*si veda Gui, 2019, “Il digitale a scuola, Rivoluzione o abbaglio?”, il Mulino