Le analisi e le parabole

di Franco De Anna. Chi mi legge (masochismo…) sappia in premessa che sto contravvenendo (idem…) ad un impegno, assunto da qualche settimana con me stesso, di astenermi dall’intervenire sul dibattito (??) di cui si riempiono i social, e in particolare qui, sulla “didattica a distanza”. Una astensione dovuta sia allo scarso interesse a partecipare alla “fiera delle ovvietà” che ha assunto il carattere del confronto dopo le fasi iniziali; sia alla buona intenzione di controllare impulsi a reazioni… come dire?… troppo vivaci che certi interventi mi generavano. Specie, devo dire, quelli di autorevoli maitre a pensee che non si sono risparmiati l’esplorazione di sconcertanti dotte e categoriche affermazioni. Spesso la “banalità del bene” associata a “ignoranza” (nel senso letterale, ovviamente) dei problemi.
Mi sono bastati, in queste settimane i contributi critici e spesso ironici di grandi maestri (uno per tutti Roberto Maragliano), e di attenti e più giovani esperti che di stanno mettendo ingegno e impegno per analizzare, sperimentare, provare oggi e disegnare domani (uno per tutti Alfonso D’Ambrosio), l’osservazione del grande impegno di tante scuole e dei loro attori-protagonisti, per cercare, provare, impegnarsi a trovare risposte in questo inedito frangente. Una immagine di passioni generose, che anche se non rappresenta l’universo del sistema è certo da considerare una risorsa preziosa per il suo futuro.
Ho deciso questa contravvenzione all’impegno per l’avvicinarsi di decisioni impegnative relative alla riapertura delle scuole, che ovviamente genereranno un’altra esplosione di dibattito (??) insopportabile. Tento cioè di anticipare un’altra assunzione di vincolo al silenzio. (Una sorta di dichiarazione di esistenza in vita…)
I fondamentali per le precisazioni successive
1 La contingenza dell’epidemia ha costretto la scuola italiana a misurarsi nell’immediato con alcune questioni presenti da tempo (Cl@ssi 2.0 è progetto del 2010 solo per citarne uno…) come il rapporto tra tecnologie digitali, didattica, apprendimento e insegnamento. In particolare, per l’suo degli strumenti della comunicazione a distanza.
A noi sembra un inedito, ma se volete esempi pregnanti delle questioni sottese alla didattica on line, fate un giro sul sito del Ministero dell’Istruzione francese, giusto per fare un esempio di un “sistema nazionale”, non di un modello anglosassone…
I tentativi di ovviare alla contingenza hanno portato in superficie una questione che va oltre: dunque una possibilità di esplorazione (analisi) che scava più a fondo e proietta più in futuro chiedendosi e rispondendo ai tanti “chi, cosa, come, perché, quando” (per i cultori della qualità i “five W”). Approccio analitico necessario, perché non c’è una sola risposta (meno male…). Chi cerca una sola risposta non si impegna in “analisi” ma racconta “parabole” (come i nostri “grandi” intellettuali intervenuti in queste settimane).
2 L’occasione ha portato in evidenza la questione della “relazione educativa”, ovviamente segnalata contingentemente dalla sperimentazione della “distanza” e della “tecnologia”. Ma con drammatici (e interessati) fraintendimenti. La relazione educativa declinata entro un “sistema” come la scuola, e non nel rapporto “allievo-precettore” ha sempre posto il problema della “tecnologia”. La dimensione plurale “uno-a-uno, uno-a-molti, molti-a-molti” che assume la relazione educativa entro il sistema della scuola ha tradizionalmente posto come centrale il rapporto tra la interazione diretta, fisica, del “corpo docente” con quello dell’allievo, con l’ausilio contemporaneo di una tecnologia consolidata: il libro. Il libro è “didattica a distanza”. Ovviamente asincrona (ehm…).
Sebbene… andate a visitare la casa Leopardi a Recanati e potrete controllare come Monaldo ricorresse a tanta tecnologia intensiva (vedi la sua libreria) per il suo figliolo tenuto rigorosamente distante…
Del resto, se mi permettete di guardare alla specie. Il nostro cervello è capace di meravigliose prestazioni perché connesso con una mano non specializzata; la civiltà umana nasce dalla connessione tra un arto “plurifunzionale” ed un encefalo “plastico”; l’uomo è un animale neotenico, mai adulto. Mette strumenti tra sé e la natura. Questa è la tecnologia, bellezza…!!!
In età giovanile scrissi un volumetto sulla organizzazione della scuola nel quale dicevo di “taylorismo imperfetto e di luddismo passivo”. (Chissà che fine ha fatto la pubblicazione. Quaderni di Battaglie del Lavoro, rivista della CGIL Camera del Lavoro di Milano).
Il “taylorismo imperfetto” era la assunzione inconsapevole da gran parte dei docenti italiani di tecnologie della didattica. Allora era la metodologia curricolare di provenienza mastery learning, ma poi furono Uda, Moduli ecc… ecc.. Sono comunque, rispetto alla “relazione educativa” degli “artefatti”.
Ma venivano assunti inconsapevolmente (dunque in assenza di analisi critica…vedi i “five W” precedenti…) La reazione era di negarli operativamente ma senza “rivolta consapevole” (appunto il “luddismo passivo”: lasciatemi fare nella “mia classe”). Ecco ho strane sensazioni di ripetizioni.
Propongo a tanti (e giusti) sostenitori della centralità della “relazione educativa” un esercizio personale: ripensino alla propria esperienza scolastica da alunni, e si rammentino di quanti tra le decine di docenti con cui hanno avuto a che fare sono presenti alla loro memoria come indimenticabili protagonisti della relazione educativa.
Del resto, ma non voglio essere polemico: diventa insopportabile leggere importanti ed autorevoli interventi sulla centralità della comunicazione educativa da parte di alcuni maestri indiscussi, di cui si ricordano scritti fondamentali ma anche la assoluta incapacità di elaborare la comunicazione diretta in una lezione, in un seminario, in una tavola rotonda. Li ricorderemo per la “mediazione” tecnologica del “libro” e dello “scritto”. Non per la relazione.
Qui naturalmente all’impegno della “analisi” non si sostituisce solo la “parabola”, ma anche l’autopromozione. (I “chierici”…si sa…)
Per dire conclusivo: la riproposizione della centralità della relazione educativa non ha a che fare con tecnologie e ICT. Pone prima di tutto la questione della limitatezza e inadeguatezza della cultura psicologica e pedagogica nella scuola italiana. Ben venga il problema, e soprattutto l’impegno a mettervi rimedio. Non con le “parabole” però.
3 Le vicende di questo anno scolastico hanno (ri)portato in superficie, come sugheri dalla tempesta, le questioni della valutazione.
Anche in tal caso il fiorire della banalità del bene ha assunto toni insopportabili (per me, ovviamente). Dalla distinzione fondamentale (?!) tra valutazione formativa e sommativa, alla discussione su “misurazione” (e con quali strumenti…) e valutazione (e con quali strumenti e scale).
Si tratta di questioni di cui vi è tracciato più che consistente (o vi dovrebbe essere) nella cultura scolastica elaborata negli ultimi cinquanta anni, ma vi è nella stessa normazione (solo un esempio per chi ama i riferimenti normativi la legge 517/77).
Ciò significa (o lo dovrebbe) cimentarsi analiticamente con la individuazione di proposte sensate per affrontare una situazione eccezionale in modo coerente con principi consolidati adattando gli strumenti e le metodologie. (Analisi non parabole).
Se ci si ritrova dopo quaranta e più anni a ripetere le medesime cose (formativa… sommativa… misure… strumenti…scale numeriche e non …) e a ricordare i medesimi principi, la questione non è la DAD, ma un’altra e più grave: in quasi cinquanta anni quei principi sono tutt’altro che consolidati… (luddismo passivo?)
Vi è un terreno di analisi e proposizione determinata: per esempio le differenze tra diversi ordini di scuola… le età degli alunni… le fasi dei percorsi formativi… i valori codificati dei titoli di studio, la distinzione tra valutazione e certificazione…. Ma è come se a tale impegno si sostituisse la ripetizione (comoda) delle medesime proclamazioni di intenzioni.
La valutazione deve essere formativa, sincera, automotivante, incoraggiante, migliorativa…ecc…
Tutto giusto ovviamente, ma di nuovo le parabole per quanto edificanti, non sostituiscono l’analisi determinata che supporta le decisioni differenziate e determinate.
Se invece ciò si agisce in realtà si occultano significati ed interessi sottostanti, autodifensivi, corporativi, incapacità di decisionalità politica, rinvio alla ricerca del consenso o alla consolazione professionale, piuttosto che alla risoluzione dei problemi.
Ma anche dal punto di vista pedagogico, la banalità del bene finisce per deviare le consapevolezze. Nello stesso strutturarsi psico antropologico del soggetto la valutazione formativa e sommativa (continuo ad usare impropriamente una terminologia usuale, ma per intenderci…) giocano ruoli importanti entrambe. Così come la collaborazione e la competizione. Pensate alla vostra esperienza personale da alunni… quanto apprendimento è avvenuto “per invidia” o per “concorrenza”? Servi del mercato? Via…
Di cosa dovrebbe occuparsi la pedagogia se non del come combinare il cocktail? Ed occuparsene con tutte le distinzioni necessarie alle diverse fasi di formazione del soggetto.
Certo la valutazione in ambiente formativo ha le sue regole e problematiche. Ma se andate a cercare lavoro, e fate un colloquio di selezione, o magari un concorso per fare l’insegnante (??) non incontrerete “valutazione formativa”. Conta ciò che sai e sai fare e verrà misurato, più o meno problematicamente (leggere “Donnarumma all’assalto” di O. Ottieri sulla selezione del personale derivato dalla esperienza alla mitica Olivetti).
Proposta: perché non esercitare i nostri studenti delle superiori in simulazioni di prove di valutazione simili a quelle che incontreranno cercando lavoro? Giusto per compensare le derive alle “parabole”…
A volte ho una tentazione…. Sono assolutamente d’accordo per il “no al 6 politico” chiunque lo predichi ma in qualche caso mi viene da sostituirlo con il “sei scemo”.
Scusate l’intrusione.