Presenza e distanza Riflessioni di pedagogia come scienza filosofica in vista del prossimo settembre

di Gabriele Boselli. Sintesi – L’attuale iperpragmatismo del discorso sulla riapertura delle scuole lascia del tutto in ombra gli aspetti fondazionali dell’esistere pedagogico.

Vedere/sentire una persona nella sua fisicità non solo elettronica pro-voca nuove espansioni del pensare. Di qui la conoscenza, figlia del conoscere, la scienza costituita, la fusione storicamente sedimentata di esperienze ordinata secondo le categorie della ragione. S’avvia così, solo se detonato da significative presenze, un virtuoso girotondo tra il pensare e il conoscere.

 

Anche nelle circostanze più tranquille, siamo sempre altra cosa rispetto a qualche secondo prima. Ma quando un evento si abbatte come un asteroide sul pianeta, l’identità dei soggetti personali e istituzionali è colpita nel profondo, va davvero in crisi, talvolta in catalessi o in implosione. Una delle pratiche più seguite è allora quella di dichiarare solennemente che “nulla potrà essere più come prima” e poi limitarsi a piccoli accomodamenti teorici e a modeste innovazioni organizzative come variare il numero degli alunni, gli orari etc. senza riconsiderare il paradigma complessivo, i nodi essenziali di quel che è andato in crisi. Così si sta facendo nella scuola come del resto nell’economia, nella politica, in tutte le strutture istituzionali messe loro malgrado in questione.   Nota Daniele Bruzzone (Encyclopaideia n 56, UNIBO) come nella parola crisi consistano o siano stati creati dall’uso sia il significato di opportunità sia quello, filologicamente più fondato, di rischiosa contingenza, di situazione cruciale che comporta una svolta nel cammino successivo. Dopo la “spagnola” la “cinese” è la crisi sanitaria quella che più potrebbe mettere a rischio la qualità della vita delle persone sul piano economico, politico, sociale e -aspetto che qui esaminerò più ravvicinatamente- pedagogico e didattico. Quella che può più potentemente accelerare la transizione al post-umano.

Presenza

Presenza è presenza di-a, requisito di comunanza, partecipazione. immediatezza dell’intuizione. E’ in potenza esperienza pura, quando vissuta aprendosi alla penetrazione nell’interiorità. Opera attraversando rapporti spaziali e temporali tra i corpi. E denotativa e denotata dai luoghi,  dalle voci, dalla luce che viene dalle finestre dell’aula. La Presenza si fa presente attivando -se l’insegnante è anche un Maestro-  circolarità di concetti ed emozioni. Presenza fisica è qualcosa che non si attiva con un doppio clic e non si cancella con un clic. E’ già li, sta,  senza bisogno di accensione di un apparecchio.  Non si può spegnere una presenza sostenuta da un corpo anche se certo, per cogliere autenticamente qualsiasi tipo di presenza occorre un poco o un tanto di epochè, di sospensione del giudizio.  La presenza di un insegnante/Maestro, di uno che abbia qualcosa da dire e da dare forza le iperdifese psicologiche, annulla o riduce la distanza che ordinariamente intercorre tra un soggetto e un altro. Lo fa assai meglio una persona in carne ed ossa per il suo non-esser-cosa laddove la cosalità della presenza elettronica per la sua distanza lascia nella didattica ampi spazi alla dis-trazione; molto di più, certamente  rispetto alla soggettualità di quella fisica (questa un vero Dasein, per dirla  con Heidegger). La presenza fisica in varia misura fa avvertire le cose “con animo perturbato e commosso” (quel che non commuove non muove, Vico); è il ci dell’esserci, consente l’accesso a una manifestazione  originaria dell’ essere. Assistere a una lezione in presenza di un insegnante presente a se stesso e agli alunni comporta curvature dell’intenzionalità, nuove aperture verso il conoscere. Vi è un’originaria apertura all’ essere.  L’alunno è colui per il quale un mondo viene dischiuso. Nella Presenza la presenza appare spazializzandosi,  temporalizzandosi, mondanizzandosi,  co-esistendo. Presenza didattica è entrare anche con il corpo entro l’orizzonte, essere visti e non solo guardati. Una persona non è un aggregato di LED, una cosa.

Distanza

Nell’atmosfera (scolastica e non solo) rarefatta e sterilizzata di questi ultimi tre mesi quasi ogni tipo di relazione è stata caratterizzata dalla distanza. Tranne che al supermercato e in casa, abbiamo interagito a metri o migliaia di chilometri di distanza fisica: smart Working, home banking e per miliardi di alunni e insegnanti, forme didattiche distanziate. I mesi (o gli anni?) del coronavirus saranno ricordati come la stagione della distanza, della partecipazione sterilizzata, della mascherina, del non-abbraccio, delle mancate cene tra amici  e della sospensione – e spesso della fine- degli amori clandestini. Distanza è inter-vallo,  fossato che separa tra un lato e l’altro il vallum.  Distanza è anche spazio di garanzia e di difesa. Mentre la presenza induce a una costituzione ontologica, nella didattica a distanza  si cede facilmente alla considerazione della natura degli enti (ontica), quella in cui anche l’uomo è una “cosa del mondo”. Il suo corrispondervi “correttamente” è premiato, a scuola il risultato è valutabile dai test INVALSI. Per i test INVALSI la didattica a distanza è perfetta.

Critica della ragion distante

Ora, ogni nostra possibile intuizione è sensibile e per essere piena deve attivare tutti i sensi; ricordiamo anche il profumo di una nostra professoressa o il fiato d’alcool di qualche nostro professore. Il pensiero dunque di un oggetto in generale può in noi diventare conoscenza solo in quanto questo concetto è messo in relazione complessa con il soggetto e altri oggetti dei sensi (Kant).

La deriva tardomodernista ha colpito meno nella vita scolastica reale che nell’ufficialità poichè gli insegnanti e soprattutto le insegnanti sanno che se non si passa dal cuore non si arriva da nessuna parte. La scuola a distanza può andar bene per i curricula che sono stati e sono disegnati, sia nei ministeri che in alcune scuole efficientiste, astraendo dalla vivente concretezza del soggetto docente e discente. Come se il bambino fosse una primitiva macchina di Turing e non sentisse, come se i suoi pensieri più importanti non venissero dal profondo. A mio avviso l’  affettivo non solo è una condizione del cognitivo e della conoscenza creatrice,  ma è la scaturigine del conoscere. La conoscenza viene anche dall’eros (Platone), senza l’amore è il Nulla o l’interminabile accademica iterazione di un sapere estinto perchè non incessantemente nuovo (Gentile).

In pedagogia il soggetto e l’oggetto del discorso sono costituiti dalla singolarità dell’esistente umano nel suo Intero.