Un curricolo per la competenza linguistica

di Maurizio Tiriticco. L’emergenza linguistica delle nuove generazioni è drammatica e pericolosa. I dati Invalsi a proposito degli esiti della istruzione confermano quanto di fatto ci è già noto da tempo: la comprensione e la produzione linguistica dei nostri giovani sono di una carenza a volte intollerabile. E, se è vero che tra pensiero e linguaggio corre un filo diretto, è anche vero che è la stessa elaborazione intellettuale che rischia di soffrirne. E’ l’organizzazione intelligente dei connettivi logici, soprattutto di quelli della subordinazione, che incrementa la produzione intellettuale, che si fonda su interrogativi, ipotesi, dubbi, argomentazioni, quindi ricerca e soluzione progressiva ai problemi dello studio, ma anche del lavoro e del vivere quotidiano.

Il fatto è che l’aggressione alla lingua, se mi è consentita questa espressione, ed il suo possederla in modo produttivo si realizzano in primo luogo dal sociale, ed in un tessuto linguistico, anche e soprattutto adulto, che – a mio vedere – si fa sempre più sgangherato: e la parolaccia e l’interiezione ricorrente diventano frequentemente il sostitutivo dell’argomentazione. E’ un fenomeno che si verifica in larga misura in quasi tutti i ceti sociali. E non manca poi un’aggressione mirata contro la lingua nazionale da parte di coloro che pensano che il dialetto sia il veicolo comunicativo da privilegiare. Nulla contro i dialetti e le loro specificità, la loro conservazione e valorizzazione, ma tutto contro di essi, se pensiamo che una relazione scientifica di alto livello possa ritrovarvi modi e forme necessarie per una rappresentazione completa, efficace, comunicativa, comprensibile! Per non dire del linguaggio degli sms e delle altre diavolerie consentite – e, di fatto, “autorizzate” da Facebook, WhatsApp e non so cos’altro – per cui vale lo stesso discorso: nulla contro, purché la riduttività linguistica non si riduca a riduzione e povertà concettuali! Del resto, i linguaggi stenografici non hanno mai avvilito la ricchezza della comunicazione.

Dinanzi a questa situazione del sociale, assolutamente poco incoraggiante, la scuola a volte sembra non solo incapace di opporre una sua linea educativa, ma spesso sembra addirittura gettare la spugna! Ed il fatto che molti giovani laureati non superino le prove scritte ai concorsi a causa della povertà, della scorrettezza e della sciatteria delle loro prove (errori ortografici, morfologici, sintattici, lessicali) sembra ormai non stupire più di tanto.

A mio avviso, la debolezza della istituzione scuola in merito è per di più aggravata, in questi giorni di corona virus, da una frequentazione solo online. Mi piace ricordare che non ho nulla contro la DdD, di cui ho scritto sempre bene in altri articoli, anche per averne fatto esperienza diretta! Ma è sempre opportuno ricordare che il contatto in presenza è sempre più ricco per ragioni che è inutile ricordare. Basti pensare alla prossemica, o meglio a quella scienza che ricerca natura e fini dei rapporti spaziali interpersonali, introdotta dall’antropologo statunitense Edward T. Hall nel lontano 1963. Ma i problemi sono anche altri! Istituzionali! Il primo riguarda l’assoluta discontinuità tra i gradi di istruzione che riguardano i primi anni dell’età evolutiva.

Nulla da dire per quanto riguarda la scuola dell’infanzia che in genere assolve bene il suo compito di prima socializzazione e di prima alfabetizzazione. Gli Orientamenti del ’91, anche con i ritocchi apportati in più occasioni, le riscritture operate sia con le Indicazioni nazionali della Moratti che con le Indicazioni per il curricolo di Fioroni che con le ultime, risalenti al 2010, in effetti sembrano reggere ancora. I guai vengono successivamente. Il percorso di istruzione obbligatoria ha la durata, oggi, di ben dieci anni, ed appare assolutamente impossibile e assurdo che in dieci anni questo primo e fondante grado di istruzione non riesca a produrre giovani che siano padroni della strumentazione linguistica di base, quella che poi riguarda il linguaggio comune. E’ sotto gli occhi di tutti cha l’istruzione primaria, quella media ed il successivo biennio sono tutte e tre centrati su se stessi, a danno, invece, di una necessaria continuità. La differenziazione, infatti, viene successivamente. Quando, cioè, nei diversi ordini di studio si innestano i linguaggi specialistici, quello classico, quello scientifico, quello economico, quello giuridico e così via, a seconda delle opzioni che gli studenti via via andranno operando. E’ noto che il linguaggio specialistico di un medico non è quello di un matematico o di un architetto, anche se poi i tre, in pizzeria, discutono “del più e del meno” adottando il linguaggio cosiddetto comune.

Disgraziatamente, però, il percorso decennale obbligatorio non è affatto unitario: è tuttora diviso in quei tre gradi che vengono da lontano e che purtroppo sono per loro natura discontinui, ciascuno chiuso nella sua specificità, dettata da una tradizione in cui si sono venuti stratificando modelli di scuola diversi senza però mai legarsi ed integrarsi saldamente uno con l’altro. Occorre allora pensare ad un curricolo linguistico verticale continuo decennale! Anche se, in una simile situazione ordinamentale, la “cosa” è estremamente difficile. Ma vi è un secondo ostacolo, forse ancora più grave: il fatto che ciascuno dei tre gradi opera senza avere riferimenti programmatici certi. Dalla “riforma Moratti” in poi si sono abbattute – il verbo non è affatto ridondante – sulle scuole primarie e medie processi riformatori che hanno creato più sconcerti che certezze. Per non dire poi delle problematiche tremende indotte dal corona virus, che oggi assillano non solo la scuola ma l’intero Paese! Per cui, l’importante è andare a scuola, più che sapere che cosa visi insegni!

Viene da chiedersi: ma le attuali Indicazioni nazionali (istruzione primaria, media, licei) e Linee guida (istituti tecnici e professionali) riescono di per sé a garantire un’educazione linguistica unitaria e, soprattutto, produttiva? Mi sembra che, di fatto, ogni insegnante lavora secondo criteri suoi, spesso né comunicati né condivisi con altri. Pur esistendo nelle singole scuole documenti programmatici comuni e a volte anche sovrabbondanti circa le finalità e le “buone intenzioni”! Per non dire poi del frequente cambio di insegnanti, per cui spesso chi arriva e chi parte non dà mai conto né di ciò che ha fatto o che intende fare! Per cui, a volte, è il “giorno dopo giorno” che la fa da padrone! Che cosa poi accade nell’ultimo biennio obbligatorio (14-16 anni di età) nessuno lo sa mai con certezza. I documenti normativi che riordinano il secondo ciclo sono assolutamente avari di indicazioni forti e chiare circa l’adempimento dell’obbligo di istruzione, ed ancora più avaro è il modello di certificazione (dm 9/10). E ciò incide in primo luogo sulle competenze di base: soprattutto quella alfabetica. Ovviamente scarse! E con tutti quei deleteri effetti – alone e Pigmalione in primo luogo – che regneranno ancora sovrani! E per tutta la vita? Mah! In una situazione così precaria è mai possibile pensare ad un curricolo decennale verticale continuo, e che riguardi in primo luogo la competenza linguistica? Sembrerebbe di no! E non è un caso che anche per altre competenze si avverte una carenza normativa, soprattutto per quelle logico-matematiche, insomma per tutte quelle che sono all’attenzione delle ricerche Pisa e Invalsi.

Lo stato che ho descritto è indubbiamente abbastanza pesante. Ma allora viene da chiedersi: è possibile una rimonta? Sarebbe possibile ipotizzare, progettare e realizzare un curricolo decennale che ponga al centro l’acquisizione da parte dei nostri alunni di una effettiva e produttiva competenza linguistica di base? Sapere ascoltare/comprendere e sapere riflettere/produrre? A mio parere, sì! Purché si verifichino alcune condizioni. In primo luogo occorre la contiguità, la vicinanza fisica, direi, dei gradi di istruzione; in secondo luogo, l’assunzione di un impegno da parte degli insegnanti dei diversi gradi per garantire la continuità didattica. Sarà comunque opportuno ragionare in termini di tempi lunghi, perché il percorso obbligatorio dura dieci anni, che non sono affatto pochi. Sarà bene assumere come competenze linguistiche terminali le tre di cui al dm 139/07: 1) padroneggiare gli strumenti espressivi ed argomentativi indispensabili per gestire l’interazione comunicativa verbale in vari contesti: 2) leggere, comprendere e interpretare testi scritti di vario tipo; 3) produrre testi di vario tipo in relazione ai differenti scopi comunicativi.

Se si è concordi con le suddette linee progettuali, l’attenzione andrà tutta sui metodi. La didattica laboratoriale (nei documenti di riordino dei cicli gli accenni sono frequenti) dovrà costituire il leitmotif costante per l’intero percorso di “istruzione, formazione ed educazione”, le tre parole chiave, i tre assi di cui al comma 2 dell’articolo 1 del dpr 275/99, recante “norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche”. Occorrerà quindi adottare metodi plurimi – a seconda della situazione e degli obiettivi che si intendono raggiungere – quindi passare, ad esempio dalla peer education alla drammatizzazione, dal problem solving alla ricerca azione, a seconda delle scelte adottate dagli insegnanti, in modo che gli alunni avvertano di essere protagonisti attivi di un processo che arricchisce la loro possibilità di esprimersi e di comunicare, di ampliare gli spazi dei loro abituali orizzonti, di avvertire insomma che, giorno dopo giorno, imparano, crescono, producono, sono attivi, “padroni” dei loro percorsi. Solo così sarà sconfitta la noia di una scuola che molti, invece, avvertono inutile ed estranea ai loro interessi, al loro mondo. Che la scuola, insomma torni ad essere veramente quella σχολή in cui si cresce e si apprende in libertà!

 

Maurizio Tiriticco