Riflessioni sulla valutazione degli alunni con e senza disabilita’

di Salvatore Nocera* . Oltre a mettere in discussione un recente documento dell’ANP (già Associazione Nazionale Prèsidi, oggi Associazione Nazionale Dirigenti Pubblici e Alte Professionalità della Scuola), riguardante la valutazione degli alunni, in questo anno scolastico devastato dall’emergenza coronavirus, Salvatore Nocera si sofferma anche sugli alunni con disabilità, sostenendo tra l’altro che per quelli con disabilità intellettive e relazionali «non è proprio possibile instaurare un valido rapporto educativo tramite la didattica a distanza».

L’ANP (già Associazione Nazionale Prèsidi, oggi Associazione Nazionale Dirigenti Pubblici e Alte Professionalità della Scuola) ha pubblicato un interessante documento sulle problematiche inerenti la valutazione degli alunni in un anno scolastico devastato dal coronavirus, che ha costretto il Governo a sospendere la didattica e il Ministero dell’Istruzione ad emanare un Decreto Legge che modifica radicalmente le modalità e anche il valore e il significato della valutazione degli alunni.
Ho letto il documento dell’ANP e confesso di voler esprimere alcune perplessità su di esso, concernenti l’eccessiva insistenza sull’«autovalutazione», sulla «valutazione formativa», sui «preventivi criteri di valutazione»: sembra quasi, a pensar male, che il documento possa giustificare preventivamente un certo lassismo valutativo e che questo, alla luce dell’emergenza, debba informare lo stesso Decreto Legge appena emanato. Quel che mi sembra, infatti, è che si pretenda di applicare subito dei princìpi che ancora non abbiamo saputo applicare nei periodi normali, quale, ad esempio, una valutazione per competenze che si fatica appunto ad applicare da anni. Se questo, dunque, è un pretesto per non valutare nessuno e promuovere tutti, sono decisamente contrario, così come sono contrario alla posizione espressa dalla deputata Valentina Aprea nella sua newsletter del 7 aprile scorso, sull’abolizione del valore legale del titolo di studio, in un intervento, per altro, molto apprezzabile per altri aspetti, quale l’improrogabile necessità di una copertura totale dei collegamenti internet per tutte le scuole, attualmente assai carenti.
Se dopo anni non abbiamo saputo trovare dei metodi di valutazione oggettiva, non è certo questo il momento per pensare di applicarli adesso. Concordo quindi sulla necessità di insistere con l’autovalutazione da parte degli alunni, ciò che si fa già da anni, ma dopo questa fase che si deve svolgere durante tutte le prove e durante tutto l’anno (valutazione formativa), è pure necessario, in una scuola di Stato, che il Consiglio di Classe proceda a una valutazione “selettiva”. “Selettiva” nel senso che, dopo avere adottato col massimo impegno di ciascun docente tutti gli interventi di sostegno e recupero per ciascun alunno, specie dei più fragili (secondo la lezione di don Milani), è necessario pronunciare un giudizio circa il raggiungimento dei livelli apprenditivi, che consentano il rilascio, al termine di ogni anno scolastico (promozione alla classe successiva o diploma), di un titolo di studio avente valore legale.
Concordo così sulla necessità di tener conto non solo di “cosa” l’alunno ha appreso, ma anche di “come” lo ha appreso. Valutare infatti “come” l’alunno apprende, serve ad aiutarlo a correggere errori di metodo di apprendimento e a migliorarne i livelli apprenditivi; la valutazione finale, invece, espressa in voti – ciò che pochi giorni fa è stato messo in discussione da un documento dell’MCE (Movimento di Cooperazione Educativa), almeno per il primo ciclo di istruzione – deve tener conto fondamentalmente “cosa” l’alunno apprende e come lo sa applicare. Se si dovesse tener conto fondamentalmente del “modo” e dell’impegno, allora dovremmo dare il massimo dei voti a taluni alunni con disabilità che “ce la mettono tutta, ma che purtroppo talora non ce la fanno”.
È chiaro, quindi, come sia indispensabile che i docenti comunichino all’inizio dell’anno agli alunni i criteri di valutazione che adotteranno, per aiutarli poi nella valutazione formativa. Solo da pochissimi anni, però, il Ministero dell’Istruzione ha preteso che tali criteri venissero formalizzati in una delibera all’inizio degli esami. E ora ci sono i tempi per pretenderlo? Se vi sono docenti che ancora non sono molto puntuali in tale segnalazione preventiva, i Dirigenti Scolastici debbono aiutarli a farlo, ma ora, torno a chiedere, ci sono i tempi per una formazione approfondita?

Insomma, alla fine della lettura del documento dell’ANP, si ha l’impressione che esso possa (o voglia?) offrire la sponda al Ministro per una decisione di “indulgenza plenaria” che sarebbe in sintonia con l’attuale periodo quaresimale, ma profondamente incoerente con il significato della valutazione. E tuttavia, questo eventuale e non auspicabile “clima quaresimale indulgenziale” sta già spingendo molti alunni a un calo di impegno di studio, già purtroppo agevolato dalla non frequenza scolastica quotidiana e dalla riduzione di ore di collegamento coi docenti.
Personalmente ritengo che tutti i docenti possano fare ciò che alcuni loro colleghi impegnati stanno già facendo e cioè interrogare a distanza i singoli alunni e svolgere la valutazione formativa con autovalutazione in vista di quella “selettiva” finale. Si potrebbero anche fare effettuare dei compiti scritti a casa sui quali interrogare gli alunni durante la didattica a distanza, per verificare se essi siano il frutto degli apprendimenti degli alunni o di suggerimenti esterni. I Consigli di Classe potranno quindi riunirsi online a distanza per confrontarsi sulle proposte valutative dei singoli docenti e formulare una valutazione finale.
E in ogni caso, per gli Esami di Stato si dovrà necessariamente ricorrere alle interrogazioni e alle valutazioni a distanza, pena la non effettuazione degli esami. Se infatti è pensabile – anche se non auspicabile – che per le classi intermedie si possano ammettere tutti indistintamente alla classe successiva – salvo l’effettuazione di corsi di recupero a settembre per chi ha dei debiti – ciò non è possibile per le classi terminali, dal momento che l’articolo 33 della Costituzione impone un Esame di Stato per il passaggio da un grado all’altro di istruzione e per la conclusione. Visto quindi che le interrogazioni (colloqui) con valutazione a distanza sono indispensabili per gli Esami di Stato che sono i più delicati, non vedo perché non si possa utilizzare la didattica a distanza anche per le classi intermedie, stimolando così gli alunni a non perdere l’abitudine all’impegno quotidiano di studio.

Qui non affronto, se non di passata, il doloroso problema del gravissimo disagio che ha provocato la didattica a distanza nei confronti degli alunni con disabilità, specie intellettive e relazionali, che in molte scuole sono rimasti tagliati fuori da ogni attività didattica o perché non collegati con internet o perché i docenti li hanno abbandonati anche nel caso di didattica a distanza svolta per la loro classe. Per questi alunni, anche se la didattica a distanza fosse possibile, non si può instaurare un valido rapporto educativo tramite le “faccine” dei docenti e dei compagni che compaiono sul monitor del computer o del tablet. Si tratta infatti di persone che vivono fortemente la realtà fattuale, non riconoscendo significativa una realtà virtuale tanto schematizzata.
In questi casi si chiede che il Governo voglia ripristinare la mirabile iniziativa realizzata negli Anni Cinquanta col celebre maestro Manzi e la sua trasmissione televisiva Non è mai troppo tardi, che tanto giovò all’istruzione di migliaia di analfabeti italiani. La TV, infatti, arriva ormai ovunque e inoltre questi alunni vedrebbero i singoli docenti a mezzo busto o con l’intera figura, ciò che renderebbe il rapporto educativo più accettabile, malgrado la sua anomalia.

E a questo punto vorrei accennare ad un aspetto molto delicato, ma importante, concernente gli esami di alcuni alunni con disabilità che seguono un PEI differenziato (Piano Educativo Individualizzato). Qui la situazione valutativa potrebbe divenire assai più problematica nei confronti di quelli che dovranno sostenere gli Esami di Maturità, se è vero che talune famiglie adottano comportamenti definibili come “strani”. Queste ultime, infatti, pretendono il PEI differenziato per quattro anni, per far sì che il figlio o la figlia vadano avanti senza intoppi, chiedendo poi il PEI semplificato all’ultimo anno, e talora anche all’inizio del secondo quadrimestre, per impugnare successivamente la mancata ammissione agli esami, vessando quindi la Commissione, con la minaccia di farla riconvocare a Ferragosto per riesaminare l’alunno, a seguito di una nuova sospensiva del TAR (Tribunale Amministrativo Regionale). A quel punto “prendono per stanchezza” la Commissione stessa, o ttenendo un diploma illegittimo.
Si tratta di una questione sulla quale chi scrive ha già avuto modo di esprimersi più volte, denunciando da una parte la scorrettezza di quelle famiglie, dall’altra la dubbia deontologia professionale dei colleghi avvocati che le assecondano.
Ora, dunque, con l’ammissione automatica agli esami di tutti, potrà succedere che quelle famiglie, approfittando anche del clima emergenziale, possano pretendere il diploma, ricorrendo al TAR in caso di rilascio del semplice attestato. Tali famiglie – assai poche invero, ma purtroppo ci sono state – sono scorrette innanzitutto nei confronti dei propri figli, poiché li sottopongono a una forte tensione emotiva, mentre i pochissimi colleghi avvocati, a mio avviso, mancano, come detto, di deontologia professionale, poiché assecondano i clienti sapendo trattarsi non della tutela di un diritto, ma di un semplice “capriccio” di illusorio prestigio che otterrebbero con il rilascio del diploma. Sono episodi che seppur rari, danneggiano la qualità dell’inclusione scolastica.
In questi casi, quindi, sarà indispensabile precisare che l’ammissione agli esami di quegli alunni avvenga sulla base del loro PEI differenziato e quindi solo per il rilascio dell’attestato. In tal senso ho già proposto al Ministero, e ne ribadisco ancor oggi la necessità, che venga modificato a tal fine l’articolo 15 dell’Ordinanza Ministeriale 90/01, il quale consente alle famiglie di chiedere «in ogni momento il passaggio da un PEI differenziato ad uno semplificato», cioè corrispondente ai programmi ministeriali, sia pure a livello di obiettivi minimi, ovvero intorno alla sufficienza. Si dovrebbe invece prevedere che la famiglia potesse pretendere il PEI semplificato solo al primo anno di scuola superiore, lasciando al Consiglio di Classe, a partire dal secondo anno, la decisione sul tipo di PEI da far seguire all’alunno dopo la sperimentazione iniziale, sia pure in dialogo con la famiglia durante le riunioni del Gruppo di Lavoro che formula il PEI.
L’emanazione della nuova Ordinanza per i prossimi Esami di Maturità potrebbe essere l’occasione propizia per la correzione di questa stortura normativa.

* Salvatore Nocera,
Presidente nazionale del Comitato dei Garanti della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) e responsabile per l’Area Normativo-Giuridica dell’Osservatorio sull’Integrazione Scolastica dell’AIPD (Associazione Italiana Persone Down).