Riflessioni a partire da “Il digitale a scuola” di Marco Gui: nel mezzo di un cambiamento

di Elefteria Morosini

 

La lettura di questo libro mi ha portato a ripercorrere una parte della mia storia professionale, quella relativa alla sperimentazione delle nuove tecnologie, TIC o  ICT,  delle LIM in classe, delle piattaforme moodle, google class, WeSchool, delle chat, della scuola multimediale, delle aule 2.0 e degli spazi flessibili per l’apprendimento,  e mi spinge a riflettere sulla scuola di oggi che continua a funzionare solo laddove insegnanti e studenti si impegnano a comunicare a distanza. COMUNICARE, prima di tutto: perché, come argomenterò in seguito, dai racconti  delle esperienze di e-learning o DaD (secondo l’acronimo fatto circolare in questi giorni dal Miur), qui e altrove raccolte e diffuse, ciò che emerge come fondante di questo modo di fare scuola  è la centralità della relazione tra docente e studenti. È questo anche uno dei cardini del progetto di formazione iniziale dei docenti che abbiamo messo a punto con CUNSF, CIDI, MMDGO-AFAM, MCE, di cui sarà destinatario il Miur.

L’esperienza della scuola al tempo del coronavirus dimostra con piena evidenza  che la professionalità docente è fatta di un ventaglio di competenze antropo-psico-socio-pedagogiche e didattiche che sono indispensabile integrazione della preparazione disciplinare, come emerge dalle testimonianze che pubblichiamo in questa newsletter e che continueremo a raccogliere. E una conferma netta si trova  anche in  queste pagine.

 

“Il digitale a scuola”  di Marco Gui, ricercatore all’università Bicocca di Milano, con il quale ho avuto modo di collaborare tra scuola  e università da ben più di dieci anni, ci fa riflettere su come il digitale è stato introdotto nella scuola italiana tra entusiasmi, aspettative illusorie, opposizioni e rifiuti, atteggiamenti contrastanti che ancora oggi si mostrano diffusi e resistenti.

Il percorso che si dipana attraverso le circa 200 pagine ricostruisce criticamente come è avvenuta la digitalizzazione della scuola italiana, quali sono state le aspettative, quali i risultati a fronte di un impegno finanziario assai rilevante, quali le prospettive che abbiamo oggi. La lettura delle  ultime pagine ha un sapore particolare, poiché essendo state scritte prima dell’emergenza, suggeriscono ora prospettive inedite e improbabili  fino a poche settimane fa.

 

Le politiche e le evidenze

Fin dall’inizio del discorso si delineano le coordinate in cui collocare le diverse problematiche. Se da un lato la digitalizzazione è stata rappresentata a lungo in modo piuttosto superficiale e acritico come sinonimo di  innovazione e come opportunità per la scuola di aprirsi al mondo in trasformazione accelerata e alla cultura giovanile, dall’altro è messo in evidenza l’attrito che si è prodotto con la tradizionale struttura scolastica, luogo della trasmissione di un sapere organizzato  sulla logica lineare e l’argomentazione consequenziale, tipiche del mondo della cultura scritta e della stampa. Mentre nel mondo della comunicazione digitale dominano  ipertestualità,  reticolarità dei rimandi, modularità e perenne mobilità dei contenuti, processazione veloce, frammentazione e serendipità nelle modalità della ricerca.

Stili comunicativi nettamente diversi, in cui si stratifica anche un contrasto generazionale.

La trasformazione innescata attraverso finanziamenti massicci pone secondo Gui delle domande a cui finora non sono state date istituzionalmente delle risposte: ”Cos’è la scuola? Cosa sono l’educazione e la crescita personale nei primi anni dello sviluppo? Che rapporto mantenere con la nostra tradizione intellettuale? Quanta cautela occorre usare con le incognite dei nuovi strumenti? Che tipo di cittadini è opportuno crescere?”

Altri interrogativi più immediati e di ordine pratico hanno investito nel corso del tempo alla dirigenza delle scuole: come spendere i fondi ingenti finalizzati alla digitalizzazione? quale strumentazione acquistare? come gestire la presenza sempre più pervasiva degli smartphone nelle aule? come formare i docenti?

Nell’analizzare le motivazioni e i programmi di digitalizzazione delle scuole emerge come a fronte di una spesa assai cospicua sia mancata una visione chiara della funzione formativa, sostituita da una preconcetta fiducia nella capacità innovativa e inclusiva della digitalizzazione, che di per sé avrebbe introdotto cambiamenti positivi. Ciò non è accaduto, come rilevano diverse ricerche (vedi cap.III. Le evidenze,  pag. 87)

Oggi il contesto è cambiato rispetto agli anni ’80 del secolo scorso, con lo sviluppo e la diffusione  del web e dei social media.  L’iperconnessione e l’utilizzo pervasivo del digitale nella vita quotidiana dei giovani (e  non soltanto per loro)  presentano un rischio di iperstimolazione, con  effetti problematici a livello di performance cognitive e di benessere soggettivo, più accentuati laddove maggiore è il disagio sociale e più deboli gli strumenti culturali.

 

La digitalizzazione della scuola: gli investimenti

Il percorso inizia ricostruendo come si è sviluppata  la narrazione della digitalizzazione della scuola, dominante nel discorso pubblico  in  Europa e in  Italia,  e come si è configurata concretamente la prospettiva di un  uso formativo delle tecnologie, con quali finalità e aspettative, spesso implicite. Le attese di effetti positivi sull’apprendimento hanno prevalso sulla ricerca di evidenze per rilevare e misurare i risultati effettivi.

Si prosegue illustrando le politiche italiane per il digitale a scuola, riportando l’ammontare degli investimenti e indicando quanto sono aumentate le dotazioni tecnologiche delle scuole negli ultimi vent’anni, in rapporto all’uso dei nuovi strumenti tecnologici. I dati ci dicono che “in Italia, il ministero dell’Istruzione ha speso 128 milioni di euro (più altri 33 milioni su accordi MIUR-regioni) nel periodo 2007-2012 per l’innovazione con le tecnologie attraverso il «Piano scuola digitale». Di questi, 89 milioni sono stati destinati all’acquisto di hardware, tra cui soprattutto LIM.” (cap II. Le politiche, pag.57). Un’ulteriore cifra di circa 550 milioni di fondi aggiuntivi dell’UE è andata alle regioni  Campania, Calabria, Puglia e Sicilia per l’acquisto di tecnologie, la didattica e la formazione.  In anni più recenti, il nuovo Piano nazionale scuola digitale ha disposto poco più di 1 miliardo di euro per la scuola digitale, in fondi sia nazionali che europei, di cui almeno 511 milioni per hardware e software [MIUR 2015].

Si conferma una linea costante: gli investimenti per hardware e software prevalgono su quelli per la formazione digitale degli insegnanti. Mentre, come si argomenta nel cap. III.,  le evidenze, i vantaggi accertati non riguardano l’apprendimento degli studenti, ma soprattutto l’efficacia delle lezioni preparate dai docenti. È un dato che conferma la visione di chi ritiene che sull’investimento in hardware debba prevale la media education volta a sviluppare la capacità critica nell’uso delle tecnologie, nella lettura digitale, nell’informazione e nella comunicazione tramite i social media. Inoltre dagli anni ’90 si è venuto osservando il digital divide dovuto alle difficoltà di connessione alla rete. Se la quota della popolazione italiana tra i 16 e i 74 anni  utente di Internet è passata dal 25% nel 2003 al 71% nel 2017, si sono accentuate  le disuguaglianze relative alle condizioni della connessione, alle competenze digitali, all’uso che viene fatto della rete, ai vantaggi che i singoli ne traggono. Questi aspetti irrisolti della disuguaglianza digitale emergono fortemente anche in questi giorni e condizionano l’efficacia degli interventi di e-learning messi in campo dai docenti.

Un’integrazione in progress

Il discorso di Gui procede sintetizzando le evidenze della ricerca internazionale sugli effetti dell’introduzione dei nuovi media nella scuola, in particolare sui livelli di apprendimento, sulla competenza digitale e sull’inclusione degli studenti a rischio.

Ci sono aspetti positivi della didattica digitale da valorizzare. L’uso della tecnologia funzionale alla centralità del discente, al riconoscimento dei diversi stili di apprendimento, alla didattica per competenze si può integrare positivamente con la lezione interattiva in un gruppo in presenza e l’uso del libro di testo su carta, modalità didattiche che  hanno lungamente prodotto risultati positivi.

Anche la video-lezione può essere utilizzata in asincrono, ma le ricerche ci dicono che una lezione di questo tipo tiene l’attenzione per molto meno tempo di una in presenza, aggirandosi intorno a una durata di 6’. Anche l’uso delle slide in appoggio all’esposizione non è detto che funzioni sempre, poiché potrebbe favorire la memorizzazione ma non la concentrazione e la comprensione critica.

 

Memorie

Sono davvero molti gli stimoli che vengono da queste dense pagine.  E mi spingono a rievocare momenti della mia vita di docente di italiano e storia che nel 1984 ha iniziato a aggiornarsi sulle nuove tecnologie, mettendosi a studiare il funzionamento di linguaggi come Basic e Pascal, nell’attesa (breve) di pacchetti educativi che usassero un linguaggio più familiare e accessibile. I passaggi successivi sono stati di una velocità sconvolgente: l’uso della posta elettronica di scuola, la video-scrittura, la lavagna interattiva, i tablet di generazione web, le lezioni su moodle l’introduzione degli spazi flessibili e delle aule 2.0 nell’ambito delle Avanguardie educative… Tutto questo sempre con un approccio interattivo, integrando il lavoro nell’aula-laboratorio con quello fatto al di fuori, nello spazio sterminato del web e della rete, al di là di limiti di spazio e tempo, in una relazione di scambio tra docente e  studenti, mantenendo sempre ferma  la differenza di ruolo tra formatrice e formande/i.

Mi sembra significativo un ricordo molto netto. Nell’ambito della sperimentazione di generazione web ogni studente aveva a disposizione un tablet su cui scaricare i manuali in versione digitale, più economica e facile da trasportare: ricordo la netta presa di posizione di tutti gli studenti che   preferivano studiare sul testo cartaceo (e le letterature di italiano sono assai corpose e pesanti) piuttosto che sullo schermo del tablet, che ben speso hanno messo da parte.

A fronte della spesa cospicua e in parte infruttuosa di cui abbiamo detto, considerando anche la rapida obsolescenza dell’hardware,  sono convinta (e non da oggi)  che tutti quei finanziamenti si potevano investire meglio, magari per la formazione iniziale e in itinere dei docenti anche per quanto riguarda le competenze digitali, componente inderogabile  delle competenze di cittadinanza per tutti i cittadini, ancor di più per i formatori.

Oggi lo vediamo in modo lampante.

 

Problemi e prospettive

Il libro di Gui prende in considerazione tutti gli approcci al tema: nel campo dell’inclusione troviamo note positive, in quanto la tecnologia ha effettivamente messo a disposizione strumenti che facilitano la comunicazione e lo studio per diversi tipi di disabilità.

Non intendo qui esaurire tutti gli aspetti toccati dall’autore; meglio la lettura diretta del volume, che fatta in questi giorni mi sembra ancor più stimolante.

Nonostante i limiti della digitalizzazione della scuola, sopra illustrati, la conclusione cui si giunge alla fine della lettura è che la competenza digitale deve essere coltivata nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza e come  componente della professionalità docente. Bisogna essere in grado di analizzare e comprendere il mondo digitale che in pochi decenni  si è rapidamente trasformato. Oggi uno dei problemi principali è l’«iperconnessione» e le ricadute problematiche di questa condizione su specifici aspetti delle attività formative. L’idea dei “nativi digitali” multitasking presenta molte debolezze, come segnalano le neuroscienze, in quanto l’eccesso di connettività  e il sovraconsumo digitale portano a dipendenza da Internet, stress, information overlood, disturbi del comportamento che, secondo vari studi, colpiscono più le ragazze dei ragazzi e causano   effetti  negativo soprattutto dove c’è uno svantaggio socio-economico-culturale.

La sovrabbondanza di informazione, la frammentazione, la gratificazione immediata (meccanismo ben noto ai social network che fanno uso di algoritmi affatto neutrali) incidono negativamente e non favoriscono la comprensione né il senso critico, ma agiscono al contrario.

Per questo nella scuola bisogna considerare questi comportanti diffusi tra i giovani e affrontarli  all’interno del rapporto formativo in cui i docenti giocano un ruolo fondamentale e insostituibile.

 

Ripensare il digitale a scuola

Nelle ultime pagine l’autore  delinea  delle proposte concrete per riorientare la digitalizzazione della scuola,  a partire dal bilancio fatto. Nessun  approccio «restaurativo»,  ma piuttosto una riflessione sulla funzione della scuola e su come  svolgerla,  centrandola sul compito di fornire agli studenti gli strumenti per leggere criticamente la realtà, così come essa si presenta in un certo periodo storico.

Non si può ignorare o bandire dalla scuola l’uso di smartphone e della rete, piuttosto si può esercitare un cervello “bi-alfabetizzato”, capace di operare sul binario della “navigazione”, o dell’analisi superficiale nelle situazioni di screening per processare velocemente molte informazioni, e sul binario dell’approfondimento e dell’analisi riflessiva, che richiede silenzio, lentezza, attenzione, concentrazione.

Va salvaguardata   l’asimmetria educativa tra docente e discente, ma vanno integrate le  competenze e attitudini diverse e complementari di adolescenti e adulti.

La digitalizzazione può aiutare a rendere l’insegnamento più coinvolgente, ma  deve anche far provare i vantaggi della “gratificazione differita”.  Occorre costruire la consapevolezza che i media (tutti, digitali e tradizionali) non sono neutri, né per come sono strutturati né per gli scopi che perseguono e che sono quelli di chi li possiede e li controlla.

Didattica delle competenze e didattica digitale si possono integrare superando una visione rigida e ristretta dei “programmi da svolgere”, che neppure corrisponde all’impostazione ministeriale, ma va tenuto fermo che anche un buon navigatore in rete deve possedere una solida cultura di base: “il ruolo della conoscenza pregressa e ben strutturata appare irrinunciabile”.

Occorre sviluppare competenze digitali critiche per la lettura e l’uso dei media, proporre una storicizzazione del  processo di diffusione dei media digitali, sviluppare la cittadinanza digitale,   poiché uno dei compiti delle nuove generazioni sarà la regolamentazione della rete.

Le scelte educative devono venire sempre prima di quelle relative agli strumenti. E se l’introduzione della digitalizzazione ha deluso le aspettative di un rinnovamento automatico della scuola, tuttavia non è pensabile tornare indietro per diversi motivi: il mondo intorno è davvero sempre più pervaso dall’uso della rete e dei social media; inoltre le potenzialità della digitalizzazione sono reali e forse non sono ancora state  sfruttate pienamente a causa dei troppi fraintendimenti, entusiasmi illusori, resistenze preconcette.

Esistono diversi strumenti utili per operare nel campo dell’educazione digitale e della didattica a distanza, dal DIGCOMP: A framwork for Developping and Understanding Digital Competence in Europe (2015), al Sillabo di educazione civica digitale del Miur (2017), al progetto Benessere digitale, centro di ricerca presso l’Università degli Studi Milano Bicocca, che comprende una proposta di formazione dei docenti.

 

Progettare dopo l’emergenza

Oggi in tempo di coronavirus siamo di fronte a una diffusione dell’e-learning nata dalla necessità di mantenere la relazione educativa, che ha dato l’avvio a moltissime esperienze e sperimentazioni. In questo momento di sicuro tutte utili.

Da scambi personali con docenti che già utilizzavano gli strumenti digitali  nella didattica emergono  alcuni dati ricorrenti: in diverse realtà l’organizzazione delle attività si richiama al quadro orario delle lezioni in presenza, semplificato o ridotto, ma fondamentale per il coordinamento delle lezioni e per dare un ordine alla giornata di studenti e docenti; poi in diverse situazioni gli studenti hanno manifestato una preferenza per  la lezione in videoconferenza, che fa capo al docente, e serve per mantenere vivo e attivo il gruppo classe, pur se vengono utilizzati anche altri strumenti in asincrono, distribuzione di materiali per  e mail, in chat, trasformando tutti i mezzi disponibili in strumenti didattici.  Quindi alcuni aspetti della scuola tradizionale sono fondamentali per ritrovarsi all’interno di una dimensione nota, rassicurante, cui si riconosce una funzione insostituibile di garanzia della continuità entro coordinate note e sicure in cui si svolge la vita  della comunità di cui si fa parte.

Possiamo prevedere che l’integrazione del digitale nella didattica procederà con sempre maggiore velocità dopo questa esperienza che ha coinvolto/travolto anche docenti finora refrattari.

Per ora raccontiamo questa realtà che tutti devono conoscere. E cominciamo a riflettere su cosa si è fatto di buono  e di meno buono e su  come da qui dovrà partire una scuola nuova.

 

Link utili

“DIGCOMP: A Framework for Developing and Understanding Digital Competence in Europe” il progetto di studio europeo finalizzato a contribuire alla comprensione dello sviluppo della competenza digitale in Europa e a fissare descrittori esaustivi. Una presentazione sintetica del framework DIGCOMP, in lingua italiana, con l’indicazione delle competenze specifiche è disponibile gratuitamente on line: “Le competenze digitali per la cittadinanza”

 

Sillabo di educazione civica digitale del Miur (2017)

https://www.generazioniconnesse.it/site/it/educazione-civica-digitale/

 

“Benessere Digitale”®  è un Centro di Ricerca che si occupa del rapporto tra media digitali e qualità della vita. Il Centro ha dato vita a diversi progetti di ricerca in quattro aree di interesse (vedi “i progetti”), con un approccio interdisciplinare. Il Centro di Ricerca è affiliato al Center for interdisciplinary Studies in Economics, Psychology and Social Sciences (CISEPS).

http://www.benesseredigitale.eu

DigCompEdu – Il quadro di riferimento europeo sulle competenze digitali dei docenti e dei formatori, di Bocconi S., Earp J. and Panesi S. (2018),  Istituto per le Tecnologie Didattiche, Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)   DigCompEdu_ITA_FINAL_CNR-ITD copy