Alcune chiose sulla Nota ministeriale a firma testo di Max Bruschi

di Cinzia Mion. La prima osservazione che mi sgorga subito, dopo aver cominciato a leggere il testo (Nota Ministeriale n. 388 del 17 marzo scorso) di Max Bruschi che ho conosciuto al tempo della ministra Gelmini, ma che fra l’altro trovo molto migliorato (!), è l’espressione “comunità educante” che non molto tempo fa è stata inserita in uno specifico articolo dell’ultimo contratto della scuola e che mi ha provocato un moto di stupore. Sì, perché certe espressioni quando vengono partorite la prima volta in un dato contesto, con un certo significato e nel tempo sono rilanciate, a livello culturale, sempre nello stesso modo, secondo me non si possono d’emblèe offrire con un significato altro.

Mi riferisco al concetto nato all’interno del personalismo cattolico nella prima metà del secolo scorso, in un tempo in cui la monocultura connotava il comune sentire in Italia e quindi all’interno delle varie comunità civili intorno alla scuola. Tutti allora siamo stati educati al CONSENSO. In famiglia, in parrocchia, a scuola, ecc. I “valori erano comuni”.

Società multiculturale e confronto

La situazione però oggi è fortemente cambiata. La società è diventata multiculturale, multietnica e multireligiosa. Non è più possibile pensare alla comunità educante come ad un dato già costituito. E insieme al consenso, riferito alle norme di civile convivenza, la scuola dovrebbe saper anche educare, in modo particolarmente significativo, al Confronto. Le “Indicazioni Nazionali” del 2012 suggeriscono infatti che insieme al pensiero riflessivo si solleciti anche l’insegnamento del decentramento del proprio punto di vista.   E’ per questo che il consenso non basta più, bisogna insegnare la competenza del confronto, attraverso prima di tutto l’arte di ascoltare1. Solo la Scuola può in modo intenzionale e sistematico insegnare la competenza dell’argomentare e controargomentare, indispensabili per sapersi confrontare.

Bisogna vedere quanta energia i docenti attuali mettono in campo per educare al “pensiero riflessivo”, richiesto da questa competenza, oppure se preferiscono la tradizionale triade: lezione, studio, interrogazione e verifica, come restituzione che avviene in genere inesorabilmente attraverso il pensiero riflettente. Sembra che Bruschi questo l’abbia capito bene perché raccomanda che non si cada nella trappola della “mera assegnazione di compiti…”

A proposto del riferimento consolidato al senso della comunità educante, riflettente spesso le ideologie di appartenenza della famiglie, amo ricordare un passo addirittura dei programmi per la scuola elementare del 1985 che recitava, a proposto dei rapporti tra scuola e famiglia, “La scuola, rispettando le scelte educative della famiglia, costituisce un momento di riflessione aperta, ove si incontrano esperienze diverse: essa aiuta a superare i punti di vista egocentrici e soggettivi, così come ogni giudizio sommario che privilegi in maniera esclusiva un punto di vista e un gruppo sociale a scapito d’altri”

Capitale Sociale

Sarebbe meglio utilizzare allora il concetto di “Capitale sociale” (anche se non mi esalta la definizione di capitale al posto di ricchezza sociale) coniato da James Coleman. Si tratta anche qui di co-costruire , perché questa ricchezza sociale si attiva solo attraverso l’interazione sociale, le reti sociali e la fiducia. Consiste nell’insieme delle risorse contenute nelle relazioni familiari e sociali della comunità, comprese le Associazioni professionali e gli EELL, che risultano utili per lo sviluppo cognitivo e sociale dei bambini/e o ragazzi/e. Le relazioni fiduciarie alimentano la capacità di riconoscersi, di scambiarsi informazioni, di aiutarsi reciprocamente, di creare legami (bonding) e gettare ponti (bridging).

Ho voluto rendere chiara qual è la differenza tra il concetto classico di “comunità educante” e  quello più dinamico e attuale di “capitale sociale”, nella consapevolezza grosso modo della pseudocoincidenza del riferimento e del fatto inconfutabile che queste relazioni fiduciarie vanno sollecitate e monitorate. Il principale attore dovrebbe essere qui il Dirigente Scolastico .

 

1 Sclavi M. L’arte di ascoltare, e dei mondi possibili, Mondadori, 2003

Comunità professionale di docenti

Rileggiamo però ora il dettato di Bruschi. ”La didattica a distanza…da un lato sollecita l’intera comunità educante, nel novero delle responsabilità professionali e prima ancora, etiche di ciascuno, a continuare a perseguire il compito sociale e formativo del “fare scuola”, ma “non a scuola”e del fare, per l’appunto, “comunità”…(il corsivo è mio)

E’ evidente allora che Bruschi sta facendo riferimento alla “comunità professionale dei docenti” altrimenti chiamata “comunità di pratica”, quando parla di comunità educante. Esiste infatti già a livello istituzionale questa espressione, già inaugurata ufficialmente dalle “Indicazioni Nazionali” del 2012, su cui poggiano già ricerche e approfondimenti.

Andiamo però per gradi.

Innanzitutto chiariamo che la scuola attuale usa il termine “comunità”, nei suoi testi ufficiali, ricavandolo dall’approccio socioculturale interattivo vigotskiano. Tale termine infatti sta ad indicare in primis la classe come comunità che apprende, ossia un contesto ricco di risorse multiple e dislocate, che vengono attivate dal docente e messe a disposizione di tutti.                                      Analogamente dovrebbe avvenire per la comunità professionale dei docenti, all’interno della quale le azioni socialmente orientate sono: la consultazione reciproca, la richiesta di aiuto, lo scambio di informazioni e di saperi, il porre questioni, l’avanzare domande, la discussione, il confronto sulla prassi che richiede la de-privatizzazione delle pratiche didattiche, la negoziazione di significati condivisi. Il problema è che, per fare in modo che la suddetta comunità professionale possa esplicare bene il suo lavoro, devono essere ritagliati, all’interno dell’orario di lavoro dei docenti, dei tempi adeguati per dialoghi di riflessione.

La scuola primaria ha già a disposizione due ore alla settimana, gli altri ordini di scuola invece non ne dispongono. La mia sollecitazione allora è rivolta sia a Bruschi, e quindi al Ministero dell’Istruzione, che alle OOSS affinché nel prossimo contratto chiamino con il vero nome la comunità professionale di docenti distinguendola dalla comunità scolastica più in generale e cerchino di prevedere per tutti gli ordini di scuola i tempi per avviare quel confronto fermentativo che permette di crescere insieme. Tutti gli ordini professionali hanno le loro “comunità di pratica”, a maggior ragione i docenti dovrebbero avere la possibilità reale di farla funzionare. Quei docenti che sono i professionisti della scuola, cui è assegnato un compito nobile e di importanza essenziale perché sono alla base della formazione di tutti cittadini del Paese..

La valutazione delle attività didattiche a distanza.

In merito al tema della valutazione ritengo che Bruschi sia stato nella sua nota più innovativo di certi docenti abbarbicati al “voto”. Ripropongo infatti le sue parole che non arrivano a parlare di “valutazione formativa” ma per tale denominazione manca veramente poco…”Se l’alunno non è subito informato che ha sbagliato, cosa ha sbagliato e perché ha sbagliato , la valutazione si trasforma in un rito sanzionatorio..ma la valutazione ha sempre un ruolo di valorizzazione, di indicazioni di procedere con approfondimenti, con recuperi, consolidamenti, ricerche…Si tratta di affermare il dovere alla valutazione…  come elemento indispensabile di verifica dell’attività svolta, di restituzione, di chiarimento, di individuazione di eventuali lacune (tutti aspetti formativi se il docente se ne fa carico…modificando la sua strategia didattica ed aggiustando il tiro, nota mia) all’interno di criteri stabiliti da ogni autonomia scolastica, ma assicurando la

necessaria flessibilità.                                                                                                                                        A dire il vero non so se Bruschi abbia avuto veramente l’intenzione di alludere un po’ alla valutazione formativa e differenziare, sollecitando l’uso del termine criteri, la misurazione dalla valutazione.

Sta di fatto che questa lettura è possibile, comunque augurabile.

La sovrapposizione delle due operazione infatti è l’errore più macroscopico che viene commesso dai docenti, se sono sprovvisti di una sufficiente cultura docimologica che richiede l’esplicitazione dei veri e propri criteri di valutazione. Il PTOF ne pretende la dichiarazione.                                                                                          Chissà poi se il riferimento alla flessibilità intende mettere in guardia rispetto all’uso sconsiderato del registro elettronico quando suggerisce medie aritmetiche…

Spero ardentemente che non scorgere nessun riferimento al termine VOTO costituisca un invito esplicito a non usarlo, almeno in questa emergenza, provando così a prendere atto, che è possibile, anzi migliora il processo di insegnamento-apprendimento.                                                                                                               Provare per crede