“La compassione è la più importante e forse l’unica legge dell’umanità” [F. Dostoevskij]

di Roberta Spinazzi. Compatire è un verbo bellissimo perché ci dice di noi, della nostra umanità: è una condivisione, un soffrire insieme (cum-patior).
Questi giorni ci narrano di persone prelevate dalle loro case e dai loro affetti, senza il lusso di un abbraccio, un bacio, una carezza e nemmeno di un saluto.
Per un viaggio ultimo, in solitudine. Per una morte straziante, senza il conforto in ospedale di una presenza cara, senza vedere, senza sentire una voce nota, senza essere presi per mano. Soli e isolati fino alla fine e oltre, poiché privati anche nell’immediato di una sepoltura canonica nella propria terra.
Insomma una “morte senza”: incredibilmente depauperata della sua sacralità, dei suoi affetti, della sua storia, dei suoi riti.
Poco importa poi l’età e nemmeno le eventuali patologie pregresse: non si diventa “meno che persone” invecchiando o ammalandosi, la realtà ontologica non muta certo.
Ecco ad un dolore così straziante a cui nemmeno la più fredda logica revisionista riesce a dare una qualche sistemazione si aggiunge incomprensibilmente un frettoloso e forzato oblio, un ulteriore gratuito dolore.
Incessante prosegue “il rumore”: quello dell’intenzionalmente taciuto, di certe narrazioni giornalistiche più che indelicate, dei tanti riti quotidiani ininterrotti, della volgarità incosciente delle risate dei selfie, degli ultra-abusati e travisati hashtag rassicuranti… Già ora si disvelano in tutta la loro ambivalenza: dissonanti, stridenti e come tali violentissimi rispetto alle evidenze.
Certo la resilienza. Certo, per qualcuno la certezza della speranza.
Ma non si comprende come tanta parte dell’umanità, anche solo a pochi chilometri di distanza ignori e sia capace della più aberrante e bieca indifferenza verso chi piange la morte che poteva peraltro avere il volto della loro stessa madre, del loro padre, dei loro figli, ….
Quel volto noto che abita e dà un senso a ciascuna delle nostre vite.
Non ci si spiega come di fronte a queste morti, inedite nella forma storica del loro dramma, ci si possa come anestetizzare, sottraendosi prima del tempo al dolore, alla fatica del pensiero, alla compassione con chi le ha subite e non sa nemmeno se, dove e quando potrà degnamente celebrarle.
In luogo di un silenzio compassionevole carico di domanda, pietas e memoria, il cinismo più bieco assume anche la forma della “normalità”.
Se ne è andata una parte di noi.
Ci riguarda, ci interpella, ci interroga esattamente perché persone.
Roberta Spinazzi
Milano