Educatori e operatori per l’autonomia degli alunni con disabilità

 

di Raffaele IOSA. Ho letto con grande piacere e condivisione in scuola7 dell’11 novembre 2019 (http://www.scuola7.it/2019/159/?page=2) due proposte intelligenti, elaborate dagli amici Gabriele Ventura e Massimo Nutini, per le figure professionali di assistenza che, a partire dalla Legge 104/92, dovrebbero garantire lo sviluppo dell’autonomia personale dei nostri alunni con disabilità, sia dal punto di vista relazionale, sociale ed educativo, sia da quello dell’autonomia di base sul piano fisico, igienico, alimentare, ecc… Si tratta di snodi professionali di cura e attenzione strategici per evitare che l’inclusione sia ridotta a mera isolazione senza rispetto dei diritti minimi di vivibilità.

 

Le due proposte contenute nel loro articolo vanno ampiamente condivise e aiutate a realizzarsi. La prima propone un nuovo profilo di collaboratore scolastico con più precise competenze sanitarie, la seconda l’internalizzazione della professione di educatore per l’autonomia. Scopo di questo scritto è di rilanciare la loro proposta con un approfondimento pedagogico.

Su questo tema ricordo con piacere il lavoro che ho svolto al MIUR con lo stesso Massimo Nutini nel 2001 dove sostanzialmente creammo da zero l’assistenza di base, con la ormai “storica” CM 3390, affidandola a bidelli specializzati, con una forma contrattuale ad hoc, per garantire un diritto umano essenziale di vita. Non fu cosa facile, visti i numerosi pregiudizi, le resistenze corporative, le incertezze che di fatto creavano situazioni vergognose di bambini con disabilità lasciati sporchi per una mattina intera. Si prevedevano corsi ad hoc di 40 ore, e ammetto che nei numerosi corsi che ho fatto in giro per la mia regione trovavo molta buona volontà ed anzi, per molti collaboratori, la sensazione di essere più utili e valorizzati della banale guardianìa e pulizia dei pavimenti.

 

Ma non tutto è stato facile, in numerose scuole non si trovavano i volontari, il solito rito del “non mi tocca” è più difficile da sgretolare di quanto si pensi. In alcuni luoghi l’assistente di base e l’educatore si sono confusi, segnando quindi strani utilizzi delle giuste competenze di ognuno. Però né io né Nutini pensavamo fosse la soluzione, ma solo l’inizio, anche se ricordo l’emozione di quando uscì la CM 3390, perchè aveva rotto un muro più duro di quello di Berlino.

 

Ecco perché trovo interessante andare oltre, con un profilo formato ad hoc di collaboratore scolastico con competenze parasanitarie. Potremmo chiamarlo OSE, operatore sanitario educativo con competenze simili agli OSS ma in situazione educativa. Potrebbe agire per l’ autonomia e salute dei bambini (tutti) nelle situazioni di difficoltà (appunto) di base. Sorvolo qui su questioni contrattuali.

 

Importante è comprendere il valore socioeducativo per la qualità della vita dei nostri alunni, una professione interessante anche oltre la disabilità, per il benessere essenziale di tutti gli alunni. E un sollievo alla scuola. OSE come operatori-ponte tra scuola, servizi sanitari, famiglia.

 

In questo modo si supererebbe anche un equivoco inerente al termine “assistenza”, e cioè che essa sia “bassa cosa” che possono far tutti o quasi (in primis le donne, abituate dal tradizionalismo a essere considerate titolari della cura). Pulire il sedere ad un bambino disabile e cambiargli il pannolino non è cosa solo di mani, acqua calda e sapone, ma è una relazione intima delicata, piena di valori emotivi ed affettivi, a volte più complessi che insegnare le tabelline. Il termine “base” non può mai significare la banalità di una cosa semplice, ma di cosa necessaria e fatta bene.

 

L’assistenza all’autonomia è termine previsto dalla Legge 104/1992 come competenza di professionisti educativi e sociali formati su base pedagogica sul piano delle relazioni, della comunicazione, dello sviluppo emotivo, cognitivo e comportamentale. Forse il termine “assistenziale” può portarci fuori strada se abbiamo qui i medesimi pregiudizi di quella di base. Non è assistenzialismo bonario, ma una professione complessa e delicata, in cui non basta il cuore. Ecco perché è invalso meglio utilizzare per questa competenza il termine “educatore”. Come appunto finalmente fa la Legge Iori n. 205/2017, che ne descrive le funzioni, le competenze, i titoli accademici necessari, cioè la laurea triennale ad hoc nell’ambito delle scienze della formazione. Esattamente quelle richieste dalla 104 pur con termini 30 anni fa abituali e oggi desueti. E qui sorge la bella proposta Ventura – Nutini. Vediamone gli aspetti concreti, le difficoltà attuative, e approfondiamo il quadro pedagogico di sviluppo di questa funzione educativa.

 

Dal 1992 ad oggi la professione di educatore è esplosa nel numero: da meno di 5.000 a ben 48.000 secondo i dati degli amici Venturi e Nutini. E tutto questo a fronte del raddoppio del numero di alunni certificati e del corrispondente raddoppio (se non di più) dei posti di sostegno. Per me forse sono anche di più, travestiti sotto diverse spoglie secondo la varia fauna amministrativa dei comuni. Perché questa competenza è dei comuni come tutta l’area assistenziale, anche se per i collaboratori scolastici diventati statali dal 2000 si fece diversamente, assegnando loro l’assistenza di base.

 

Delicato è definire se la competenza dei comuni sia obbligatoria e fino a quanto. Che sia obbligatoria è ovvio, ma che sia considerata sussidiaria lo è altrettanto, visto che i comportamenti finanziari dei diversi comuni sono i più vari. In alcune regioni gli educatori abbondano, in altre no. In sostanza, queste figure entrano nel più vasto calderone dell’assistenza della Legge 328/2000 sui piani di zona. Che non mi pare godano di ottima salute. E quindi si evidenziano disparità distributiva e diverse funzioni richieste.

 

Negli anni, ed in attesa di una legge di chiarimento sulle funzioni educative, è successo di tutto in fatto di assunzioni e nomine. Sono entrati in questa professione diverse persone con i titoli più disparati, in una babele tipicamente italiana. E’ aumentata nelle scuole e nelle famiglie l’ansia di assistenza continua, un maggior bisogno di cura a attenzione che non è sempre positivo. E’ parso spesso che l’educatore servisse come completamento della cosiddetta “copertura” (mai parola fu più infelice nel mondo dell’inclusione) dei casi complessi in cui pare difficile fare scuola.

 

E quindi una sorta di guardianìa anche se (almeno) a valenza educativa. E fin qua siamo, si lasci dire ironicamente, nella norma. Ma questa babele di utilizzo ne ha determinato due patologie che vanno rimosse. La prima è appunto la copertura: i comuni “aspettano” che il MIUR assegni i posti di sostegno e poi (solo poi) assegnano gli educatori. Come, appunto, se i due mestieri fossero sommabili, perdendo così alcuni aspetti salienti di positiva differenza di funzione inclusiva. Ci sono infatti casi di inclusione dove più che gli aspetti scolastici contano quelli relazionali ed educativi, dove potrebbero contare anche una presenza educativa a scuola ma anche fuori (es. centri estivi, attività sociali”), dove cioè meglio si realizzerebbe la connessione tra “progetto di vita” (Legge 328/2000) e PEI, che invece il D.Lvo 66/2017 colpevolmente separa tra scuola e comune. Insomma una professione-ponte di alto valore sociale e aggregativo di pezzi di vita di un bambino con disabilità che andrebbero legati tra loro. Il secondo aspetto critico è il paradosso concreto per cui la volatilità degli insegnanti di sostegno per via di una folle e corporativa gestione dei posti e dei corsi, rende spesso gli educatori le uniche figure davvero stabili del rapporto dell’alunno disabile con la scuola, talmente stabile che può oltrepassare gli ordini scolastici senza difficoltà fino alla 3.a media. E quindi spesso molto gradite (giustamente) dalle famiglie. Problema del MIUR, questo, ma segno di un’opacità gestionale delle diverse professioni che va sanato per evitare equivoci.

 

Ma veniamo alla questione centrale: gli educatori sono pagati dai Comuni ma sono dipendenti quasi tutti da…cooperative che vincono appalti pubblici. Provocando un fenomeno strano: il costo/ora per il Comune è superiore di 3 volte mediamente di quanto arrivi all’educatore, che riceve mediamente un salario molto basso, raramente superiore agli 800/900 euro/mese. Ma c’è di più: i contratti sono sostanzialmente a cottimo, per ore lavorate.. Ma c’è ancora di più: se la scuola è chiusa per neve insegnanti e collaboratori sono pagati, gli educatori no. Condizioni cioè che rendono precarie le condizioni occupazionali degli educatori e la loro vita. Dunque questo fenomeno del cosiddetto outsorcing andrebbe rivisto in Italia, non solo per gli educatori ma certo per questi assolutamente sì.

 

L’esternalizzazione dei servizi pubblici è comprensibile in numerosi casi, quando l’erogazione di un servizio sia provvisoria e temporanea, o quando affidata al welfare sociale funzioni meglio, ma non ci pare questo il caso. L’educatore segue bambini e ragazzi con disabilità in forma continua e permanente, i costi dei Comuni non ripagano il lavoratore ma una organizzazione che potrebbe essere meglio assorbita da un unico sistema pubblico perfino risparmiando e offrendo ai lavoratori condizioni stabili a tempo indeterminato.

 

Ma c’è una pecca in più. Questo povero educatore è servo di tre padroni: il comune che può cambiare cooperativa da un appalto all’altro, la cooperativa che sarebbe il vero datore di lavoro, ma soprattutto la scuola che è l’effettivo soggetto che gestisce il suo lavoro. Con effetti negativi, com’erano quelli dei bidelli comunali negli anni ‘80 che non a caso furono statalizzati per avere un’organizzazione più compatta nei punti gestionali. Per esempio: non sempre l’educatore va alle riunioni del GLO o a formazione comune coi docenti semplicemente perché la cooperativa non prevede il pagamento del tempo lavorato, se non quello strettamente di vicinanza al bambino. Ecco perché l’internalizzazione degli educatori sarebbe necessaria, per farla davvero diventare persona della scuola, non solo nella scuola. Insomma, professionista dipendente della scuola.

 

Preciso che non ho manie di privilegiare i posti pubblici sempre e comunque, sono convinto che in alcuni casi l’outsorcing e il welfare society siano migliori, ma non mi pare questo il caso. Infatti nel caso dell’educatore l’internalizzazione produrrebbe tre effetti salutari: il servizio costerebbe meno, gli educatori sarebbero parte strutturale della scuola (e ponte col sociale), gli educatori vivrebbero la loro professione con dignità e serenità.

 

Naturalmente qui si apre un bel vespaio di questioni che lascio sbrogliare al governo, agli enti locali, ai sindacati. Ma non possono non rilevarne la migliore efficacia e stabilità per una buona inclusione scolastica. Conosco i pericoli di questa transizione dalle cooperative alla scuola, che forse si dovrà studiar bene con gradualità, temo ovviamente sanatorie eterne che mettano dentro di tutto, ma la prospettiva a me pare questa. Un sistema unitario e condiviso di organizzazione aiuta a fare una migliore inclusione evitando i rischi di separazione delle funzioni a canne d’organo dove si rischia solo l’aumento dell’isolazione e la dispersione di risorse.

 

Infine la questione centrale: quella professionale e deontologica dell’educatore. L’esperienza di questi anni ci ha insegnato molto sulle professioni di cura individuale e collettiva in ambito educativo. L’educatore non dà i voti, non ha una disciplina scolastica dietro le spalle, non da compiti per casa. Ha invece una relazione empatica verso la persona nella sua globalità, cui offrire un solido scaffolding per diventare più autonomo, più comunicativo, più sociale, se si vuole meno solo. L’educatore dunque è un ponte per la vita, tutta intera oltre le materie e i voti, dentro e fuori la scuola. E’ trasversale alle altre professioni, non è supplente o a completamento. Lega ciò che invece potrebbe separarsi. Ecco perché pur essendo per me persona della scuola, è anche (ci si scusi il bisticcio) persona della persona in tutte le sue funzioni cognitive, sociali, relazionali, dentro e fuori della scuola.

 

Non vorrei, infine, si scatenasse la solita questione se anche l’educatore (come spesso si chiede per l’insegnante di sostegno) debba essere della scuola o invece della tecnica specialistica di moda riferita alla singola disabilità. Io ovviamente non nego che alcune tecniche non siano preziose e quindi necessarie come competenza diffusa a scuola. Ma da questo a separarli per “filoni di tecnicalità” ce ne corre per il rischio di un aumento delle medicalizzazione della scuola. Per capirci: davanti ad un bambino autistico penso che il metodo ABA debba essere conosciuto da tutti i docenti (anche i curricolari) anche con diverse intensità. Ma avere un “educatore del solo ABA” ridurrebbe le competenze di scaffolding della persona, darebbe il camice e non più il grembiule alla scuola. Ma questo è un tema che tormenta e mette in crisi tutta la scuola, a fronte di tendenze specialistiche (di cui comprendo la ragione) ma che se estremizzate e totalizzanti ridurrebbero l’inclusione a isolazione, se non l’anticamera al ritorno delle scuole speciali. Penso invece che un buon educatore esperto e capace di comportamenti professionali variegati possa contrastare il rischio medicalizzante.

 

Grazie agli amici per aver svegliato una palude inclusiva in crisi, con due proposte che sembrano accessorie ma che nella loro trasversalità invece possono ridar sangue e passione ad una inclusione sempre più efficace.

 

Raffaele IOSA