Situazioni delle scienze e missione della scuola 3 Olim ipse dixit, ora impact factor

di Gabriele Boselli

 

Riassunto puntate n.1 e 2 (settembre- novembre 2019)   Dopo i primi trent’anni del secolo scorso non sembrano essersi avuti sviluppi davvero cardinali delle scienze di base paragonabili a quelli di altre stagioni della storia. Nelle prime puntate ho esaminato le cause di ordine politico e linguistico, ora quelle inerenti alle strutture di ricerca e di accademia.

 

 

 

Geni capaci di rivoluzionare le scienze, che pure in quest’epoca con probabilità vicina alla certezza esisteranno, vengono spesso ignorati o soffocati nella loro produzione più fortemente innovativa dai meccanismi del sistema economico e politico e/o dai sintagmi della monolingua. Ma pure in alcuni ambienti come le università sinora relativamente protetti dalle meccaniche del mercato e dai programmi di studio MIUR le scienze sono spesso volte al ser­vizio di sistemi non direttamente interessati al puro sviluppo delle scienze: trovano fattori di ritardo in sistemi di valutazione (Boselli 2009) e interessi burocratico/accademici, si attuano come produzioni di macchine orga­nizza­tive principalmente fi­nalizzate alla so­pravvivenza, alla fama mediatica dell’università, al successo del gruppo e alla car­riera dei suoi membri. Gli applausi sono ora più che mai destinati a chi conferma il pensiero di massa o alle parziali disconferme compatibili con il notum. Le cose stesse non interessano. I dotti, come venivano chiamati al tempo di Fichte, mi sembrano avere oggi degli obiettivi, non una missione. Nelle università e in molte scuole secondarie non si procede versus unum, punto di genesi di ogni novum ma -salvo casi di eroismo- ci si aggira negli orticelli fortificati delle proprie frammentazioni disciplinari.

Forse anche per questo sono tanti anni (giusto un secolo dagli anni 20 del Novecento) che non s’ac­cende qualche grande luce, che nessun studioso –dopo un confronto disinteressato- riesce a far accreditare teorie davvero origi­nali de­stinate a riconfigurare l’immagine che l’umanità si é fatta del mondo. Si tende ad approvare piccole varianti di forme preesistenti di pensiero.

Ricordo che quaranta-cinquant’anni fa, quando ero giovane, era un po’ diverso, qualche stellina si accendeva; molti studiosi citavano sì, ma spesso per contrasto. C’era una certa dialettica e come insegnano Hegel e Gentile è dalle asprezze della dialettica non troppo curvata da interessi estrinseci che nascono le nuove idee. Nella miglior dialettica evolvono le strutture generativo-trasformazionali, agiscono quelle mutazioni di paradigma che portano oltre ogni scienza. Le dialettiche che ora osservo più frequentemente anche in ambiti illustri mi appaiono più personali che scientifiche.

Ma la dialettica serve alla pura scienza se è non finalizzata prevalentemente al successo personale o di accademia, alla conquista di un posto o alla sopravvivenza di un’ università nelle zone alte delle classifiche. Oggi domina assolutamente la competitività, con tutti i suoi effetti, sia positivi che perversi e la pietra di paragone è il numero parametrico; di conseguenza si consolida una scienza impura, conservatrice, portata a privilegiare il notum o il veterum. S’incrementa la paura che idee nuove –giuste o sbagliate- possano pregiudicare la posizione faticosamente acquisita o si accende il desiderio di un più vasto consenso. Accade così che la quasi totalità delle citazioni che si ascoltano ai congressi o si leggono nelle riviste scientifiche non sia di critica radicale ma quasi sempre di conferma e omaggio ed è rivolta soprattutto ai viventi (o agli scomparsi con allievi divenuti potenti) che potrebbero essere d’aiuto.

Anche i meccanismi di valutazione delle università (es. il celebrato QS World Ranking o classifiche Arwu) mi sembra siano stilati valutando aspetti a posteriori a breve/medio termine come premi e riconoscimenti accademici ottenuti da altre accademie (di solito gentilmente ricambiati), quantità e criteri di qualità confermativa della ricerca prodotta, risultati rispetto al numero di iscritti, il giudizio di datori di lavoro o di professionisti come i “cacciatori di teste” (pardon, head hunter) e il famigerato numero di citazioni per docente. Assenti o sottovalutati come indicatori di potenzialità innovative il rapporto numerico docenti/studenti o quello docenti e studenti indigeni/stranieri (importante per le divergenze linguistiche di fondo, v. paragrafo precedente). Assente soprattutto la presa in considerazione di reali elementi di creatività della produzione scientifica, di divergenza fondata dal sapere costituito per proporre qualcosa che prima non fosse preannunciato, prima non avesse vita.

In particolare quel meccanismo ad alta perversità dell’impact factor (forma contemporanea dell’ ipse dixit riferita a soggetti che proprio non hanno la statura di Aristotele) restringerà probabilmente l’area di diffusione di molte sciocchezze e il successo di ricercatori strampalati e di più debole ingegno ma -effetto perverso- induce anche a bloccare l’ideazione innovativa, essendo ben più facile ottenere consenso nella comunità accademica e professionale con triangolazioni citazionali confermando o limando marginalmente piuttosto che sottoponendo le teorie più accreditate a una vera critica e ai processi innovativi che ne potrebbero derivare.

Il pensiero costituito ufficiale –scolastico nel senso peggiore del termine- l’ha vinta più che mai, almeno provvisoriamente, su quello critico e creativo inibendo il raffronto tra elementi risultanti dalla decostruzione teorica e principi di ricerca effettivamente nuovi, imbellettando poi quel che risulta sotto enormi, scenografici e gratuiti ammassi di dati. Come se il loro semplice accumulo potesse determinare un senso, una indicazione per la fuoriuscita dal notum e l’ingresso nel novum. Le grandi masse di dati possono, al contrario, eccedendo le attuali capacità di elaborazione, più chiudere che aprire. Forse per avere una critica disinteressata e una produzione autenticamente creativa occorrerà attendere gli sviluppi quantistici dell’intelligenza artificiale autoriprogrammante, nella speranza che i programmatori originali non avranno immesso meccanismi di blocco.

Dalle origini delle scienze europee a oggi, le argomentazioni a conferma delle teorie egemoni sono sempre più numerose e sostenute dal potere politico e accademico di quelle a disconferma: si pensi alle reazioni del governo pontificio all’eliocentrismo o alle dichiarazioni dei docenti dell’università di Salamanca, successive ai viaggi di Colombo e Magellano, contro la concezione sferica della Terra; o alle reazioni delle accademie al primo apparire delle equazioni einsteniane. Per non pensare alla paurosa inadeguatezza epistemologica dei programmi MIUR per le scuole secondarie.

I più per conformismo, alcuni degli studiosi più originali e dei docenti più innovativi per paura delle conseguenze personali, ossequiano il sapere costituito. Ma la resistenza alla cosa stessa non può mai essere infinita.

 

 

J.A.Fichte (1794) La missione del dotto, ora Bompiani 2016

A.Kojève (1932)  L’ idea di determinismo nella fisica classica e nella fisica moderna  ora Adelphi 2018

  1. Husserl (1939) La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale riletto NET 2010
  2. K. Feyerabend (1979) Contro il metodo.Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza. Milano, Feltrinelli
  3. Boselli (2009) Sulla pedagogia fenomenologica come scienza valutabile n. 26, Encyclopaideia, CLUEB, Bologna
  4. Melucci (2016) Ri-pensare l’educazione negli scenari del post-umano, Encyclopaideia, n.46
  5. Bostrom, (2018) Superintelligenza. Tendenze, pericoli, strategie, Bollati Boringhieri