‘Libera’ sanzione in ‘libero’ Paese?

di Simonetta Arnone. 2019 d.C., 11 maggio: un’insegnante di italiano dell’Istituto Tecnico Industriale “Vittorio Emanuele III” di Palermo viene sospesa senza stipendio per 15 giorni dall’insegnamento per omessa vigilanza: non ha vigilato sul pensiero dei suoi studenti, che hanno prodotto un video in occasione della Giornata della Memoria nel quale accostavano la promulgazione delle leggi razziali del 1938 al “decreto sicurezza” del Ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’accostamento è forse ingenuo e filologicamente superficiale, ma discutere di questo non significa di certo censurare, dal momento che l’azione educativa non è mai censura e che lo studio ha tra i suoi obiettivi primari l’acquisizione di una coscienza critica e autonoma, nella convinzione che diventare cittadini attivi e liberi non può che passare attraverso il sapere e il confronto.
All’obiezione troppo inutilmente ripetuta “ A scuola non si fa politica”, c’è una considerazione alla quale non si può obiettare: a scuola non si fa propaganda politica, è questo è corretto, né si offende la storia e la Costituzione, tantomeno si inneggia alla violenza, motivo per il quale andrebbe allontanato dalla scuola il docente che vorrebbe vedere la Segre seduta su un termoventilatore o che dichiara apertamente di considerare la Costituzione cartastraccia, e stranisce non poco che non ci sia alcuna azione in tal senso da parte degli organi competenti, così solerti a punire chi non vigila sul pensiero dei propri studenti, che si configura piuttosto come un non reato da non sanzionare; ma partecipare è politica, esprimere liberamente le proprie convinzioni è politica, scegliere è politica, nel senso più alto del termine, a patto che la sacra e inviolabile autonomia delle proprie idee e delle proprie scelte siano supportate dalla conoscenza e dal confronto, necessari per crescere davvero come individui liberi e cittadini consapevoli, in grado di contribuire alla costruzione di un presente e di un futuro dignitosi, memori delle lezioni lasciate dal passato.
E’ lecito quindi chiedersi cosa si intenda esattamente per fare politica a scuola: se per fare politica a scuola si intende promuovere valori educativi condivisi, come l’uguaglianza, il rispetto delle diversità, la maturazione di una consapevole e autonoma coscienza critica e civica, la conoscenza nel senso più alto, scienza e Costituzione comprese, la lotta all’emarginazione e la promozione dell’inclusività, nessuno escluso, la pace, l’etica, la tutela dei beni comuni e la lotta ad ogni forma di barbarie, odio e violenza, la capacità di confrontarsi su norme, idee e contenuti, sulla base del libero pensiero supportato da logica e conoscenza, piuttosto che su soprusi, offese e illazioni, allora io sono una Preside che fa politica nel senso più nobile del termine, o piuttosto, per meglio dire, esercito il diritto/dovere ad assicurare una scuola democratica, libera e aperta a tutti (come Costituzione docet), e me ne vanto.
Quindi se concordiamo tutti sul fatto che a scuola non si fa e non si deve fare propaganda politica, concorderemo sul fatto a scuola non si può e non si deve procedere contro un docente su delazione politica. O no?
A scuola (che, per fortuna, è o dovrebbe essere sempre plurale, libera e fondata sui principi alla base della nostra democrazia) tra i valori educativi indiscutibili da trasmettere agli studenti ci sono temi che dovrebbero essere universalmente condivisi, come la libertà, le pari opportunità, il rispetto dei diritti umani, la lotta ad ogni forma di discriminazione, i principi cardine della nostra Costituzione; la loro trasmissione non significa indottrinare menti o ‘fare politica’, ma piuttosto perseguire le finalità proprie di ogni corretta e coerente azione educativa. Siamo invece in presenza di delazione politica se a causa di una segnalazione fatta da una senatrice tramite un twitt, si avvia una procedura ispettiva che porta alla punizione di una docente e, cosa ancor più grave, all’intervento della Digos in una scuola.
A margine, quindi, una riflessione: possiamo quindi dire che il caso in questione, tanto triste quanto frutto di un’azione miope e inadeguata, si inserisce in un clima di autoritarismo che è assai più pericoloso di un video prodotto da giovani studenti, nel quale l’eccesso di ingenuità può e deve diventare oggetto di confronto e di studio effettuato su basi storiche all’interno di un’aula scolastica, non di delazione e di azione punitiva al servizio del potente di turno, perché questo travalica il buon senso e diventa ingerente rispetto all’azione educativa? E’ questo piuttosto oggi ad essere grave, e fingere di non capirlo ci impedisce di fronteggiare in modo consapevole, critico ed efficace la deriva autoritaria in atto che coinvolge persino (o forse soprattutto) la scuola, e di fatto trasforma la propaganda politica in azione coercitiva; deriva che travalica i compiti e le funzioni di un governo democratico, i cui i funzionari dovrebbero tutelare lo Stato, le sue leggi e i suoi cittadini, piuttosto che compiacere il potente di turno e ambire a posizioni di potere politico, senza temere di tradire il proprio ruolo istituzionale e il proprio compito morale.
Questo deve essere chiaro non solo a noi operatori della scuola, che ogni giorno esercitiamo il nostro compito di educatori e rispettiamo il ruolo di funzionari di uno Stato plurale e rispettoso della Costituzione, ma deve esserlo ad ogni cittadino italiano, nella consapevolezza che la libertà di opinione, l’uguaglianza e la solidarietà sono i principi culturali fondanti di una società davvero democratica, che smette di essere tale già nel momento in cui a qualcuno balena in mente di chiedersi “Come si fa a non diventare padroni di un paese di servitori?” , per citare chi con autoritarismo, delazione politica e azione punitiva andava a braccetto.
In ogni caso, su una cosa possiamo essere d’accordo con gli studenti che hanno prodotto il video, al di là dei parallelismi semplicistici e storicamente discutibili ivi contenuti, e cioè che la memoria è un possente strumento per capire e per rispondere alle sollecitazioni del presente: su questo l’azione educativa non può fallire, né oggi né mai.

Simonetta Arnone