Autonomia, i rischi per la scuola al sud

di Franco Buccino. Il dibattito in corso sull’autonomia differenziata procede fra toni accesi e scontri politici. E affronta tutte le materie dell’autonomia richiesta da alcune regioni; in particolare, l’attenzione si sofferma sull’istruzione.

Non mancano ragioni fondate per discutere del sistema scolastico nazionale e dello spazio di autonomia richiesta.

La scuola è stata una delle principali artefici dell’unità nazionale, della stessa nascita e consolidamento della comunità nazionale. E continua ad esercitare tale ruolo. E poi è lo strumento principe per formare il cittadino, per eliminare o ridurre le varie differenze esistenti tra i cittadini e tra i diversi territori in cui si articola il paese. Le opportunità e i diritti di cui parla la nostra Costituzione devono essere garantiti a tutti i cittadini, in qualunque area del paese essi vivano.

Contemporaneamente, in modo unanime è stata avvertita, ormai da anni, la necessità innanzitutto di dotare le scuole di autonomia didattica, organizzativa e finanziaria, e poi di riconoscere spazi di autonomia ai territori, alle comunità locali. Spazi di programmazione dell’offerta formativa in considerazione della situazione e delle necessità locali. L’autonomia delle istituzioni scolastiche, il nostro cavallo di battaglia a ridosso dei due secoli, non si potrebbe realizzare e non avrebbe senso senza una contemporanea autonomia dei territori. E noi meridionali l’abbiamo sostenuto con ancora più forza e convinzione.

Il sistema si reggerà solo sul continuo e delicato equilibrio tra il livello nazionale e le esigenze dei territori. E quindi sarebbero del tutto legittime le posizioni e la discussione, se non fosse che… Chi oggi richiede, o meglio pretende, l’autonomia, e ci fermiamo al sistema scolastico, non lo fa solo per recuperare lo spazio delle autonomie locali oggettivamente frenate e forse mortificate. Ma ha in programma, parliamo di Veneto e Lombardia, un’esasperazione della caratterizzazione regionale di molti contenuti e percorsi didattici, e soprattutto di un rigoroso reclutamento, inquadramento e retribuzione del personale, in dispregio di quella che è la programmazione nazionale e il contratto collettivo nazionale dei lavoratori del settore, in primis gli insegnanti.

E questo lo fa non solo e non tanto per salvaguardare i caratteri identitari del territorio, quando per conservare e aumentare i vantaggi di cui si trova ad usufruire. Per le condizioni sociali, economiche e territoriali le regioni che chiedono l’autonomia già hanno una situazione migliore per quanto riguarda le scuole: edilizia scolastica, laboratori, palestre, tempo scuola, interventi degli enti locali, più risorse per il diritto allo studio. Vivono però il problema dell’eccessiva mobilità del personale. Gli insegnanti in gran parte vengono dal Sud e al Sud tornano. È il loro grande problema sul quale si è arenato fino a oggi non solo l’obiettivo pienamente legittimo della continuità didattica ma anche il progetto di un autonomo sistema scolastico.

Ma ora sembra che abbiano trovato la soluzione. Di norma la loro posizione rispetto alla fiscalità è nota: da loro c’è più ricchezza, pagano più tasse, devono avere più soldi pubblici, secondo un sistema proporzionale e non certo perequativo. Sulla scuola la pensano diversamente. Poiché gli insegnanti al Nord sono più giovani e spesso precari, costano di meno di quelli del Sud, più anziani di età e di ruolo. Allora vogliono la differenza tra quello che lo Stato paga fra insegnanti del Sud e del Nord, differenza da utilizzare per pagare di più gli insegnanti che si spostano da loro e incentivarli a rimanere.

Questo tipo di autonomia fa saltare il ruolo e la funzione della scuola nel nostro paese. Se ci sarà una nuova resistenza, partirà dalle scuole