Tra secessionisti e neostatalisti rischia di prevalere il solito immobilismo scolastico

di Fabrizio Dacrema

Non è difficile immaginare la conclusione di questa ennesima
battaglia campale in cui, come sempre, sono in scena i buoni
(paladini della scuola pubblica) contro i cattivi (scuola regionale
dei ricchi): alla fine si riuscirà a fermare il nuovo tentativo di
demolire la scuola pubblica, questa almeno è la mia speranza e
convinzione, ma non si arresterà il suo declino.
Il copione in atto lo abbiamo già visto più volte, ai tempi delle
riforme di Berlinguer e delle controriforme Moratti/Gelmini, ai
tempi di Renzi e ora con questo sgangherato tentativo di
regionalizzare la scuola. Ogni volta che qualcuno prova a
cambiare il presente stato delle cose scolastiche è arrestato da
fronti scolastici variamente composti ma sempre ostili ai
cambiamenti. E così sono falliti indifferentemente i tentativi di
cambiamento: quelli buoni, quelli cattivi e quelli un po’ buoni e un
po’ cattivi.
In campo oggi ci sono tre Regioni che, per ragioni diverse,
intendono rompere un assetto istituzionale sospeso tra il
federalismo inattuato della riforma costituzionale del 2001 e la
sconfitta referendaria del referendum renziano che riportava al
centro diverse competenze.
Veneto e Lombardia si sono imbarcati in un improbabile
secessionismo dei ricchi, perfetto per prendere voti tra l’elettorato
incattivito del nord ma del tutto inadatto a superare l’esame del
voto a maggioranza assoluta in un Parlamento in cui, nella stessa
maggioranza, non mancano i “sudisti”. E se anche fosse
approvato, difficilmente resisterebbe alla bocciatura della Corte
Costituzionale giacché contrasta i più elementari principi di
uguaglianza dei cittadini. Mettere le mani sul residuo fiscale
significa, infatti, creare cittadini che hanno diritto a migliori
servizi pubblici perché risiedono in Regioni più ricche e, per
questo, trattengono una percentuale maggiore del loro gettito
fiscale.
In campo scolastico Veneto e Lombardia avrebbero più soldi pro
capite per i loro studenti, gli insegnanti diventerebbero dipendenti
della Regione cui sarebbero affidate le competenze in materia di
organici, reclutamento, contratto di lavoro, sistema di valutazione.
I lombardo-veneti, inoltre, associano alla regionalizzazione degli
insegnanti la promessa di un aumento di stipendio del 10-15%,
possibile solo se riusciranno nell’ardua impresa di mettere le mani
sul residuo fiscale e, di conseguenza, sottrarre alle altre Regioni il
costo degli aumenti salariali ai loro insegnanti.
Contro questa prospettiva si è levato con buone ragioni il mondo
sindacale e associativo degli insegnanti con un appello che
contesta una regionalizzazione destinata a rendere impari le
opportunità degli studenti, a disarticolare il CCNL e a mettere a
rischio l’unitarietà del sistema educativo.
L’appello però sembra unicamente preoccupato del possibile
indebolimento del ruolo dello Stato la cui funzione unificatrice è
addirittura estesa ai percorsi didattici, dimenticando così una delle
finalità principali dell’autonomia scolastica – mai citata in un testo
sull’assetto istituzionale del sistema educativo – che consiste nel
differenziare i percorsi di apprendimento per far raggiungere a
tutti eguali esiti formativi.
L’appello tace sull’insopportabile livello di diseguaglianze
educative già esitenti che è anche il risultato della storia di un
sistema educativo centralistico e dell’ultimo ventennio in cui
autonomia scolastica e riforma costituzionale del 2001 sono
rimaste incompiute.
Anche senza regionalismo differenziato l’Italia si contraddistingue
per essere pesantemente sopra le medie UE e OCSE per livello di
diseguaglianze negli esiti scolastici, che colpiscono sulla base
della provenienza socio-culturale (incide in particolare il titolo di
studio dei genitori) e della provenienza territoriale (divari nordsud e centro-periferie).
Queste disuguaglianze negli esiti scolastici colpiscono poi
specificamente gli studenti con background migratori che sempre
più subiscono, insieme a soggetti svantaggiati italiani, gli effetti
dei processi di polarizzazione educativa. Molte indagini hanno già
messo in luce le tendenze segreganti di un orientamento scolastico
che incanala sistematicamente nei professionali stranieri e
svantaggio italiano. Nuove indagini (si veda ad es. Studio
Politecnico e Comune di Milano su scuole dell’obbligo della città
– https.//welforum.it) ora attestano il diffondersi di processi di
polarizzazione educativa a causa dei quali, accanto a scuole senza
problemi, in scuole primarie e di secondaria inferiore dello stesso
ambito territoriale si concentrano popolazioni scolastiche
connotate da svantaggio sociale e background migratorio.
Come fronteggiare queste vecchie e nuove diseguaglianze
educative senza nuove forme di governo locale del sistema
educativo? Questa domanda rimane senza risposta nell’appello dei
sindacati della scuola e delle associazioni professionali che, infatti,
non presentano proposte per una decentralizzazione positiva del
sistema educativo.
Non è allora un caso che l’Emilia Romagna sia assimilata al
secessionismo di Veneto e Lombardia, nonostante non chieda la
riduzione del residuo fiscale né la regionalizzazione degli
insegnanti ma cerchi, con la sua richiesta di autonomia
differenziata, di far finalmente funzionare la legislazione
concorrente sull’istruzione. E per questo, oltre al trasferimento di
competenze necessarie alla programmazione territoriale
dell’offerta formativa, chiede anche che lo Stato definisca i livelli
essenziali delle prestazioni da assicurare a ogni cittadino italiano e
da cui devono discendere i fabbisogni standard da calcolare sulla
base dei costi standard.
La programmazione territoriale dell’offerta formativa, fino a oggi
bloccata dalla non chiarissima distribuzione delle competenze del
Titolo V ma anche da tenaci resistenze centralistiche, è
indispensabile per lo sviluppo del sistema zerosei, del rapporto
scuola lavoro, dell’apprendimento permanente. Cioè su questioni
determinanti per lo sviluppo dei territori e del Paese.
Una nuova governance territoriale del sistema educativo è
decisiva, inoltre, per contrastare polarizzazioni educative
segreganti e promuovere politiche di discriminazione positiva. A
livello territoriale Comuni e Scuole devono poter stabilire criteri
condivisi di accoglienza e iscrizione per favorire in ogni scuola
popolazioni scolastiche equi-eterogenee. Occorre investire di più
nelle scuole con maggiori difficoltà: più risorse finanziarie e
professionali, insegnanti con le competenze mirate alla
progettazione di quelle scuole, alleanze con l’associazionismo e il
terzo settore. Tutte cose fattibili solo a livello locale attivando
forme partecipate di governance territoriale.
Le disuguaglianze non si combattono difendendo l’esistente o
peggio tornando a un centralismo ministeriale tanto
tranquillizzante per gli operatori quanto autoreferenziale nei
confronti della domanda sociale.
“Il cambiamento siamo noi” è echeggiato dalla piazza dei
sindacati confederali. Dalle forze del lavoro, allora, deve ripartire
un progetto di cambiamento del sistema educativo italiano che
proponga anche una decentralizzazione alternativa al modello
lombardo-veneto.