Maturità 2019 e la scuola che non c’è

di Franco Buccino. Si discute molto in questi giorni della nuova maturità. All’inizio l’attenzione si è concentrata sul disorientamento degli studenti e su una critica diffusa dei docenti alla notizia ufficiale e definitiva, a metà anno scolastico, che molte delle novità previste dalla legge sarebbero partite con la maturità 2019. Poi si è entrati nel merito delle nuove prove d’esame. Due autori per il tema letterario, magari uno dell’Ottocento e uno del Novecento; due materie insieme nella seconda prova: latino e greco, brani da tradurre e/o analizzare e contestualizzare; matematica e fisica, problema di matematica e, novità assoluta, la prova scritta di fisica. In genere ci si ferma alla seconda prova della maturità classica e di quella scientifica, snobbando le altre maturità. E poi via via a discutere tutte le altre novità, fino alle griglie nazionali di valutazione. Come in tutte le discussioni che si rispettino, sulle novità ci sono favorevoli o contrari che sostengono anche con veemenza le loro idee.

Studenti e docenti assistono, avviliti e perplessi, a discussioni, dotte disquisizioni, litigi feroci, soprattutto perché non si parla più di loro, che sono quelli che devono fare e gestire l’esame. A rincuorarli ci pensa il Ministro, il quale difende tutte le novità, smonta le critiche, ricorda che le prove Invalsi e Alternanza scuola lavoro le ha tenute fuori dall’esame, e conclude dicendo che con le consolidate altissime percentuali di promossi negli anni precedenti c’è poco da preoccuparsi, tutt’al più ci sarà un riequilibrio di voti alti tra sud e nord, che lui da buon leghista non dice ma auspica.

In tutti questi temi di discussione è appena sfiorato l’argomento che varrebbe maggiormente la pena di approfondire: che rapporto c’è tra prove ed esami finali che gli studenti devono sostenere e l’attività didattica che li ha visti impegnati per anni a scuola? È successo già con le prove Invalsi, succederà con la nuova maturità. Si costruiscono le prove avendo in mente il giusto rapporto tra abilità, competenze e conoscenze, pensando a come l’Ocse stila le classifiche, e non si tiene conto della scuola reale, della didattica di tutti i giorni. Di contro, la scuola procede quotidianamente con la solita cultura e i soliti strumenti dell’interrogazione, del compito; a tener conto delle conoscenze acquisite: contano le materie, le discipline, le nozioni più delle competenze e le abilità. Diciamolo con franchezza: la scuola di tutti i giorni e le nuove prove ed esami si ignorano.

Si ignorano per una scelta consensuale, e quindi sopportano i reciproci arrangiamenti, furbizie, omissioni. A breve, con le simulazioni, si codificheranno le regole pratiche per aggirare tutte le novità e vanificarne la portata. E qualcuno, già dopo la prima edizione della nuova maturità, rimpiangerà il vecchio esame, più serio e attento alla psicologia dello studente…

E se provassimo a simulare, anziché le nuove prove, per un tempo definito, un mese o giù di lì, la scuola che vorremmo, la scuola come dovrebbe essere e funzionare. Con momenti interdisciplinari seriamente programmati e valutazione collegiale degli alunni fatta sul campo. Superando le rigidità dell’orario delle lezioni e il gruppo classe, con compresenze significative dei docenti e un ruolo attivo degli studenti. La scuola che non c’è.