Per una scuola in orizzontale

di Maurizio Tiriticco. Ho letto con interesse l’articolo di Salvo Intravaia, pubblicato su “la Repubblica” di oggi: edizione toscana. Copio l’incipit: “Abbandonare l’idea di classe conosciuta finora e rivoluzionare il concetto di promozione. Secondo il Gruppo di Firenze, che da quasi 15 anni si occupa di questioni scolastiche, è possibile. Anzi, è auspicabile nella scuola superiore nostrana. Perché ‘attualmente, la scuola italiana, come nella maggioranza dei Paesi europei, è interamente basata – spiegano nella loro proposta di riforma della scuola di secondo grado – sul succedersi delle classi, a cui si viene ammessi avendo almeno la sufficienza in tutte le materie’. Ma questa, a parere degli insegnanti che vorrebbero trasformare la loro esperienza nelle classi in qualcosa di più, ‘è un’organizzazione nel complesso adeguata per il primo ciclo. Nelle superiori, però, la ripetenza viene sempre più sentita come un sistema che non garantisce la serietà degli studi e di conseguenza una buona preparazione degli studenti’.”

Seguono alcune considerazioni su ciò che accade in alcuni Paesi e si conclude: “Non sarebbe quindi meglio adottare il sistema che vige in Finlandia, si chiedono gli autori della proposta, più vicina all’organizzazione in atto all’università? L’istruzione secondaria auspicata dal Gruppo che lavora per una ‘scuola del merito e della responsabilità’ abbandona il concetto di classe per abbracciare quello dei corsi disciplinari. Come accade nel paese scandinavo, che figura ormai stabilmente tra i primi al mondo per competenze di base (Lettura, Matematica e Scienze) dei propri quindicenni, per cui ‘non si passerebbe più dalla prima classe alla seconda e così via, ma dal primo al secondo corso di italiano, dal primo al secondo di matematica e via dicendo’.” Seguono ulteriori considerazioni a cui rinvio. La proposta non mi sorprende, perché sono anni che io, profeta disarmato, ma agguerrito ed insistente, vado predicando il superamento delle “tre C”: la Classe d’età, la Cattedra e la Campanella. Mi spiego.

Secondo il criterio della Classe d’età, tutti i soggetti in età evolutiva acquisirebbero Conoscenze, Abiltà e Competenze – per dirla con un linguaggio oggi abbastanza in uso – secondo criteri di sviluppo omogenei. Ma la Classe d’età “allinea” certamente i soggetti sotto il profilo anagrafico, ma non – né potrebbe farlo – in relazione ai reali livelli di maturazione, se vogliamo usare un vocabolo ricorrente. In altri termini, lo sviluppo/crescita di un soggetto in età evolutiva non è eguale per tutti. Potremmo dire soltanto che si può individuare uno standard di riferimento.

Piaget è un maestro insuperato al riguardo e, com’è noto, individua quattro fasi di crescita/sviluppo, che schematizzo. Fase senso-motoria (0/3 anni): pensiero egocentrico; continuità tra il soggetto e gli oggetti; non vi sono cause, non c’è futuro; curiosità, interesse, tutto va toccato, afferrato, smontato – Fase intuitiva (3/7 anni): il bambino proietta se stesso negli oggetti e si sente al “centro del mondo”; è la fase dell’egocentrismo – Fase operatorio-concreta (7/11 anni): il pensiero interagisce con gli oggetti, supera l’egocentrismo e con il linguaggio riconosce regole e rapporti formali tra gli oggetti – Fase ipotetico-deduttiva (11/14 anni): il soggetto si fa “adulto”, fissa il valore del simbolo e dell’astrazione, definisce i rapporti formali che regolano l’attività del pensiero (categorie logiche); elabora ipotesi e sa procedere per via deduttiva. Si tratta di fasi, aperte, quindi, e non di scalini, chiusi!

In effetti un nuovo nato cresce, apprende e matura nella misura in cui gli sono “lanciati” determinati stimoli, quelli che condizionano il suo percorso di sviluppo/crescita, il suo concreto curriculum vitae, se si vuole adottare questa espressione. E’ noto che “attanti” (genitori, parenti e persone comunque presenti nello sviluppo/crescita di un nuovo nato, attivi per altro in un dato contesto socioeconomico) responsabili, positivi, anche non necessariamente colti, almeno secondo il significato corrente (vale più una madre “ignorante” affettuosa, che una “colta”, ma fredda e direttiva) nonché stimoli ricchi “lanciati” dal contesto socio affettivo, costituiscono le condizioni prime che promuovono, nel più o nel meno, lo sviluppo/crescita e l’apprendimento. Per analogia, la povertà degli stimoli lanciati dagli attanti e/o dall’ambiente condiziona negativamente lo sviluppo/crescita di un nuovo nato.

Le altre due C non meritano particolari commenti. La Cattedra è l’oggetto/segno fisico di una data materia di insegnamento. Comunque, occorre distinguere la disciplina dalla materia. La disciplina (storia, italiano, matematica, ecc.) attiene alla ricerca: si può dire che viene da lontano, si evolve e va lontano. Sappiamo che le conoscenze disciplinari in chimica o in fisica dell’età umanistica non sono quelle del secondo millennio. Invece la materia (dal latino mater, la sostanza di cui è costituito un oggetto) è l’estratto– se si può dir così – di una data disciplina, che viene offerto all’apprendimento di una data classe di età. Lo studio della storia in una classe primaria non è lo stesso che si pratica al liceo o all’università o che riguardi lo storico ricercatore professionista. La materia viene offerta agli alunni, in ordine alla loro classe d’età con delle pubblicazioni apposite, i cosiddetti “libri di testo”, e con lezioni graduate e mirate. La Campanella, poi, è quel segnale sonoro che scandisce i tempi (in genere le ore) di studio in un dato istituto scolastico. E scandisce tempi eguali per tutti, alunni ed insegnanti. Se in una data situazione necessita un insegnamento/apprendimento più lungo, ciò non è possibile! E a volte accade il contrario: l’insegnamento/apprendimento è terminato, ma bisogna attendere pazientemente il suono liberatorio. Ne risulta che il suono della campanella eguale per tutti ( a volte ci sono istituti con centinaia di alunni) allinea le attività dell’insegnare ad apprendere. Si può pensare ad una scuola fordista? La campanella della scuola come la sirena della fabbrica ? Per non dire poi della “campanella dei tempi lunghi”: ovvero anni scolastici, trimestri, ecc. Com’è noto, però, c’è l’alunno che apprende “subito” e l’alunno che, invece, necessita di “tempi più distesi”.

Insomma, possiamo dire che la nostra organizzazione scolastica pubblica, dal lontano 1859, è cambiata assai poco. Occorre ricordare che dopo l’Unità furono varate insieme sia l’istruzione obbligatoria (i primissimi anni delle scuole elementari) che la leva obbligatoria. Occorreva istruire, formare ed educare Italiani “alunni” che sapessero leggere, scrivere e far di conto, ma anche Italiani “sudditi” regnicoli (sic!) fedeli ed ubbidienti. E non fu un caso che furono costruite scuole e caserme secondo tipologie non dissimili: corridoi ed aule, e corridoi e camerate. Ne consegue che l’insegnamento, ieri come oggi, è, per così dire, verticalizzato: si succedono, anno dopo anno, classi di età, dai tre anni ai diciannove. Ed ovviamente, in tale successione, si è promossi o si è bocciati. E i rinvii a settembre di tanti anni fa sono stati superati dal sistema dei debiti, da “pagare” comunque.

Ora, in ordine alle esperienze ricordateci da Salvo Intravaia, anche nella nostra scuola si potrebbe avviare una organizzazione diversa, in cui la classe d’età possa e non debba costituire l’unica discriminante per attivare gruppi di apprendimento. Si potrebbe passare da una “scuola verticale”, scandita dalla successione temporale, ad una “scuola orizzontale”, scandita dai reali livelli di sviluppo degli alunni e sostenuta dall’uso di spazi di studio mono- e pluri-disciplinari opportunamente attrezzati. In effetti, sono le stesse Indicazioni Nazionali e Linee Guida, adottate dal Miur, che suggeriscono una “didattica laboratoriale”. Potremmo così costituire “aule base” – le tane dei lupetti? – destinate ad ospitare gruppi di alunni che hanno lì la loro sede istituzionale – chiamiamola così – ovviamente opportunamente attrezzate! E potremmo avere anche aule attrezzate come laboratori, mini e maxi, per condurre attività di ricerca/studio “avanzate” – chiamiamole così – in cui operano e “risiedono” docenti “esperti di disciplina”. Occorreranno anche laboratori veri e propri per ricerche più avanzate e mirate. Per non dire di biblioteche, ludoteche, aule per le TIC, palestre et al. Mi sono limitato solo ad alcuni spunti! E chi ne ha, più ne metta!

 

 

Maurizio Tiriticco