La valenza pedagogica di “Como Città dei Balocchi”

di Roberta Spinazzi. Si è appena concluso con un successo ulteriormente accresciuto il tradizionale evento natalizio,
giunto ormai alla sua venticinquesima edizione: quarantaquattro giorni di eventi, tra cui il Magic
Light Festival, originariamente ideato per Como ma da tempo divenuto di respiro nazionale e
internazionale.
Forse troppi osservatori, con frettolosità colpevole si attestano sulla sola dimensione di marketing
e merchandasing che certamente la kermesse comasca reca con sé o sui soli report statistici che
per quanto illuminanti, anche in una dovuta prospettiva di rendicontazione sociale,  spesso celano
altre riflessioni ben più significative.
“Como Città dei Balocchi” prima che evento di costume e commerciale disvela la sua intrinseca
natura educativa e pedagogica, nella connaturata dimensione trasformativa dell’iniziativa, che
prevede peraltro un continuativo lavoro strutturato, sull’intera annualità precedente, spesso
sconosciuto ai più.
Il progetto comasco si impone nella sua straordinaria ordinarietà, nello sviluppo di un’idea tanto
semplice quanto strabiliante.
Restituisce la città ai suoi abitanti donando occhi nuovi, uno sguardo bambino che sa vedere oltre
che guardare, che sa appagarsi della ricchezza del poco, riscoprendo il lusso della semplicità, il
linguaggio eterno e universale dell’arte, lo stupore senza tempo per gli artefatti e ancor più per lo
spettacolare e sempre nuovo skyline.
Ci si ferma, in un tempo magico come dilatato, si abitano le piazze, di nuovo agorà, si dialoga, si
ascolta ma si vive anche il silenzio e la contemplazione: il nostro corpo può divenire tempio.
Ciascuno di noi, spogliato delle sue sovrastrutture, attraverso l’intelligenza dell’emozione
fanciullesca ha occasione di vedere congiuntamente sé e la ricchezza dell’alterità, la magia dell’
essere noi, la sua storia nella narrazione di sé della città.
Nell’epoca dell’hic et nunc, dell’eterno presente reificato dai social media in una spirale di
damnatio memoriae, di relazioni liquide, del rifuggire la progettualità e le sue fatiche, di narcisismi
da selfie in una autoreferenzialità da cortocircuitazione autistica, “Como Città dei Balocchi” obbliga
ad uscire da sé, all’incontro, alla relazione, al confronto con la storia, alle sollecitazioni della
bellezza, al tempo degli affetti:  a liberare davvero il tempo libero.
Con la sua singolare comunicazione propone con delicata fierezza il totalmente altro, nel nostro
quotidiano inerziale e distratto che già mille volte ha percorso frettolosamente quei vicoli centrali,
stazionato in quelle piazze, raggiunto il Duomo, le altre Chiese, corso per quelle strade senza
tregua, senza vedere, quasi in apnea di vita.
Senza il coraggio di fermarsi, alzare lo sguardo, contemplare e di stupirsi ancora. Senza la
gratitudine per quella bellezza che salverà il mondo, venga essa dall’arte eterna, dalla natura
ineguagliabile che la incornicia, dalle ritrovate relazioni umane autentiche.
La forte idea progettuale di “Como Città dei Balocchi” ci restituisce la città in un arco ininterrotto
di passato e futuro, storia collettiva e individuale, storia di fanciullezza e di adultità, storia di
appartenenza e di identità, riempie, anche di senso e di scambi ‐ancora come un tempo‐ l’agorà.
Una vision ispirata, capace di atteggiamento dialogico, di interfacciarsi e ottimizzare le presenze
del territorio, istituzionali e non, collettive e private, sollecitando il protagonismo di ciascuno, in
una circolarità virtuosa, nel suo mutarsi ed accrescere ad ogni anno.
“Como Città dei Balocchi” attualizza dunque in primis un’idea innovativa, una fatica cogitativa che
si struttura in capacità d’ascolto alle istanze presenti, esogene, sul territorio ma ancor più
endogene, afferenti all’umanità di ciascuno di noi, alla presenza ineludibile del fanciullino di
pascoliana memoria che abita l’adultità. E ancora a quell’umanità che vive di relazioni, di presenza
e anela ineludibilmente alla felicità, anche nei piccoli gesti di quotidianità condivisa.
“Como Città dei Balocchi” ci sprona a guardare in alto, a lasciarsi contagiare da una nobile
leggerezza, nella contemplazione dei suoi orizzonti, delle sue luci, nella contaminazione delle sue
fiabe; ci apre all’invasione di felicità che ciascun Natale reca con sé e a cui il cuore umano
incessantemente anela.
La città ci parla, ci interroga, ci interpella. Ed è un gioco serissimo.
Roberta Spinazzi