Se 14 euro vi sembran poche…

di Pippo Frisone. 

A fine giugno come da copione, i sindacati che avevano sottoscritto definitivamente il 19 aprile 2018 il CCNL 16/18 del comparto Scuola-Università e Ricerca, hanno comunicato all’Aran la disdetta del contratto.

Le nuove trattative, appena avviate col Miur, sono subito naufragate per la scarsità delle risorse messe in campo dal governo giallo-verde nel DEF.

Per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego  nel triennio 19/21 sono previsti  1,1Mld nel 2019,

1.45Mld nel 2020 e 1,8Mld nel 2020.

Per 3Mln e 300mila dipendenti pubblici ciò significa aumenti medi lordi mensili da 14 a 40 euro.

Una mancia a confronto di quanto aveva concesso il precedente governo Gentiloni, i cui aumenti in media si attestavano per i docenti sui 96 euro lordi mensili.

L’Istat ha quantificato nella misura del 12% la perdita del potere d’acquisto, subìto dagli stipendi  del P.I. negli ultimi dieci anni per effetto del blocco dei rinnovi contrattuali.

E’ stato stimato in almeno 200 € la colmatura necessaria per tale recupero mentre appare sempre più lontano quanto promesso in campagna elettorale dall’attuale governo in carica, vale a dire raggiungere la media degli stipendi europei !

Le somme previste per il rinnovo contrattuale danno copertura all’aumento perequativo sul 2018 che altrimenti avrebbero fatto regredire gli stipendi in essere col 1 gennaio del 2019 .

Di fronte allo scontento sindacale al Miur promettono di reperire nuove risorse  aggiuntive.

Si parla di Sugar tax, di tagli anche nel comparto scuola, come già preannunciato ai fondi dell’Alternanza scuola-lavoro. Un fatto è certo. Lontano dalla campagna elettorale, semmai la scuola avesse conquistato qualche posizione sotto i riflettori della politica, l’ha persa miseramente col DEF prima e con la legge di bilancio 2019 dopo.

I settori della conoscenza , dall’istruzione all’Università alla Ricerca non costituiscono evidentemente una priorità sulla quale investire nemmeno per  questo sedicente  governo del cambiamento. Anzi parecchi segnali  sottolineano un preoccupante ritorno al passato,

Dal reclutamento all’autonomia regionale, più o meno differita.

La carne al fuoco sembrerebbe tanta, compreso lo smantellamento della Buona Scuola o di quel che resta. Un governo che deve fare i conti con l’Europa e con lo spread ha ben altre gatte da pelare e infatti la scuola scompare dall’agenda delle priorità quando sarebbe auspicabile che avvenisse il contrario. In questo ravvisiamo una certa continuità coi governi precedenti, quelli con la cultura non si mangia! E il risultato, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti.