Anno all’estero? Sentiamo cosa dicono i ragazzi.

di Reem El Arabi, Marta Sacco, Martina Lanzara, Matteo Roscigno, Susanna Cremonesi.

Decidere di trascorrere un anno scolastico all’estero non è affatto cosa semplice. Per capire in che cosa consiste questo percorso formativo, abbiamo deciso di dare la parola ai ragazzi; chi, se non loro, che hanno vissuto questa esperienza sulla propria pelle, può dirci cosa davvero comporti questa scelta?

 

Sempre più studenti scelgono di trascorrere, durante il quarto anno della scuola superiore, un periodo, che varia dai nove ai tre mesi, in una scuola straniera. Secondo i dati di Intercultura, ONLUS che promuove questa esperienza, nell’anno scolastico 2015/2016 1857 studenti hanno deciso di intraprendere questo percorso formativo. Il 60% di questi ha scelto di trascorrere un intero anno scolastico all’estero e in particolare le mete in assoluto più gettonate sono gli Stati Uniti, la Cina, L’Argentina e il Canada.

Il fatto che questo percorso sia ambito da molti non esclude però che presenti delle difficoltà. Innanzitutto non è alla portata di tutti: infatti, oltre a non risultare insufficienti in nessuna materia, è necessario anche passare un test scritto, o a volte anche un colloquio, che attesti una buona conoscenza della lingua del Paese in cui si progetta di andare. In secondo luogo, in molte associazioni è obbligatorio fare qualche seduta con uno psicologo per stabilire l’idoneità emotiva: gli studenti interessati devono infatti saper reggere un periodo di tempo lontani dalle proprie famiglie e saper gestire da soli l’approccio con una nuova realtà, spesso molto diversa dalla propria. Non da ultimo vi è il fattore economico: trascorrere l’anno all’estero è molto costoso e per questo ci sono delle associazioni che offrono delle borse di studio agli studenti più meritevoli.

Per capire meglio quali motivi spingono sempre più liceali a buttarsi in questa avventura e le difficoltà che essi incontrano, abbiamo intervistato tre studenti: Beatrice Brusa, dell’Istituto Istruzione C.E. Gadda di Paderno Dugnano, la quale è attualmente a Murcia, in Spagna; Simone di Domizio, ex studente del Liceo Scientifico A. Volta di Milano, partito nell’anno 2016/2017 a Bayville; Alessandra Bennati, studentessa del Liceo Scientifico A. Volta, che sta al momento studiando a Vancouver in Canada.

 

Prima di tutto vorremmo sapere in quale Paese avete scelto di intraprendere questa esperienza.

 

Simone: “In realtà non potevo scegliere di preciso lo Stato in cui andare, ma era la mia associazione a decidere. Io ho espresso la preferenza di stare negli Stati Uniti e così è accaduto. Infatti la mia destinazione è stata Bayville, vicino a New York, e devo dire di essere stato abbastanza fortunato!”

 

Alessandra: “Io ho avuto la possibilità di scegliere la destinazione e all’inizio avevo le idee ben chiare: ho sempre avuto il mito della High School americana e quindi non potevo non optare per gli Stati Uniti. Tuttavia la counselor che la mia associazione mi ha messo a disposizione, sapendo che frequentavo un liceo faticoso, mi ha consigliato di scegliere il Canada, perché lì la scuola è più impegnativa di quella americana.”

 

Beatrice: “Quando ho iniziato a studiare lo spagnolo mi sono resa conto che lo preferivo di gran lunga all’inglese. Dunque la mia idea era quella di andare in un paese dell’America Latina perché mi affascinava conoscere una cultura molto diversa dalla mia. Però ai miei genitori non piaceva l’idea di avermi dall’altra parte del mondo, in paesi con una minore sicurezza, e quindi ho optato per la Spagna”.

 

Volevamo sapere quali motivi vi hanno spinti a buttarvi in questa avventura.

 

Alessandra: “Prima di tutto perché ritengo che interagire con una cultura diversa mi arricchisca come persona. In secondo luogo volevo migliorare la mia conoscenza della lingua inglese, anche perché in futuro vorrei lavorare all’estero. Infine, un motivo meno nobile, dovevo  soddisfare il mio bisogno di frequentare una vera e propria scuola americana, che fin da bambina vedevo nei film!”

 

Beatrice: “Io ho preso questa decisione principalmente perché non sono soddisfatta dei miei studi in Italia, in quanto non sento mi stiano dando una base solida per il futuro che voglio avere; inoltre amo viaggiare e conoscere culture e mentalità diverse dalla mia.”

 

Simone: “Oltre a “fare mia” una nuova cultura, il motivo principale che mi ha spinto ad intraprendere questo tipo di percorso è legato al mondo lavorativo. Oramai la conoscenza dell’inglese è un requisito fondamentale e frequentare per un anno una scuola americana mi avrebbe permesso di avere una conoscenza quasi perfetta della lingua”

 

Come è stato il processo di adattamento? Avete incontrato alcune difficoltà? se sì, quali?

 

Alessandra: “L’adattamento non è stato molto complicato soprattutto grazie alle attività che aveva promosso la mia associazione proprio per facilitare l’integrazione, come ad esempio una “pizza night”, in cui fuori dal contesto scolastico sono andata a mangiare la pizza con i miei nuovi compagni. Tuttavia nella mia classe tutti si conoscono da dodici anni, perché in Canada, a differenza dell’Italia, si frequenta la stessa scuola dalla prima elementare, e quindi all’inizio mi sentivo un po’ esclusa anche perché non venivano loro a parlare con me. La sfida è stata dunque quella di uscire dalla mia “comfort zone” e provare ad approcciarli io. Se però adesso io sono perfettamente integrata nel gruppo, lo stesso non vale per gli altri studenti che come me stanno facendo l’anno di studi all’estero, i quali tendono a stare tra di loro; ma, a mio parere, è lo spirito sbagliato per questo tipo di esperienza.”

 

Beatrice: “Sono qui, a Murcia, da quasi due mesi ed ogni giorno mi sembra di fare un po’ più parte della vita del posto, ma è sicuramente prematuro dire di considerarmi del tutto integrata. Mi sono fatta una nuova routine, ma ci sono ancora mattine in cui mi sveglio e sento di essere appena arrivata. La lingua è una sfida continua: in alcuni momenti sento di padroneggiarla completamente ed in altri vorrei solo star zitta perché mi turba il mio accento o perché faccio troppa fatica a trovare le parole giuste. Mi sento di dire che è un processo altalenante in cui serve buona volontà e continuo desiderio di superarsi”

 

Simone: “Per me l’adattamento è stato molto facile soprattutto perché, prima che la scuola iniziasse, avevo già iniziato ad allenarmi a calcio, riuscendo così a conoscere molte persone. Quindi, appena cominciata la scuola, non mi sono trovato da solo e a questo punto la questione della lingua sembrava ininfluente. Infatti i miei nuovi compagni non hanno aspettato che venissi io a parlargli, ma erano loro che cercavano di coinvolgermi e di conoscermi. Inoltre, essendo finito in un piccolo paese, l’arrivo di un ragazzo italiano non è passato inosservato, e molte persone di origine italiana mi hanno approcciato facendomi sentire più a mio agio.”

 

In generale, ogni paese presenta una propria mentalità che lo distingue da tutti gli altri, come voi avete giustamente evidenziato. Questo fatto si riflette senza dubbio sull’organizzazione della giornata, che nel caso degli studenti è scandita dalla scuola . Come dunque si articola la vostra giornata da studenti?

 

Simone: “Quando si parla del pomeriggio di uno studente americano, la prima cosa che viene in mente è il tempo dedicato allo sport. Io finivo le lezioni verso le 15:00 e subito dopo si andava nello spogliatoio a cambiarsi per iniziare gli allenamenti che duravano dalle due alle tre ore circa. Di solito ci si allenava tutti i giorni tranne nei weekend, in cui invece c’erano le partite. Ovviamente si tornava a casa tardi e c’era poco tempo per studiare. Infatti i compiti si fanno in orario scolastico: ogni giorno ci sono due ore buche durante le quali si pranza e si studia. Ovviamente non tutti fanno sport, ma, siccome l’offerta ne offre una gamma vastissima, è difficile non trovare quello più adatto alle proprie capacità e ai propri interessi. Insomma, la cosa che più mi ha colpito è stato il ruolo centrale dello sport, che addirittura era preposto allo studio, cosa impensabile in Italia.”

 

Beatrice: “La scuola qui, per quanto riguarda le attività pomeridiane, è molto simile all’Italia, tuttavia la giornata è assolutamente diversa per quanto riguarda la scansione oraria. Prima di tutto si pranza due volte (una volta a scuola e poi un’altra quando si torna), poi si fa la siesta, piccolo pisolino pomeridiano, intoccabile per tutti gli spagnoli, infine si cena molto tardi (addirittura a volte alle 23:00). Diciamo che questa cosa mi ha causato non poche difficoltà, soprattutto all’inizio.”

 

Simone, visto che hai terminato questo percorso formativo, quali sono gli aspetti positivi che hai riscontrato? E quelli negativi?

 

“Principalmente ciò che più mi è rimasto di questa esperienza è aver avuto un’altra visione della scuola. Se la nostra ha un’impostazione che predilige il sapere teoretico, quella americana ne sviluppa uno di tipo più pratico. Semplicemente basta confrontare la lezione di chimica; mentre la nostra è più frontale e teorica, in America la lezione di chimica è piuttosto un esperimento in laboratorio. Un altro vantaggio importante era il fatto che fossi ferratissimo in inglese al ritorno e in pratica avevo una materia in meno da studiare.

Di svantaggi non ce ne sono di importanti, se non il fatto che il ritorno è stato molto tosto; infatti, perché ci fossero attribuiti i crediti scolastici, abbiamo dovuto studiare tutto il programma che i nostri compagni avevano svolto durante il quarto anno. Inoltre all’inizio della quinta liceo ero un po’ perso quando venivano ripresi dei concetti che erano stati trattati l’anno primo. Del resto ero partito già consapevole che al mio ritorno avrei faticato e anche i miei professori mi avevano avvertito”.

 

Secondo un sondaggio dell’Ipsos, uno su due professori circa non è d’accordo che gli studenti facciano questa esperienza. Anche a te, Simone, è capitato di avere il parere sfavorevole dei tuoi insegnanti?

 

“Effettivamente molti miei professori non erano d’accordo perché sostenevano che mi sarei perso argomenti importanti per il quinto anno. La più entusiasta, invece, era l’insegnante di inglese, la quale sosteneva che questa esperienza sarebbe stata molto utile per il mio arricchimento culturale.”

 

Trascorrere un anno di studi all’estero può sembrare un’idea allettante, ma, come ci dimostrano queste testimonianze, non è per tutti. Infatti per poter rendere questa esperienza fruttuosa bisogna avere spirito di iniziativa, apertura mentale e molta pazienza per non scoraggiarsi davanti alle prime difficoltà, che inevitabilmente sono presenti. Spesso si parte per pura curiosità, oppure condizionati dagli amici, ma sicuramente questo è sbagliato; scelte di grande importanza come questa devono essere meditate: bisogna valutarne svantaggi e vantaggi, perché così come questa esperienza può diventare la più bella della nostra vita, allo stesso modo può arrecarci alcuni danni.

Una volta partiti non si può certo affermare che tutto diventi più semplice, anzi le difficoltà si fanno più concrete. Prima di tutto lasciare il proprio paese non è mai facile e non lo è neanche doversi adattare ad abitudini, tradizioni e mentalità talora molto differenti. È qui che entra in gioco la resilienza, ossia la capacità di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà; come ci hanno suggerito i ragazzi, bisogna farsi avanti e non aver paura di uscire dalla propria comfort-zone.

In conclusione, al ritorno, indubbiamente ci si sentirà arricchiti non solo dal punto di vista culturale ma anche personale: entrare nella mentalità di altri rende meno superficiali e soprattutto meno inclini a giudicare, nell’accezione negativa della parola. Inoltre dover affrontare dei problemi da soli aiuta i ragazzi a maturare più velocemente, in un’epoca in cui la maturità si raggiunge ad un età sempre più avanzata. Tuttavia il ritorno può avere i suoi problemi: oltre a dover recuperare gli argomenti svolti a scuola durante il proprio periodo di studi all’estero, bisognerà fare i conti con il fatto che inevitabilmente ciò che si è lasciato in questo periodo è cambiato, così come è cambiata la propria persona. Ci sarà dunque un periodo, per quanto paradossale possa sembrare, in cui bisognerà adattarsi di nuovo al proprio paese. Ci sentiamo di dire, dunque, che questa esperienza è assolutamente soggettiva: c’è chi non si pente per nulla e chi invece, ripensandoci, avrebbe fatto diversamente.

Si può forse concludere che, se si ha davvero il desiderio di fare un’esperienza all’estero, una volta prese le giuste precauzioni, conviene provare, perché quello che non si osa, alla fine si rimpiange